Lo sviluppo del centro artigiano di Solofra nella provincia salernitana del periodo normanno-svevo*

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1. Posta tra i primi contrafforti dei monti irpini sulla pianura salernitana nel punto di raccordo tra il bacino del Sarno, di cui è afferente il suo corso d’acqua - il flubio-rivus siccus - e quello dell’Irno, Solofra, per gli elementi geomorfologici della sua conca, conservò, nel primo periodo altomedievale, la continuità abitativa con il processo degli arroccamenti1. La vita nei due insediamenti della conca - Le Cortine e Cortina del cerro - aveva visto sorgere le prime forme artigianali legate alla lavorazione dei prodotti dei monti, tra cui la concia delle pelli che si era stabilizzata in loco per lo stretto rapporto economico-religioso con Salerno sviluppatosi intorno alla pieve di S. Angelo e Santa Maria2.

Questa chiesa rurale, prodotto della politica salernitana di appropriazione delle campagne all’indomani della guerra gotica, per le caratteristiche peculiari di centro di un bacino isolato e fortemente conservativo, era divenuta un importante punto di riferimento e di sviluppo, il cui stretto rapporto con Salerno aveva permesso alla comunità, che, aveva preso specifiche forme identificative, di partecipare alla fioritura economica di quel centro. Anzi intorno alla chiesa si era realizzata una feconda unione di governo ecclesiale e laico, espressione della sinergia che il Principato longobardo di Salerno aveva saputo realizzare nella sua campagna di riferimento e che sarà alla base dell’ulteriore configurazione economica del centro rurale3.

 

2. In questo territorio, che alimentava e viveva di riflesso lo splendore della Salerno longobarda, si introdussero i Normanni, che avevano aiutato Guaimario V a fare del Principato salernitano il più grande stato dell’Italia meridionale e nella cui politica, Roberto d’Hauteville, entrò così profondamente che la presa di Salerno (1077), al di là dei sette mesi di assedio, fu quasi un passaggio del potere da Gisulfo II, ultimo principe longobardo, al Guiscardo, che si era imparentato con la famiglia regnante avendo sposato Sighelgaita, figlia di Guaimario e sorella di Gisulfo4.

Il nuovo principe di Salerno, che si presentava come una forza giovane in grado di difendere la città che continuò ad essere un grande centro, sede della Scuola Medica e capitale di uno dei più vasti domini normanni almeno fino all’unione di tutto il meridione nel Regno di Sicilia (1130), fu sostenuto sia dal vescovo Alfano, che si adoperò affinché il passaggio avvenisse senza traumi, sia dal papato che riconobbe le sue conquiste5.

Nel salernitano il Guiscardo trovò una Chiesa molto forte, capace di controllare la nuova realtà che si era creata nel Principato. Essa infatti in questo travagliato periodo, in cui si disgregavano le antiche strutture del potere, mise in atto un profondo processo di rigenerazione, sostenuta dal papato che, per dare unità ed indirizzo all’opera di innovazione, intervenne con Bolle e Concili ed elevò l’episcopio salernitano a sede primiziale, poggiandosi anche sull’aiuto dei Normanni6.

Per mantenere il controllo del territorio, dove c’era stato un sostanzioso incremento demografico, la Chiesa di Salerno agì sulle strutture ecclesiastiche esistenti - il distretto plebano con cui aveva controllato queste campagne in tutto il periodo longobardo - che erano diventate inadeguate ai nuovi bisogni delle popolazioni alla ricerca di una loro identità intorno ad un nucleo religioso che fosse il segno distintivo di un determinato territorio. Creò perciò entità territoriali più ristrette, a cui le popolazioni si potettero rapportare direttamente e che furono le parrocchie, con le quali si restrinsero ad uno specifico territorio le caratteristiche delle pievi, di chiese cioè che gestivano un territorio. In modo particolare la pieve del locum Solofre, che era stata consegnata tramite il presbitero solofrano Truppoaldo alla sua comunità, divenendo parrocchia evidenziò il suo ruolo di chiesa matrice di un territorio con i suoi edifici di pertinenza - celle e magazzini -, con i suoi campi e con gli uomini legati ad essa dal lavoro, confermandosi come centro economico che assolveva, in una realtà sociale non ancora organizzata amministrativamente, a funzioni comuni non solo religiose7.

 

3. In questo territorio, così organizzato, si riversò la violenza, già prima della caduta di Salerno, del normanno Troisio, uno dei guerrieri venuti al seguito del Guiscardo e presente a Salerno fin dal 1045, quando iniziarono per opera sua le distruzioni che interessarono le terre del gastaldato di Rota, a cui apparteneva tutta la parte settentrionale e orientale della pianura salernitana e che portarono, in seguito ad una guerra combattuta sulla linea Montoro-Serino, alla presa del castello di Rota e al possesso di tutto il territorio. Questi eventi e i saccheggi di Troisio, nominato dal Guiscardo conte di Rota (1061), provocarono l’impaludamento di parte della pianura, che isolò l’alto bacino del flubio-rivus siccus facendogli assumere una nuova definizione8.

Non meno distruttivo fu il seguente periodo di anarchia, che caratterizzò il primo tempo della conquista normanna, in cui le terre erano tenute come proedia bellica da questi conquistatori-feudatari che avevano al servizio uomini armati che scorrazzavano nelle campagne portando distruzioni. Per questo motivo il vescovo Alfano divise l’intero territorio della diocesi in 13 distretti di varia ampiezza secondo il popolamento. Questa misura, che suppliva alla debolezza del controllo politico e manteneva la giurisdizione ecclesiastica legata al territorio, assicurando su di esso un clero gerarchicamente subordinato ai poteri dell’ordinario, portò nella pianura a nord-nord-est di Salerno alla formazione di cinque distretti: "Nuceria", "Sancti Georgi", "Sancti Severini", "Montorii" e "Furini et Serini"9.

Vale sottolineare il valore di quest’ultimo distretto, molto più grande e delicato degli altri, tutti posti in pianura, e in cui era inglobata la realtà religiosa di Solofra. Esso occupava un ampio territorio lungo tutto il confine tra i due ex Principati longobardi, parte del quale fu rivendicato dall’arcivescovo di Benevento Roffrit e che Alfano invece unì in una unica entità religiosa proprio per dargli forza e sottolinearne l’appartenenza territoriale e amministrativa a Salerno10. Inoltre questo distretto, che aveva acquistato la fisionomia di polo territoriale-religioso, era attraversato dall’unica via di comunicazione tra i due bacini, la romana via antiqua qui badit ad sancte Agathe, protetta dalla rocca di Castelluccia facente parte del complesso montuoso del Pergola-San Marco, che delimita a nord la conca solofrana. Esso costituiva un sicuro baluardo su questa parte della pianura salernitana con sul versante nord il grande castello di Serino che dominava la valle del Sabato, sul versante sud un punto fortificato sulla conca solofrana e non distante il castello di Montoro11.

Su queste terre alla costituzione della Contea di Rota, una delle dodici in cui fu diviso il territorio normanno che comprese l’intero gastaldato omonimo - usque Serrina de ripileia, fino alla rocca di Serino - sul confine tra i Principati di Salerno e di Benevento, il comes Troisio stabilì un governo di tipo aristocratico ed indipendente, che portò alla decadenza della economia della zona12. Qui, dove c’era stata la libera proprietà di piccoli conduttori che avevano trovato nel trasferimento a Salerno la possibilità di portare in quella piazza mercantile le attività artigianali delle Cortine e che avevano mantenuto uno stretto legame con i luoghi di origine, si fermò la ricchezza produttiva e si arrestò la vivacità mercantile che aveva animato la pianura bloccando il felice rapporto tra la città e la sua campagna.

 

4. Nel 1081 da Troisio, che si chiamò di Rota, la contea passò al figlio Ruggiero I, col quale iniziò la dinastia dei Sanseverino. Il giovane Sanseverino, che aveva sposato una principessa longobarda Sikelgarda e che governò nella contea fino al 112513, fece di Montoro il centro della zona orientale della contea, costituendovi un suffeudo in mano al figlio Roberto I, mentre nella parte occidentale con centro Rota Ruggiero I associò al suo governo il figlio Enrico14.

Roberto I, con cui si formò il ramo Sanseverino-Caserta, fu quindi il primo feudatario della zona oggetto del nostro discorso. Alla sua morte prematura (1119) prese consistenza il feudo di Serino, poiché la moglie Sarracena, rimasta vedova e reggente del figlio Roberto II, sposò in terze nozze Simone de Tivilla, potente feudatario di Montella che le donò come dotario parte del territorio di Serino, che fu unito alle terre da lei gestite per il figlio formando una nuova realtà intorno al Pergola San Marco con centro Serino15. Sarracena dovette affrontare l’opposizione del cognato Errico che alla morte del fratello, Roberto I, pretese, vivente il padre, il governo delle sue terre a scapito del nipote affidato alla madre16.

La rivendicazione non ebbe l’esito sperato da Enrico, poiché alla morte di Ruggiero I fu confermata la divisione in due parti della contea di Rota, con una modifica rispetto alla divisione precedente e cioè che il grande territorio di Montoro, che era stato il centro del governo del defunto Roberto I, fu diviso in due parti. La parte pianeggiante, più vicina al territorio di Rota, fu inglobata in questo ed andò ad Enrico17, e la parte più alta, che giungeva fino alle pendici del Pergola-San Marco entrando profondamente nella conca solofrana e comprendendo il vico di S. Agata, restò nel territorio governato da Sarracena insieme a Solofra, che allora occupava solo una parte della sua conca, e a Serino ingrandita con il dotario di Sarracena. Si era definito in tal modo, anche da questo versante, intorno al Pergola San Marco il feudo di Serino, che aveva come punti fortificati il castello di Serino, il suo rinforzo sul lato sud del Pergola, che era in territorio di S. Agata, e la rocca di Castelluccia. Esso sottolineava, ora anche amministrativamente, la definizione del territorio già prima individuata18.

 

5. Le traversie della contea di Rota si inquadrano nel travagliato periodo di anarchia del primo periodo della conquista normanna quando i territori non erano stati ancora unificati dalla monarchia e quando il sistema feudale non si era ancora stabilizzato nelle forme della monarchia di re Ruggiero II di Sicilia. Le masse rurali erano sottoposte al potere, spesso incrociato e incontrollato, di diverse autorità aggravato dalla diffusa precarietà giudiziaria per cui si sentiva il bisogno di una riorganizzazione del territorio in cui fosse soprattutto precisato il titolare dei diritti che si chiedevano alle popolazioni. Questo fu l’impegno dei principi normanni a cominciare da Ruggiero I di Sanseverino che amministrò con saggezza le sue terre, garantendo il possesso fondiario, nominando suoi adepti a controllarlo e favorendo anche l’aristocrazia longobarda che, chiamata ad incarichi di fiducia, entrò a fare parte della nuova burocrazia. Soprattutto il Sanseverino dette inizio ad una politica a favore di chiese e monasteri che sarà una caratteristica del governo normanno e che servì a porre le terre sotto la protezione religiosa. Egli in special modo intraprese una politica a favore del Monastero di Cava, di cui fu strenuo difensore, dando inizio ad una linea di sostegno delle popolazioni che poi sarà seguita dai suoi successori e che diverrà una tendenza generalizzata messa in atto anche dai piccoli proprietari, di porre cioè le terre sotto la protezione del grande ente religioso e che portò all’incardinamento religioso dell’entroterra salernitano a favore di Cava19. Questa linea, in un periodo in cui era venuto a mancare il sostegno della chiesa salernitana, dilaniata dallo scisma di Anacleto II, fu di grande sostegno alla nuova vitalità economica della pianura che fu protetta dalle immunità di cui godeva l’Abbazia e che dette incremento alle forze locali. Basti pensare al grande significato che ebbe la donazione, fatta proprio da Ruggiero, del porto di Vietri al Cenobio di Cava che ne sottolinea le capacità e ne indica le prospettive connotandone comunque la valenza essenzialmente economica. Cava infatti sarà un importante punto di riferimento per le terre su cui si estendeva la sua ombra protettrice, fonte di sviluppo e incentivo alle attività, centro di smistamento e di scambi dei prodotti della campagna20.

Con Ruggiero si ebbe quindi il ritorno della situazione socio-economica ai valori precedenti la conquista, riprese il moto dalla campagna verso la pianura e riprese la vocazione alla integrazione tra questi due elementi che erano stati e che saranno una peculiarità della provincia che si sta considerando21.

E questa fu anche la politica di Sarracena che nel suo lungo governo, prima per la minore età del figlio poi per l’assenza di costui dal feudo dovuta alla partecipazione alla guerra in Sicilia e alla conseguente prigionia, si pose sulla linea intrapresa dal suocero infatti sostenne, seguita poi anche dal figlio, l’incardinamento religioso di Solofra con donazioni al cenobio di Cava che si affiancarono o furono il completamento di altre donazioni fatte da possidenti locali22. Questa tendenza evidenzia come gli abitanti andassero alla ricerca, dettata da ragioni essenzialmente economiche, di un punto di riferimento sicuro poiché Cava si profilava, dopo e insieme a Salerno, come il più importante centro di smistamento dei prodotti della campagna. Pregna di positive conseguenze fu infatti l’introduzione di Solofra nel circuito economico di Cava poiché i suoi prodotti della terra e della pastorizia oltre a quelli artigianali, una volta naturale complemento della vita dei fondi, uscirono dalla logica della sussistenza per aprirsi alle opportunità della pianura in un raggio di azione più ampio.

 

5. Durante il governo di Sarracena il Meridione fu unificato in un unico regno a cui fu data una rigida struttura feudale che poggiava su feudatari trasformati in dipendenti della corona, sulle popolazioni a cui fu dato un fondamento di potere, sulle Capitanie e sui Giustizierati in cui fu diviso il territorio del regno. Ad Ariano, dove il tenimento di Serino entrò a far parte del grande Giustizierato Principato e terra beneventana, che comprendeva le terre dei due principati longobardi senza Salerno e senza gran parte del territorio di Benevento inglobato nello stato della Chiesa e dove i feudatari furono inquadrati nel nuovo regno, i Sanseverino videro confermata la costituzione dei due rami - Sanseverino-Caserta e Sanseverino-Marsico - e dei feudi che ad essi facevano capo.

L’organizzazione normanna era tesa a limitare l’indiscriminato potere feudale sulle popolazioni, infatti affrontava il delicato problema delle terre comuni, gli usi civici, di cui i feudatari erano semplicemente usufruttuari, conteneva gli abusi giudiziari, poiché la giustizia era fatta dai Giustizieri in nome del re, mentre le imposte erano richieste dai Camerari direttamente alla comunità dei cittadini. Questa struttura statale di grande modernità, che permise alle comunità, sciolte dai rapporti con i feudatari, di organizzarsi a vita comune nelle Universitas e di darsi degli Statuti, giovò a quelle comunità che già avevano esperienze di vita organizzata, come avvenne per Solofra che aveva fatto questa esperienza intorno alla pieve di S. Angelo e Santa Maria. Importante fu il fatto che la vita della comunità fosse regolata da norme di vita non scritte ma che traevano dal jus divino più forza e vigore in quanto riconosciute da tutti quelli che vivevano nella comunità ecclesiale protette proprio da questo diritto23.

In questo periodo dunque la comunità di Solofra, sotto la spinta della nuova organizzazione amministrativo-giudiziaria, dovette procedere alla divisione del carico fiscale e alla raccolta dei tributi, regolare i rapporti con gli ufficiali del re, dovette soprattutto crearsi un luogo comune dove eserciate la giustizia, una curia, dove in un primo periodo agirono giudici non propri. Essa qui mandava i suoi homines idonei, cioè persone adatte al ruolo di testimoni o di fideiussori, a rappresentare l’intera popolazione. Da queste persone, espressione di rapporti civili legati ad una vita semplice ma ritenuta degna, si parte nella organizzazione della vita comune24.

Vale sottolineare il grande passo che il regime normanno permise alle comunità nella organizzazione della loro vita autonoma. Esse in questo sistema conservarono il diritto di proprietà, che dette loro la possibilità di usare i beni come garanzia nel commercio, ebbero franchigie e permessi, che favorirono le attività artigianali e che nel caso della concia solofrana significava l’uso gratuito delle acque e dei prodotti delle selve di cui viveva questa forma artigianale e che contribuì a radicare nel territorio questa attività che ora non era esercitata più nei fondi pastorali ma in luoghi più favorevoli, lungo le sponde dei fiumi e che si giovava della protezione delle acque. Come i principi longobardi anche i Normanni infatti protessero in modo particolare le attività artigianali della industria armentizia che si svolgeva lungo le rive dell’Irno e del Saltera-flubio-rivus siccus25.

 

6. Intanto Roberto II, per i servigi fatti ai re normanni - sia Ruggiero I di Sicilia che Guglielmo I il Malo (1154-1166)- , si vide ingrandito il feudo con Casera e Tricarico e, quando il figlio di Enrico Sanseverino-Marsico, il cugino Guglielmo, perdette i beni per aver partecipato ad una congiura contro il re, ebbe assegnati proprio quei beni che erano stati a lungo rivendicati da lui rimasto fedele al re26.

Questa situazione fu però l’inizio di una nuova serie di contrasti tra i due rami della famiglia Sanseverino poiché alla morte di Guglielmo il Malo, il Sanseverino-Marsico fu reintegrato nei suoi beni dal successore Guglielmo II il Buono (1166-1189) per cui Roberto II (Sanseverino-Caserta), insieme al primogenito Ruggiero II si recò a Messina - siamo nel 1168 - per rivendicare il territori perduti27. I due Sanseverino di Serino non ebbero ragione, si videro solo riconfermati nei loro possessi con l’aggiunta di parte del territorio di Montoro, quella parte che gli era stata tolta durante la sua minore età e data allo zio Enrico28. Da questo momento Montoro si staccò da Rota definitivamente, ma rimase nelle mani dei Sanseverino di Serino solo per poco tempo29. Infatti alla morte di Roberto II (1183) i suoi figli - Ruggiero II e Guglielmo II - si divisero il feudo, more Langobardorum: a Ruggiero II (con cui si formò il ramo Serino-Tricarico) andò Tricarico con Serino, quindi con S. Agata e il territorio di Solofra (cioè l’intera conca solofrana)30, a Guglielmo II (ramo Caserta-Stringano) andò Caserta e Stringano con la parte pianeggiante di Montoro senza il vico di S. Agata31.

Alla fine del XII secolo dunque si stabilizzò il territorio del feudo di Serino (con la definizione di Montoro) che venne a coincidere anche con quello religioso poiché la chiesa di Salerno aveva proceduto ad una ulteriore partizione del territorio che fu diviso in Archipresbiterati, cioè in parrocchie organizzate intorno ad un centro religioso preminente, divisione che si era resa necessaria in seguito all’ulteriore proliferazione di nuove chiese e che portò alla scissione del distretto di "Furino et Sirino" in due Archipresbiterati, uno facente capo a Forino e l’altro a Serino32. Quest’ultimo, che si estendeva a tutto l’alto bacino del flubio rivus-siccus, comprendeva le parrocchie di S. Angelo, come era stata chiamata la pieve quando era diventata parrocchia, e di S. Agata33.

Bisogna tenere presente, per considerare il valore territoriale-religioso dell’ordinamento ecclesiastico salernitano nella organizzazione del contado, che la nuova realtà rispecchiava la suddivisione feudale che aveva subito l’intera zona; e vale sottolineare che la corrispondenza tra l’organizzazione ecclesiale e quella politica permise ai gruppi che abitavano sullo stesso territorio intorno ad una chiesa, uniti da fini ed interessi comuni, di amalgamare le norme della vita ecclesiale con gli usi e i costumi propri agevolando il processo di maturazione verso forme più complesse di vita comunitaria.

L’opera di riforma della Chiesa di Salerno, che tenne presente la crescita, nella pianura alle spalle di Salerno, del cenobio di Cava, che si affermava come punto di riferimento per l’encardement delle campagne e come recupero delle popolazioni rurali alla vita liturgica, favorì la creazione di un intenso rapporto tra organizzazione ecclesiastica del contado e monachesimo, il tutto legato al fenomeno dell’incastellamento per la difesa delle terre e alle istanze economiche dello sfruttamento intensivo di esse. Le terre della chiesa di Salerno e di Cava furono governate da ciascuna di queste autorità e ciò fu sancito e agevolato da vari privilegi, soprattutto di natura economica, sia al tempo di re Ruggiero che di Federico II34.

 

7. Alla fine di questo secolo si ha un momento importante per la comunità solofrana poiché Ruggero II di Serino-Tricarico assegnò al figlio Giordano il casale di Solofra, atto che mostra l’intenzione di sottolineare la peculiarità del territorio in verità molto ristretto, ma già economicamente ben definito e diverso dalla vocazione di quelli limitrofi. Giordano però morì presto senza figli per cui il casale ritornò nel feudo originario, tenuto dal fratello Giacomo, primogenito di Ruggiero II e divenuto feudatario di Serino per la morte del padre (1189). Giacomo però dovette affrontare una inchiesta della Magna curia al tempo di Federico II, poiché la comunità solofrana, proprio per la morte di Giordano, fece richiesta all’imperatore di decadenza del potere feudale e di assegnazione al regio demanio35.

Siamo in un periodo difficile della monarchia normanna, alla fine del XII secolo, quando per la morte senza eredi di Guglielmo II il Buono, il regno, passato a Costanza ultima erede degli Altavilla e sposa dell’imperatore Enrico VI, e conteso da Tancredi, fratello naturale di Costanza preferito dai Normanni, vide proprio il salernitano e la piana di Rota-Montoro al centro di ritorsioni, deportazioni, saccheggi e distruzioni. Né le cose migliorarono durante la minore età di Federico II sotto la tutela della madre Costanza (1197-1198) e poi del papa Innocenzo III (1198-1208) quando si aprì un periodo di anarchia di cui approfittarono sia i militari tedeschi, che presero a scorrazzare per il regno, sia i feudatari che imposero vessazioni e soprusi di ogni genere, cui si aggiunsero, per l’assenza dell’arcivescovo, arbìtri e manomissioni di beni anche nelle terre dell’episcopio salernitano nonostante i privilegi di cui godevano36. Le terre dipendenti da Cava, garantite anch’esse da diplomi e privilegi ma più protette dalla fama della grande Abbazia, godettero invece di una relativa pace che favorì il processo di sviluppo economico.

Quando Federico II uscì dalla minore età e fu eletto re (1201-1202) dovette ristabilire l’autorità della monarchia e potette farlo meglio di re Ruggiero, le cui Costituzioni erano rimaste in gran parte inascoltate, soprattutto dovette mettere ordine all’anarchia feudale degli ultimi anni cosa che fece col parlamento generale di Capua (1220)37 e due anni dopo a Melfi, quando emanò le Costituzioni in cui furono ridefiniti i rapporti tra i feudatari e i vassalli, e fu ristrutturata l’amministrazione dei Giustizierati. Importante in questo frangente furono i privilegi giurisdizionali ed economici concessi alle terre ecclesiastiche che giovarono molto alla comunità del vico di Solofra dipendente, si è detto, sia da Cava che dall’episcopio di Salerno, perché fu sostenuta la definizione acquistata dalle terre dei due enti, di sostegno cioè alle attività economiche38.

La richiesta della Universitas di Solofra, nel grande momento di rinnovamento delle strutture feudali posto in essere da Federico II, si poggiava sulla politica imperiale in favore delle Universitas e si poggiava in special modo sull’articolo Ut de successionibus delle Costituzioni melfitane che stabiliva che, quando non era assicurata la trasmissione per via diretta, i fratelli potevano ereditare solo se il feudo era antico cioè dell’avo del feudatario. Proprio per ciò nacque un’indagine sull’origine del feudo di Serino che portò alla definizione della causa in favore del feudatario Giacomo. Al di là dell’esito sfavorevole per Solofra qui vale sottolineare il valore intrinseco della richiesta che mostra una comunità matura, civilmente, perché in grado di organizzare una causa feudale, e soprattutto economicamente perché ha delle prospettive tali da motivare e sostenere la richiesta, infatti lo status di feudo imperiale, che avrebbe avuto Solofra, avrebbe apportato indubbi giovamenti economici all’artigianato solofrano. In sostanza emerge la presa di coscienza di una ben consolidata comunitas, un’ansia di partecipazione diretta alla vita comune, un gruppo di cittadini mossi da particolari interessi e sensibili a diritti che si vogliono difendere, una comunità in grado di seguire una politica antifeudale. Anzi in questa richiesta c’è l’inizio di una tendenza rivendicativa antifeudale che caratterizzerà la comunità solofrana lungo tutta la sua storia, di una comunità che sente la feudalità come un ostacolo alle attività economiche e che cerca di liberasene39.

Questo fatto però fu di ostacolo per Solofra nell’acquisto della piena autonomia, amministrativa prima40 e territoriale poi, infatti Giacomo Tricarico, assegnò il vico alla figlia Giordana che da lei fu portato in dote ad Alduino Filangieri41. Con l’autonomia territoriale l’Universitas acquistò la pienezza della vita amministrativa e giudiziaria e dovette crearsi una base legislativa come si legge negli articoli dei Capitula antiqua Universitatis terre Solofre antiquitus edita42.

 

8. Il periodo federiciano fu di grande stimolo per la comunità di Solofra, che aveva sviluppato le attività economiche emerse nel periodo longobardo e portato a maturazione piena il moto di aggregazione attorno ai possessores, che usavano i proventi delle terre e della pastorizia per il commercio. Essa nel primo periodo normanno, quando in un certo senso si erano rallentati i rapporti col centro urbano di riferimento, seppe ripiegarsi in sé attingendo alle proprie risorse per una ridefinizione delle possibilità produttive locali e accedere ad una sorta di specializzazione che la fecero emergere con una fisionomia propria. Il suo è proprio il caso di quei "loci", di cui parla Giuseppe Galasso, "emergenti per vitalità o per vocazione dalla dominante vita rurale della regione", e che in questo periodo acquistano "fisionomia artigianale propria" con strutture specifiche ed organizzazione familiare43. Se tutto ciò potette avvenire fu perché non venne mai meno, nonostante l’assottigliamento all’epoca dell’anarchia, il rapporto con Salerno, perché gli stessi Normanni avevano protetto l’entroterra salernitano considerato uno dei più ricchi del regno e posto al centro di uno dei fenomeni economici più salienti di questo periodo.

L’economia salernitana, che si poggiava su di un’agricoltura legata alla produzione silvo-pastorale ed artigiana amalgamata dalle attività mercantili, attingeva da questa realtà non solo i prodotti ma anche il capitale creando un’interrelazione feconda che determinò un fenomeno particolare legato alla peculiarità di questo entroterra. Qui la disgregazione dell’economia chiusa non aveva provocato alcuna frattura tra le attività agro-pastorali e quelle artigiano-manifatturiere quando queste ultime si erano trasferite in città e avevano acquisito un carattere più specialistico, in quanto le prime fornivano a quell’artigianato uomini, denaro e la materia prima che in più giungeva al centro artigianale, anche dopo aver subito una prima trasformazione nei luoghi di origine, il tutto agevolato da un particolare tipo di mercatura che manteneva stretto il rapporto tra la città e la sua campagna. Questo fenomeno è evidente per quanto riguarda il prodotto principale della pastorizia dei monti che orlano a nord e ad est l’entroterra salernitano, sia la lana asportata dalle pelli che le stesse pelli, le quali prima di essere lavorate nelle botteghe di Salerno subivano, le une a Solofra e a Rota, le altre nei casali di Giffoni, un primo trattamento utilizzando le acque del flubio-rivus siccus-saltera e quelle dell’Irno. Ma il rapporto tra Salerno e i centri artigianali di piccole dimensioni dell’interno si nota anche per altre attività come la lavorazione del ferro che si era sviluppata a Montoro-S. Agata, fin dal periodo longobardo e si impianterà a Serino44.

Nella realtà artigianale della Salerno normanna continuarono ad avere un ruolo gli Ebrei, che erano una colonia ricca e vivace presente anche nell’entroterra salernitano e che per le attività legate alla macellazione e alla lavorazione degli oggetti in pelle erano al centro di una sorta di monopolio. Ora diventano un gruppo specializzato in specifiche attività artigianali: lavorano il prodotto della pastorizia - la lana e le pelli -, svolgono le attività di concia e quelle di manganatura e tintura delle stoffe come lavori autonomi. In più in questo periodo, in cui si diffondeva l’uso della moneta, si trasformano, per le possibilità che il prestito offriva, un forte gruppo finanziario. Proprio per le prospettive economiche offerte dagli Ebrei i re Normanni affidarono il controllo della giudaica, il rione salernitano con le abitazioni e botteghe ebraiche, all’Arcivescovo. Ciò agevolò i rapporti tra questi artigiani e le terre dell’episcopio donde proveniva la materia prima per le loro attività e contribuì a trasferire le loro botteghe fuori Salerno lungo il Saltera di Sanseverino e l’Irno, di cui l’episcopio aveva il controllo. L’artigianato ebraico al tempo di Federico II era così ricco che l’imperatore lo fece controllare dal regio erario45.

Per questa sua ricchezza a Salerno furono confermati tutti i privilegi goduti nel periodo longobardo a cui si aggiunsero il jus funducariorum e poi il jus tintoriae e, tra i jura nova di Federico II, il jus auripellis (l’arte di impreziosire le pelli con fogli di oro). Questi ultimi attestano la diffusione di un artigianato di lusso - tessuti preziosi e oropelle - che fu una voce importante del commercio di Salerno e di Amalfi. In special modo a Salerno c’erano molte botteghe specializzate nell’arte di impreziosire le pelli con fogli di oro e di argento, infatti l’imperatore svevo concesse alla città, unica dopo Napoli, il jus proibendi46. Tali privilegi economici, tutti legati ai prodotti delle montagne dell’entroterra salernitano, confermano l’esistenza di un polo in questa area di produzione e indicano dove affondano le radici dell’attività artigianale - la concia delle pelli appunto - che caratterizzerà l’alto corso del flubio-rivus siccus.

Il grande re svevo si adoperò affinché fosse favorita anche la mercatura, che era diventata una caratteristica di questa pianura dove attingevano gli amalfitani e dove si era creato un ampio circuito di scambi che percorreva le campagne raccogliendo i prodotti nei mercati minori per convogliarli poi nel grande mercato di Salerno dando a questo tipo di commercio, legato al mondo rurale, la caratteristica di "mercatura di raccolta", che in quel periodo si riscontra anche nel piccolo cabotaggio commerciale delle navi salernitane lungo le coste. Federico II inoltre creò positive condizioni per facilitare gli scambi con l’apertura di nuove fiere e l’impegno a tenere sicure le strade47. Fiorente fu pure il commercio sostenuto dall’Abbazia di Cava con i suoi porti di Vietri e di Cetara che raccoglievano non solo i prodotti delle terre dell’Abbazia ma anche quelli dei fondi di liberi possessori che avevano contratti protezionistici col monastero.

Il Meridione divenne un mercato privilegiato anche per le città del centro e del nord e fu meta di mercanti veneziani, genovesi, pisani, fiorentini e ragusei che ebbero privilegi fin dal tempo di re Ruggiero e contro cui neanche Federico II fece una lotta a fondo, anche se la concorrenza fu fatale per Amalfi che nel periodo angioino fu scalzata da costoro. Il declino di Amalfi fu l’inizio di un ridimensionamento delle prospettive economiche dell’entroterra salernitano dove l’artigianato, ormai stabilizzatosi vivrà stentatamente e dove, se è vero che l’insediarsi di ogni nuova signoria significò occasione di nuovo sviluppo e nuova forza - e fu quello che successe a Solofra col passaggio alla signoria dei Filangieri e degli Zurlo -, ma lo fu nelle forme stanche che dalla dominazione angioina in poi caratterizzeranno il Meridione.

 

 

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* Questo lavoro con vari ampliamenti e precisazioni e diversamente strutturato è tratto da M. De Maio, Alle radici di Solofra. Dal tratturo transumantico all’autonomia territoriale, Avellino, 1997; e da M. De Maio, Solofra nel Medioevo. Un centro artigianale nel Principato salernitano in "Rassegna storica online", n. 2/2000.

1. M. De Maio, Alle radici di Solofra. Dal tratturo transumantico all’autonomia territoriale, Avellino, 1997, pp. 9-39. La conca solofrana ha ai lati, là dove si apre sulla pianura di Montoro-Sanseverino, due postazioni difensive che permisero la formazione di due insediamenti. Inoltre al suo imbocco gli straripamenti del fiume la rendevano inaccessibile. Il suo corso d’acqua, l’odierno torrente Solofrana, nel Medioevo era chiamato flubio nel territorio di Solofra, flubio riu sicchum nella piana di Montoro fino a Rota (S. Severino) e Saltera da Rota alla confluenza nel Sarno (ibidem).

2. Di questa chiesa hanno parlato B. Ruggiero, "Parrochia" e "plebs" in alcune fonti del Mezzogiorno longobardo e normanno in "Campania sacra", V (1974), pp. 5-11 e Per una storia della pieve rurale nel Mezzogiorno medievale in Potere, istituzioni, chiese locali: Aspetti e motivi del Mezzogiorno medievale dai Longobardi agli angioini (Bologna, 1977, p. 179); M. De Maio, La pieve di S. Angelo e S. Maria de "Locum Solofre" in "Rassegna storica irpina", 5-6 (1992), pp. 87-119; Id, Alle radici di Solofra. Dal tratturo transumantico all’autonomia territoriale (Avellino, 1997, pp. 31-36 e infra ora anche in versione web: http://www.solofrastorica.it/radicilibro); Id., Una chiesa medioevale nel Principato salernitano. La pieve di S. Angelo e Santa Maria del locum Solofre, in "Storia del mondo", Periodico telematico di Storia e Scienze umane (http://www.storiadelmondo.com), n. 5, 10 marzo 2003.

3. M. De Maio, Alle radici di Solofra..., cit., pp. 42-53.

4. Cfr. E. Pontieri, La meravigliosa avventura della "Gens Normannorum", in Divagazioni storiche e storiografiche, Napoli, 1960, pp. 21-99; F. Hirch-M. Schipa, Langobardia meridionale, Roma, 1968, pp. 180 e sgg. 

5. C. Carucci, La provinca di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922; M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarechia, Bari, 1923. Vale ricordare che il Guiscardo combatté per Niccolò II contro i Bizantini e i Saraceni e che portò Gregorio VII a Salerno sotto la sua protezione.

6. G. Crisci, Il cammino della Chiesa salernitana nell’opera dei suoi vescovi, I, Napoli-Roma, 1976, pp. 218 e sgg. Bisogna sottolineare il Sinodo di Salerno del 1067 cui parteciparono il vescovo Alfano, Ildebrando di Soana, Desiderio di Montecassino, il principe Gisulfo, Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggiero che sancì l’amicizia della Chiesa con i Normanni.

7. Cfr. M. De Maio, Una chiesa..., cit.

8. G. Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061-1384), Cava, 1977, pp. 22 e sgg.; F. Ughelli, Trogisius, VII, pp. 382-384 e 571; P. F. Kehr, Italia Pontificia, VIII, 14 e 351. Tra le conseguenze delle distruzioni di Troisio vale citare l’insabbiamento della via del passo di Castelluccia che nel 1102 fu definita "incongrua ad andandum" (Appendice Documentaria, n. 1).

9. B. Ruggiero, Per una storia..., pp. 64-65; G. Crisci, op. cit., pp. 180-181.

10. Ibidem.

11. M. De Maio, Alle radici..., cit., pp. 58-61. In seguito qui ci fu un rivolgimento viario poiché per le distruzioni di Troisio la via antiqua in parte si insabbiò lasciando alla postazione di Castelluccia solo la funzione di controllo della pianura di Montoro, mentre ad est si sviluppò, protetta dai castelli del Pergola-S. Marco, la via di Turci di comunicazione con la valle del Sabato, che sottolinea la nuova definizione avuta dalla zona.

12. A. Di Meo, Annali, Napoli, 1795-1819, V, p. 943.

13. Catalogus Baronum, Commentario a c. di E. Cuozzo, Napoli, 1974, p. 573. Ruggiero, che è chiamato "Rogerius senior de castello Lauri, qui de Sancto Severino", è presente nei documenti dal 1090 al 1125 (Codice Diplomatico Cavense, Index, s. a.) quando si ritirò a Cava dove si fece monaco e dove morì nel 1129; dalla moglie, Sighelgaita, ebbe diversi figli (cfr. G. Portanova, op. cit., pp. 44 e sgg). V. pure Appendice documentaria n. 4.

14. Ibidem, 271-275; G. Tescione, Caserta medioevale e i suoi conti e signori, Marcianise, 1965, pp. 17 e sgg. Roberto I, chiamato "dominus et habitator castelli qui dicitur Laure" è presente nei documenti tra il 1109 e il 1119, quando si ha notizia del matrimonio con Sarracena e della sua morte. Si sa di un’investitura fatta da lui nel castello di Montoro a Guglielmo Carbone di Monteforte alla quale era presente il padre Ruggiero e varie persone della sua corte e che ebbe un vicecomes, Giovanni, a Montoro (R. Arch. Neapolit. Monumenta, V, p. 325). Enrico è presente nei documenti fino al 1150. Tra i suoi discendenti, che non interessano il tenimento di cui si sta parlando, ci sono i più importanti rappresentanti dei Sanseverino.

15. Simone di Tivilla, figlio del normanno Guglielmo e feudatario di Nusco e Montella con possedimenti nell’alta valle del Sabato, dotò la moglie di una parte di quello che sarà il territorio del feudo di Serino (cfr. Catalogus Baronum, cit., 187-191; F. Scandone, L’Alta valle del Calore, Napoli, 1911, II, pp. 165 e sgg.). Sarracena, che fu la prima feudataria del tenimento Serino-Solofra (col vico di S. Agata) dopo il distacco dall’ampia contea di Rota, è presente nei documenti solofrani del 1159 e del 1164. V. Appendice documentaria, nn. 7 e 8.

16. In un documento del 1121, due anni dopo la morte del fratello, si coglie la pretesa di Enrico che si firma "filius et heres predicti domini Roggerii". Appendice documentaria, n. 4.

17. Nel 1129 Enrico è chiamato "senior filii quondam Rogerii de S. Severino" (F. Scandone, Documenti..., p. 372). Con lui iniziò la dinastia dei Sanseverino-Marsico. Enrico sarà nel castello di Montoro nel 1140 (cfr. G. Portanova, op. cit., pp. 79 e sgg.).

18. M. De Maio, Alle radici..., cit., pp. 62-63.

19. Cfr. G. Portanova, op. cit., pp 44 e sgg. V. pure Appendice documentaria, nn. 1 e 4.

20. Cfr. G. Tescione, op. cit.,, pp. 121-122; N. Cilento, Poteri e strutture nell’Italia meridionale, Salerno, 1981.

21. I documenti di questo periodo dimostrano questa politica di Ruggiero non solo nel porre sotto la protezione delle chiese le terre della contea quanto nella protezione dei possessores. V. Appendice Documentaria.

22. Si ha testimonianza di una prima donazione fatta nel 1159, confermata nel 1164 dalla stessa Sarracena e nel 1178 dal figlio Roberto II. I documenti confermano Serino come centro del feudo nel cui castello ha sede la corte, soprattutto attestano a Solofra una vita comune organizzata secondo usi e costumi propri, infatti le terre sono donate cum omni jure. (crf. Appendice documentaria, nn. 7, 8, 9, 10).

23. Cfr. M. De Maio, Una chiesa..., cit ; Alle radici..., cit., pp. 67-68; F. Calasso, La legislazione statutaria dell’Italia meridionale, I, Bologna, 1929.

24. La curia è documentata a Solofra nel 1187. V. Appendice documentaria, n. 10; F. Calasso, op. cit.

25. Cfr. M. De Maio, Alle radici..., cit., pp. 75 e sgg. In questo periodo entrambi i centri abitati della conca solofrana sono chiamati vico cioè sono diventati una unità tributaria e comunque una realtà più complessa rispetto alla precedente definita locum (cfr. F. Scandone, Documenti..., cit., pp. 374-375).

26. Catalogus Baronum, cit., pp. 271-275; G. Portanova, op. cit., pp. 85-88.

27. A. Di Meo, op. cit., V, 319.

28. Dopo il 1168 e sicuramente fino al 1187, quando entrambi i Sanseverino stilarono un atto riguardante alcune terre di Montoro e di Solofra, il figli di Roberto II di Caserta-Tricarico, Ruggiero II, e il cugino Guglielmo, erano in possesso di beni controllati dal castello di Montoro (Appendice documentaria, n. 10).

29. Cfr. A. Di Meo, op. cit., XI, 15; G. Tescione, op. cit., pp. 22-26.

30. G. Tescione, op. cit., p. 26. Ruggiero II governò il casale di Solofra, facente parte del feudo di Serino, tra il 1162 e il 1189 e fu capostipite del ramo dei Sanseverino di Serino-Tricarico (cfr. F. Della Marra, Discorso delle famiglie nobili, Napoli, 1641, p. 416). Il vico di S. Agata era la parte alta del territorio di Montoro che passò ai Tricarico di Serino-Solofra perché posta ai piedi del complesso montuoso del Pergola-S. Marco e perché in esso c’era la postazione di Castelluccia.

31. Guglielmo di Sanseverino dette inizio al ramo dei Caserta-Stringano che governerà su Montoro (documentata la presenza di Guglielmo a Montoro nel 1188 e nel 1196) fino a quando subì la confisca dei beni (fu tra i baroni che non offrirono un adeguato servizio militare a Federico) e Montoro fu posto nel demanio imperiale. Il feudo sarà restituito ai Sanseverino di Caserta tramite la contessa Berardissa, che aveva sposato Pietro de Suria, solo dopo la morte di Manfredi (cfr. Huillard-Bréholles, J-L. Alphonse, Historia Diplomatica Friderici secundi, I-VI, 1852-1861, VI, pp. 917-918; F. Scandone, Documenti..., cit., pp. 393-396; G. Tescione, op. cit., pp. 26 e sgg.).

32. Cfr. B. Ruggiero, Per una storia..., cit., pp. 64-65. Gli altri distretti furono quelli di "Nuceria", "Sancti Georgi" e "Sancti Severini" e "Muntoro".

33. P. F. Kehr, op. cit., 45, 358; Codice Diplomatico Verginiano, cit., X, 267-268. Il territorio della conca solofrana si era arricchito di altri due centri religiosi: la chiesa di S. Andrea (la prfima citazione è del 1195) nel territorio di S. Agata e quella di S. Croce nel territorio di Solofra. La caduta dell’intestazione a S. Maria della pieve solofrana si legge sul retro del citato documento dove, "in una beneventana molto calligrafica", è scritto "brebe de Santo Angelo" (cfr. B. Ruggiero, Potere..., cit.).

34. Codice Diplomatico Salernitano, cit., I, 124, n. 53.

35. Catalogus Baronum, cit., p. 33; A. Di Meo, op. cit., XI a. 1188, p. 19. In Appendice Documentaria (n. 13) c’è il documento riguardante la richiesta della comunità solofrana dalla cui lettura, nonostante le parti mancanti, si deduce che Giordano aveva tenuto a vita il casale di cui non aveva potuto avere l’investitura. Nel 1194 Giacomo fu a Montoro insieme a Guglielmo di Caserta per l’assegnazione, ciascuno per la sua parte, di alcune terre di Torchiati. (cfr. Appemdice Documentaria, nn. 11 e 12).

36. Codice Diplomatico Salernitano, Salerno, 1931, I, 131-135.

37. Nella corte capuana a Federico II non fu presentata l’assegnazione del casale di Solofra a Giordano perché costui era, in quella data, sicuramente già morto e il casale era ritornato a Giacomo Tricarico. Il distacco da Serino del casale di Solofra, che è segno di una evoluzione socio-economica, all’inizio fu dunque momentaneo.

38. CDS, I, pp. 131-135. 

39. Vale qui sottolineare solo per inciso che nel fallimento di tutti questi tentativi c’è il segno delle condizioni del Meridione e c’è la causa intima del suo mancato sviluppo nei secoli successivi (cfr. M. De Maio, Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese, Solofra, 2000).

40. E. Winkelmann, Acta Imperii, I, p. 776.

41. I Registri della Cancelleria Angioina, a c. di R. Filangieri, IV, Napoli, 1967, pp. 110-111.

42. C. Castellani, Capitula antiqua Universitatis terre Solofre antiquitus edita, Galatina, 1989, pp. 34-47. Il primo corpus di questi Capitoli che si riferisce a questo periodo è stato studiato in M. De Maio, Solofra nel mezzogiorno angioino-aragonese, cit., parte terza.

43. G. Galasso, Le città campane..., cit., pp. 129-130.

44. M. De Maio, Alle radici..., cit., pp. 75-80 e 95-100.

45. A. Sinno, Commerci e industrie nel salernitano, Salerno, 1954; D. Cosimato, L’arte della lana nella valle dell’Irno in Saggi di storia minore, Salerno, 1964, pp. 12-30; A Marongiu, Gli Ebrei a Salerno nei documenti dei secoli X e XIII, in "Archivio Storico delle Province Napoletane", 1937.

46. G. Yver, Les commerces et les merchands dans l’Italie au XIII et au XIV siècle, Paris, 1903, pp. 90-95; HB, IV, pp. 197-.200; L. Bianchini, Storia delle finanze nel Regno di Napoli, Napoli, 1888, pp. 57 e sgg.

47. G. Coniglio, Amalfi e il commercio nel Medioevo in "Nuova rivista storica" 1944-1945; A. O. Citarella, Il commercio di Amalfi nell’Alto Medioevo, Salerno, 1997; G. Yver, op. cit.. 

 

Articolo pubblicato sulla rivista web www.storiadelmondo.com del 23 ottobre 2003 (15/2003. Rassegna storica online 2(V) 2003)

 

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