Lo
sviluppo del centro artigiano di Solofra nella provincia salernitana del
periodo normanno-svevo*
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1. Posta tra i primi
contrafforti dei monti irpini sulla pianura
salernitana nel punto di raccordo tra il bacino del Sarno,
di cui è afferente il suo corso d’acqua - il flubio-rivus
siccus - e quello dell’Irno, Solofra, per gli
elementi geomorfologici della sua conca, conservò,
nel primo periodo altomedievale, la continuità
abitativa con il processo degli arroccamenti1. La vita nei
due insediamenti della conca - Le Cortine e Cortina del cerro -
aveva visto sorgere le prime forme artigianali legate alla lavorazione dei
prodotti dei monti, tra cui la concia delle pelli che si era stabilizzata in
loco per lo stretto rapporto economico-religioso con Salerno sviluppatosi
intorno alla pieve di S. Angelo e Santa Maria2. Questa chiesa rurale, prodotto della
politica salernitana di appropriazione delle
campagne all’indomani della guerra gotica, per le caratteristiche peculiari
di centro di un bacino isolato e fortemente conservativo, era divenuta un
importante punto di riferimento e di sviluppo, il cui stretto rapporto con
Salerno aveva permesso alla comunità, che, aveva preso specifiche forme
identificative, di partecipare alla fioritura economica di quel centro. Anzi
intorno alla chiesa si era realizzata una feconda unione di governo
ecclesiale e laico, espressione della sinergia che
il Principato longobardo di Salerno aveva saputo realizzare nella sua
campagna di riferimento e che sarà alla base dell’ulteriore configurazione
economica del centro rurale3. Il nuovo principe di Salerno, che si
presentava come una forza giovane in grado di difendere la città che continuò
ad essere un grande centro, sede della Scuola Medica
e capitale di uno dei più vasti domini normanni almeno fino all’unione di
tutto il meridione nel Regno di Sicilia (1130), fu sostenuto sia dal vescovo
Alfano, che si adoperò affinché il passaggio avvenisse senza traumi, sia dal
papato che riconobbe le sue conquiste5. Nel salernitano il
Guiscardo trovò una Chiesa molto forte, capace di controllare la nuova
realtà che si era creata nel Principato. Essa infatti
in questo travagliato periodo, in cui si disgregavano le antiche strutture
del potere, mise in atto un profondo processo di rigenerazione, sostenuta dal
papato che, per dare unità ed indirizzo all’opera di innovazione, intervenne
con Bolle e Concili ed elevò l’episcopio salernitano a sede primiziale, poggiandosi anche sull’aiuto dei Normanni6. Per mantenere il controllo del
territorio, dove c’era stato un sostanzioso incremento demografico, Non meno distruttivo fu il seguente
periodo di anarchia, che caratterizzò il primo tempo
della conquista normanna, in cui le terre erano tenute come proedia bellica da questi
conquistatori-feudatari che avevano al servizio uomini armati che
scorrazzavano nelle campagne portando distruzioni. Per questo motivo il
vescovo Alfano divise l’intero territorio della diocesi in 13 distretti di
varia ampiezza secondo il popolamento. Questa misura, che suppliva alla
debolezza del controllo politico e manteneva la giurisdizione ecclesiastica
legata al territorio, assicurando su di esso un
clero gerarchicamente subordinato ai poteri dell’ordinario, portò nella pianura
a nord-nord-est di Salerno alla formazione di cinque distretti: "Nuceria", "Sancti Georgi", "Sancti Severini", "Montorii"
e "Furini et Serini"9. Vale sottolineare
il valore di quest’ultimo distretto, molto più
grande e delicato degli altri, tutti posti in pianura, e in cui era inglobata
la realtà religiosa di Solofra. Esso occupava un ampio territorio lungo tutto
il confine tra i due ex Principati longobardi, parte del quale fu rivendicato
dall’arcivescovo di Benevento Roffrit e che Alfano
invece unì in una unica entità religiosa proprio per
dargli forza e sottolinearne l’appartenenza territoriale e amministrativa a
Salerno10. Inoltre questo distretto, che aveva acquistato la
fisionomia di polo territoriale-religioso, era
attraversato dall’unica via di comunicazione tra i due bacini, la romana via
antiqua qui badit ad sancte Agathe, protetta
dalla rocca di Castelluccia facente parte del
complesso montuoso del Pergola-San Marco, che delimita a nord la conca
solofrana. Esso costituiva un sicuro baluardo su questa parte della pianura
salernitana con sul versante nord il grande castello
di Serino che dominava la valle del Sabato, sul versante sud un punto
fortificato sulla conca solofrana e non distante il castello di Montoro11.
Su queste terre alla costituzione della
Contea di Rota, una delle dodici in cui fu diviso il territorio normanno che
comprese l’intero gastaldato omonimo - usque Serrina de ripileia, fino alla rocca di Serino - sul confine tra
i Principati di Salerno e di Benevento, il comes
Troisio stabilì un governo di tipo aristocratico ed
indipendente, che portò alla decadenza della economia
della zona12. Qui, dove c’era stata la libera proprietà di piccoli
conduttori che avevano trovato nel trasferimento a Salerno la possibilità di
portare in quella piazza mercantile le attività artigianali delle Cortine e
che avevano mantenuto uno stretto legame con i luoghi di origine,
si fermò la ricchezza produttiva e si arrestò la vivacità mercantile che
aveva animato la pianura bloccando il felice rapporto tra la città e la sua
campagna. 4. Nel 1081 da Troisio,
che si chiamò di Rota, la contea passò al figlio Ruggiero I,
col quale iniziò la dinastia dei Sanseverino.
Il giovane Sanseverino, che aveva sposato una
principessa longobarda Sikelgarda e che governò
nella contea fino al 112513, fece di Montoro il centro della zona
orientale della contea, costituendovi un suffeudo
in mano al figlio Roberto I, mentre nella parte
occidentale con centro Rota Ruggiero I associò al suo governo il figlio
Enrico14. Roberto I, con
cui si formò il ramo Sanseverino-Caserta, fu quindi
il primo feudatario della zona oggetto del nostro discorso. Alla sua morte
prematura (1119) prese consistenza il feudo di Serino, poiché la moglie Sarracena, rimasta vedova e reggente del figlio Roberto
II, sposò in terze nozze Simone de Tivilla, potente
feudatario di Montella che le donò come dotario parte del
territorio di Serino, che fu unito alle terre da lei gestite per il figlio
formando una nuova realtà intorno al Pergola San Marco con centro Serino15.
Sarracena dovette affrontare l’opposizione del
cognato Errico che alla morte del fratello, Roberto I,
pretese, vivente il padre, il governo delle sue terre a scapito del
nipote affidato alla madre16. La rivendicazione non ebbe l’esito
sperato da Enrico, poiché alla morte di Ruggiero I fu
confermata la divisione in due parti della contea di Rota, con una modifica
rispetto alla divisione precedente e cioè che il grande territorio di
Montoro, che era stato il centro del governo del defunto Roberto I, fu diviso
in due parti. La parte pianeggiante, più vicina al territorio di Rota, fu inglobata in questo ed andò ad Enrico17,
e la parte più alta, che giungeva fino alle pendici del Pergola-San Marco
entrando profondamente nella conca solofrana e comprendendo il vico di S.
Agata, restò nel territorio governato da Sarracena
insieme a Solofra, che allora occupava solo una parte della sua conca, e a
Serino ingrandita con il dotario di Sarracena. Si era definito in tal modo, anche da questo
versante, intorno al Pergola San Marco il feudo di
Serino, che aveva come punti fortificati il castello di Serino, il suo
rinforzo sul lato sud del Pergola, che era in territorio di S. Agata, e la
rocca di Castelluccia. Esso sottolineava,
ora anche amministrativamente, la definizione del
territorio già prima individuata18. 5. Le traversie della contea di Rota si inquadrano nel travagliato periodo di anarchia del
primo periodo della conquista normanna quando i territori non erano stati
ancora unificati dalla monarchia e quando il sistema feudale non si era
ancora stabilizzato nelle forme della monarchia di re Ruggiero II di Sicilia.
Le masse rurali erano sottoposte al potere, spesso incrociato e
incontrollato, di diverse autorità aggravato dalla diffusa precarietà
giudiziaria per cui si sentiva il bisogno di una
riorganizzazione del territorio in cui fosse soprattutto precisato il
titolare dei diritti che si chiedevano alle popolazioni. Questo fu l’impegno
dei principi normanni a cominciare da Ruggiero I di Sanseverino che
amministrò con saggezza le sue terre, garantendo il possesso fondiario,
nominando suoi adepti a controllarlo e favorendo anche l’aristocrazia
longobarda che, chiamata ad incarichi di fiducia, entrò a fare parte della
nuova burocrazia. Soprattutto il Sanseverino dette
inizio ad una politica a favore di chiese e monasteri che sarà
una caratteristica del governo normanno e che servì a porre le terre sotto la
protezione religiosa. Egli in special modo intraprese una politica a favore
del Monastero di Cava, di cui fu strenuo difensore, dando inizio ad una linea
di sostegno delle popolazioni che poi sarà seguita dai suoi successori e che
diverrà una tendenza generalizzata messa in atto anche dai piccoli
proprietari, di porre cioè le terre sotto la
protezione del grande ente religioso e che portò all’incardinamento
religioso dell’entroterra salernitano a favore di Cava19. Questa
linea, in un periodo in cui era venuto a mancare il sostegno della chiesa
salernitana, dilaniata dallo scisma di Anacleto II,
fu di grande sostegno alla nuova vitalità economica della pianura che fu
protetta dalle immunità di cui godeva l’Abbazia e che dette incremento alle
forze locali. Basti pensare al grande significato
che ebbe la donazione, fatta proprio da Ruggiero, del porto di Vietri al Cenobio di Cava che ne sottolinea le capacità e
ne indica le prospettive connotandone comunque la valenza essenzialmente
economica. Cava infatti sarà un importante punto di
riferimento per le terre su cui si estendeva la sua ombra protettrice, fonte
di sviluppo e incentivo alle attività, centro di smistamento e di scambi dei
prodotti della campagna20. Con Ruggiero si ebbe quindi il ritorno
della situazione socio-economica ai valori precedenti la conquista, riprese
il moto dalla campagna verso la pianura e riprese la vocazione alla integrazione tra questi due elementi che erano stati
e che saranno una peculiarità della provincia che si sta considerando21.
E questa fu anche la politica di Sarracena che nel suo lungo governo, prima per la minore
età del figlio poi per l’assenza di costui dal feudo dovuta alla
partecipazione alla guerra in Sicilia e alla conseguente prigionia, si pose
sulla linea intrapresa dal suocero infatti sostenne,
seguita poi anche dal figlio, l’incardinamento religioso
di Solofra con donazioni al cenobio di Cava che si affiancarono o furono il
completamento di altre donazioni fatte da possidenti locali22.
Questa tendenza evidenzia come gli abitanti andassero alla ricerca, dettata
da ragioni essenzialmente economiche, di un punto di riferimento sicuro poiché Cava si profilava, dopo e insieme a Salerno,
come il più importante centro di smistamento dei prodotti della campagna.
Pregna di positive conseguenze fu infatti
l’introduzione di Solofra nel circuito economico di Cava poiché i suoi
prodotti della terra e della pastorizia oltre a quelli artigianali, una volta
naturale complemento della vita dei fondi, uscirono dalla logica della
sussistenza per aprirsi alle opportunità della pianura in un raggio di azione
più ampio. 5. Durante il governo di Sarracena il
Meridione fu unificato in un unico regno a cui fu data una rigida struttura
feudale che poggiava su feudatari trasformati in dipendenti della corona,
sulle popolazioni a cui fu dato un fondamento di potere, sulle Capitanie e sui Giustizierati
in cui fu diviso il territorio del regno. Ad Ariano, dove il tenimento di
Serino entrò a far parte del grande Giustizierato
Principato e terra beneventana, che comprendeva
le terre dei due principati longobardi senza Salerno e senza gran parte del
territorio di Benevento inglobato nello stato della Chiesa e dove i feudatari
furono inquadrati nel nuovo regno, i Sanseverino
videro confermata la costituzione dei due rami - Sanseverino-Caserta
e Sanseverino-Marsico - e dei feudi che ad essi facevano capo. L’organizzazione normanna era tesa a
limitare l’indiscriminato potere feudale sulle popolazioni, infatti affrontava il delicato problema delle terre
comuni, gli usi civici, di cui i feudatari erano semplicemente usufruttuari,
conteneva gli abusi giudiziari, poiché la giustizia era fatta dai Giustizieri
in nome del re, mentre le imposte erano richieste dai Camerari
direttamente alla comunità dei cittadini. Questa struttura statale di grande modernità, che permise alle comunità, sciolte dai
rapporti con i feudatari, di organizzarsi a vita comune nelle Universitas e di darsi degli Statuti, giovò a
quelle comunità che già avevano esperienze di vita organizzata, come avvenne
per Solofra che aveva fatto questa esperienza intorno alla pieve di S. Angelo
e Santa Maria. Importante fu il fatto che la vita
della comunità fosse regolata da norme di vita non scritte ma che traevano dal
jus divino più forza e vigore in quanto
riconosciute da tutti quelli che vivevano nella comunità ecclesiale protette
proprio da questo diritto23. In questo periodo dunque la comunità di
Solofra, sotto la spinta della nuova organizzazione
amministrativo-giudiziaria, dovette procedere alla divisione del carico
fiscale e alla raccolta dei tributi, regolare i rapporti con gli ufficiali
del re, dovette soprattutto crearsi un luogo comune dove eserciate la
giustizia, una curia, dove in un primo periodo agirono giudici non propri.
Essa qui mandava i suoi homines idonei,
cioè persone adatte al ruolo di testimoni o di
fideiussori, a rappresentare l’intera popolazione. Da queste persone,
espressione di rapporti civili legati ad una vita semplice ma ritenuta degna,
si parte nella organizzazione della vita comune24. Vale sottolineare
il grande passo che il regime normanno permise alle comunità nella
organizzazione della loro vita autonoma. Esse in questo sistema conservarono
il diritto di proprietà, che dette loro la possibilità di usare i beni come
garanzia nel commercio, ebbero franchigie e permessi, che favorirono le
attività artigianali e che nel caso della concia solofrana significava l’uso
gratuito delle acque e dei prodotti delle selve di cui viveva
questa forma artigianale e che contribuì a radicare nel territorio questa
attività che ora non era esercitata più nei fondi pastorali ma in luoghi più
favorevoli, lungo le sponde dei fiumi e che si giovava della protezione delle
acque. Come i principi longobardi anche i Normanni infatti
protessero in modo particolare le attività artigianali della industria armentizia che si svolgeva lungo le rive dell’Irno e del Saltera-flubio-rivus siccus25. 6. Intanto Roberto II, per i servigi
fatti ai re normanni - sia Ruggiero I di Sicilia che Guglielmo I il Malo (1154-1166)- , si vide ingrandito il feudo con
Casera e Tricarico e, quando il figlio di Enrico Sanseverino-Marsico, il cugino Guglielmo, perdette i beni
per aver partecipato ad una congiura contro il re, ebbe assegnati proprio
quei beni che erano stati a lungo rivendicati da lui rimasto fedele al re26.
Questa situazione fu
però l’inizio di una nuova serie di contrasti tra i due rami della
famiglia Sanseverino poiché alla morte di Guglielmo
il Malo, il Sanseverino-Marsico fu reintegrato nei
suoi beni dal successore Guglielmo II il Buono (1166-1189) per cui Roberto II
(Sanseverino-Caserta), insieme al primogenito
Ruggiero II si recò a Messina - siamo nel 1168 - per rivendicare il territori
perduti27. I due Sanseverino di Serino
non ebbero ragione, si videro solo riconfermati nei loro possessi con
l’aggiunta di parte del territorio di Montoro,
quella parte che gli era stata tolta durante la sua minore età e data allo
zio Enrico28. Da questo momento Montoro si staccò da Rota definitivamente, ma rimase nelle mani dei Sanseverino di Serino solo per poco tempo29. Infatti alla morte di Roberto II (1183) i suoi figli -
Ruggiero II e Guglielmo II - si divisero il feudo, more Langobardorum: a Ruggiero II (con cui si formò il
ramo Serino-Tricarico) andò Tricarico
con Serino, quindi con S. Agata e il territorio di Solofra (cioè l’intera
conca solofrana) Alla fine del XII secolo dunque si
stabilizzò il territorio del feudo di Serino (con la definizione di Montoro)
che venne a coincidere anche con quello religioso poiché la chiesa di Salerno
aveva proceduto ad una ulteriore partizione del
territorio che fu diviso in Archipresbiterati, cioè
in parrocchie organizzate intorno ad un centro religioso preminente,
divisione che si era resa necessaria in seguito all’ulteriore proliferazione
di nuove chiese e che portò alla scissione del distretto di "Furino et Sirino" in due Archipresbiterati, uno facente capo a Forino e l’altro a
Serino32. Quest’ultimo, che si estendeva
a tutto l’alto bacino del flubio rivus-siccus, comprendeva le parrocchie di S. Angelo,
come era stata chiamata la pieve quando era
diventata parrocchia, e di S. Agata33. Bisogna tenere presente, per considerare
il valore territoriale-religioso dell’ordinamento
ecclesiastico salernitano nella organizzazione del
contado, che la nuova realtà rispecchiava la suddivisione feudale che aveva
subito l’intera zona; e vale sottolineare che la corrispondenza tra
l’organizzazione ecclesiale e quella politica permise ai gruppi che abitavano
sullo stesso territorio intorno ad una chiesa, uniti da fini ed interessi
comuni, di amalgamare le norme della vita ecclesiale con gli usi e i costumi
propri agevolando il processo di maturazione verso forme più complesse di
vita comunitaria. L’opera di riforma della Chiesa di
Salerno, che tenne presente la crescita, nella pianura alle spalle di
Salerno, del cenobio di Cava, che si affermava come punto di riferimento per
l’encardement delle campagne e come recupero
delle popolazioni rurali alla vita liturgica, favorì la creazione di un
intenso rapporto tra organizzazione ecclesiastica del contado e monachesimo,
il tutto legato al fenomeno dell’incastellamento
per la difesa delle terre e alle istanze economiche
dello sfruttamento intensivo di esse. Le terre della chiesa di Salerno e di
Cava furono governate da ciascuna di queste autorità e ciò fu sancito e
agevolato da vari privilegi, soprattutto di natura economica, sia al tempo di
re Ruggiero che di Federico II34. 7. Alla fine di questo secolo si ha un
momento importante per la comunità solofrana poiché
Ruggero II di Serino-Tricarico assegnò al figlio
Giordano il casale di Solofra, atto che mostra l’intenzione di sottolineare
la peculiarità del territorio in verità molto ristretto, ma già
economicamente ben definito e diverso dalla vocazione di quelli limitrofi.
Giordano però morì presto senza figli per cui il
casale ritornò nel feudo originario, tenuto dal fratello Giacomo, primogenito
di Ruggiero II e divenuto feudatario di Serino per la morte del padre (1189).
Giacomo però dovette affrontare una inchiesta della
Magna curia al tempo di Federico II, poiché la comunità solofrana, proprio
per la morte di Giordano, fece richiesta all’imperatore di decadenza del
potere feudale e di assegnazione al regio demanio35. Siamo in un periodo difficile della
monarchia normanna, alla fine del XII secolo, quando per la morte senza eredi
di Guglielmo II il Buono, il regno, passato a Costanza ultima erede degli Altavilla e sposa dell’imperatore Enrico VI, e
conteso da Tancredi, fratello naturale di Costanza preferito dai Normanni,
vide proprio il salernitano e la piana di Rota-Montoro
al centro di ritorsioni, deportazioni, saccheggi e distruzioni. Né le cose
migliorarono durante la minore età di Federico II sotto la tutela della madre
Costanza (1197-1198) e poi del papa Innocenzo III (1198-1208)
quando si aprì un periodo di anarchia di cui approfittarono sia i
militari tedeschi, che presero a scorrazzare per il regno, sia i feudatari
che imposero vessazioni e soprusi di ogni genere, cui si aggiunsero, per
l’assenza dell’arcivescovo, arbìtri e manomissioni
di beni anche nelle terre dell’episcopio salernitano nonostante i privilegi
di cui godevano36. Le terre dipendenti da Cava, garantite
anch’esse da diplomi e privilegi ma più protette dalla fama della grande Abbazia, godettero invece di una relativa pace che
favorì il processo di sviluppo economico. Quando Federico II uscì dalla minore età
e fu eletto re (1201-1202) dovette ristabilire
l’autorità della monarchia e potette farlo meglio di re Ruggiero, le cui
Costituzioni erano rimaste in gran parte inascoltate, soprattutto dovette
mettere ordine all’anarchia feudale degli ultimi anni cosa che fece col
parlamento generale di Capua (1220)37 e
due anni dopo a Melfi, quando emanò le Costituzioni in cui furono ridefiniti
i rapporti tra i feudatari e i vassalli, e fu ristrutturata l’amministrazione
dei Giustizierati. Importante in questo frangente
furono i privilegi giurisdizionali ed economici concessi alle terre
ecclesiastiche che giovarono molto alla comunità del vico di Solofra
dipendente, si è detto, sia da Cava che
dall’episcopio di Salerno, perché fu sostenuta la definizione acquistata
dalle terre dei due enti, di sostegno cioè alle attività economiche38. La richiesta della Universitas di Solofra, nel grande momento di
rinnovamento delle strutture feudali posto in essere da Federico II, si
poggiava sulla politica imperiale in favore delle Universitas
e si poggiava in special modo sull’articolo Ut de successionibus
delle Costituzioni melfitane che stabiliva che,
quando non era assicurata la trasmissione per via diretta, i fratelli
potevano ereditare solo se il feudo era antico cioè dell’avo del feudatario.
Proprio per ciò nacque un’indagine sull’origine del feudo di Serino che portò
alla definizione della causa in favore del feudatario Giacomo. Al di là dell’esito sfavorevole per Solofra qui vale
sottolineare il valore intrinseco della richiesta che mostra una comunità
matura, civilmente, perché in grado di organizzare una causa feudale, e
soprattutto economicamente perché ha delle prospettive tali da motivare e
sostenere la richiesta, infatti lo status di feudo imperiale, che
avrebbe avuto Solofra, avrebbe apportato indubbi giovamenti economici
all’artigianato solofrano. In sostanza emerge la presa di
coscienza di una ben consolidata comunitas,
un’ansia di partecipazione diretta alla vita comune, un gruppo di cittadini
mossi da particolari interessi e sensibili a diritti che si vogliono
difendere, una comunità in grado di seguire una politica antifeudale. Anzi in questa richiesta c’è l’inizio di una tendenza
rivendicativa antifeudale che caratterizzerà la comunità solofrana lungo
tutta la sua storia, di una comunità che sente la feudalità come un ostacolo
alle attività economiche e che cerca di liberasene39. Questo fatto però fu di
ostacolo per Solofra nell’acquisto della piena autonomia,
amministrativa prima40 e territoriale poi, infatti Giacomo Tricarico, assegnò il vico alla figlia Giordana
che da lei fu portato in dote ad Alduino Filangieri41. Con
l’autonomia territoriale l’Universitas
acquistò la pienezza della vita amministrativa e giudiziaria e dovette crearsi
una base legislativa come si legge negli articoli dei Capitula
antiqua Universitatis terre Solofre
antiquitus edita42. 8. Il periodo federiciano
fu di grande stimolo per la comunità di Solofra, che aveva sviluppato le
attività economiche emerse nel periodo longobardo e portato a maturazione
piena il moto di aggregazione attorno ai possessores, che usavano i proventi delle
terre e della pastorizia per il commercio. Essa nel primo periodo normanno,
quando in un certo senso si erano rallentati i rapporti col centro urbano di
riferimento, seppe ripiegarsi in sé attingendo alle proprie risorse per una ridefinizione delle possibilità produttive locali e
accedere ad una sorta di specializzazione che la fecero
emergere con una fisionomia propria. Il suo è proprio il caso di quei "loci", di cui parla Giuseppe Galasso, "emergenti
per vitalità o per vocazione dalla dominante vita rurale della regione",
e che in questo periodo acquistano "fisionomia artigianale propria"
con strutture specifiche ed organizzazione familiare43. Se tutto
ciò potette avvenire fu perché non venne mai meno, nonostante
l’assottigliamento all’epoca dell’anarchia, il rapporto con Salerno, perché
gli stessi Normanni avevano protetto l’entroterra salernitano considerato uno
dei più ricchi del regno e posto al centro di uno dei fenomeni economici più
salienti di questo periodo. L’economia salernitana, che si poggiava
su di un’agricoltura legata alla produzione silvo-pastorale
ed artigiana amalgamata dalle attività mercantili, attingeva da questa realtà non solo i prodotti ma anche il capitale
creando un’interrelazione feconda che determinò un fenomeno particolare
legato alla peculiarità di questo entroterra. Qui la disgregazione
dell’economia chiusa non aveva provocato alcuna frattura tra le attività
agro-pastorali e quelle artigiano-manifatturiere
quando queste ultime si erano trasferite in città e avevano acquisito un
carattere più specialistico, in quanto le prime fornivano a quell’artigianato uomini, denaro e la materia prima che
in più giungeva al centro artigianale, anche dopo aver subito una prima
trasformazione nei luoghi di origine, il tutto agevolato da un particolare
tipo di mercatura che manteneva stretto il rapporto tra la città e la sua
campagna. Questo fenomeno è evidente per quanto riguarda il prodotto
principale della pastorizia dei monti che orlano a nord e ad est l’entroterra
salernitano, sia la lana asportata dalle pelli che le stesse pelli, le quali
prima di essere lavorate nelle botteghe di Salerno subivano, le une a Solofra
e a Rota, le altre nei casali di Giffoni, un primo
trattamento utilizzando le acque del flubio-rivus
siccus-saltera e quelle dell’Irno.
Ma il rapporto tra Salerno e i centri artigianali di piccole dimensioni
dell’interno si nota anche per altre attività come la lavorazione del ferro
che si era sviluppata a Montoro-S.
Agata, fin dal periodo longobardo e si impianterà a Serino44. Nella realtà artigianale della Salerno
normanna continuarono ad avere un ruolo gli Ebrei, che erano una colonia
ricca e vivace presente anche nell’entroterra salernitano e che per le
attività legate alla macellazione e alla lavorazione degli oggetti in pelle erano al centro di una sorta di monopolio. Ora
diventano un gruppo specializzato in specifiche attività artigianali:
lavorano il prodotto della pastorizia - la lana e le pelli -, svolgono le
attività di concia e quelle di manganatura e tintura delle stoffe come lavori
autonomi. In più in questo periodo, in cui si diffondeva l’uso della moneta,
si trasformano, per le possibilità che il prestito offriva, un forte gruppo
finanziario. Proprio per le prospettive economiche offerte dagli Ebrei i re Normanni affidarono il controllo della giudaica,
il rione salernitano con le abitazioni e botteghe ebraiche, all’Arcivescovo.
Ciò agevolò i rapporti tra questi artigiani e le terre dell’episcopio donde
proveniva la materia prima per le loro attività e contribuì a trasferire le
loro botteghe fuori Salerno lungo il Saltera di Sanseverino e l’Irno, di cui
l’episcopio aveva il controllo. L’artigianato ebraico al tempo di Federico II
era così ricco che l’imperatore lo fece controllare dal regio erario45. Per questa sua ricchezza a Salerno
furono confermati tutti i privilegi goduti nel periodo longobardo a cui si
aggiunsero il jus
funducariorum e poi il jus
tintoriae e, tra i jura
nova di Federico II, il jus auripellis (l’arte di impreziosire le pelli con fogli
di oro). Questi ultimi attestano la diffusione di un artigianato di lusso -
tessuti preziosi e oropelle - che fu una voce
importante del commercio di Salerno e di Amalfi. In
special modo a Salerno c’erano molte botteghe specializzate nell’arte di
impreziosire le pelli con fogli di oro e di argento,
infatti l’imperatore svevo concesse alla città,
unica dopo Napoli, il jus proibendi46.
Tali privilegi economici, tutti legati ai prodotti delle montagne
dell’entroterra salernitano, confermano l’esistenza di un polo in questa area di produzione e indicano dove affondano le
radici dell’attività artigianale - la concia delle pelli appunto - che
caratterizzerà l’alto corso del flubio-rivus
siccus. Il grande re svevo si adoperò affinché fosse favorita anche la
mercatura, che era diventata una caratteristica di questa pianura dove
attingevano gli amalfitani e dove si era creato un
ampio circuito di scambi che percorreva le campagne raccogliendo i prodotti
nei mercati minori per convogliarli poi nel grande mercato di Salerno dando a
questo tipo di commercio, legato al mondo rurale, la caratteristica di
"mercatura di raccolta", che in quel periodo si riscontra anche nel
piccolo cabotaggio commerciale delle navi salernitane
lungo le coste. Federico II inoltre creò positive
condizioni per facilitare gli scambi con l’apertura di nuove fiere e
l’impegno a tenere sicure le strade47. Fiorente fu pure il
commercio sostenuto dall’Abbazia di Cava con i suoi porti di Vietri e di Cetara che raccoglievano
non solo i prodotti delle terre dell’Abbazia ma anche quelli dei fondi di
liberi possessori che avevano contratti protezionistici col monastero. Il Meridione divenne un mercato
privilegiato anche per le città del centro e del nord e fu meta di mercanti
veneziani, genovesi, pisani, fiorentini e ragusei
che ebbero privilegi fin dal tempo di re Ruggiero e contro cui
neanche Federico II fece una lotta a fondo, anche se la concorrenza fu fatale
per Amalfi che nel periodo angioino fu scalzata da
costoro. Il declino di Amalfi fu l’inizio di un
ridimensionamento delle prospettive economiche dell’entroterra salernitano
dove l’artigianato, ormai stabilizzatosi vivrà stentatamente e dove, se è
vero che l’insediarsi di ogni nuova signoria significò occasione di nuovo
sviluppo e nuova forza - e fu quello che successe a Solofra col passaggio
alla signoria dei Filangieri e degli Zurlo -, ma lo fu nelle forme stanche
che dalla dominazione angioina in poi
caratterizzeranno il Meridione. |
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* Questo lavoro con vari ampliamenti e precisazioni e diversamente strutturato è tratto da M. De Maio, Alle radici di Solofra. Dal tratturo transumantico all’autonomia territoriale, Avellino, 1997; e da M. De Maio, Solofra nel Medioevo. Un centro artigianale nel Principato salernitano in "Rassegna storica online", n. 2/2000.
2. Di questa chiesa hanno parlato B. Ruggiero, "Parrochia" e "plebs" in alcune fonti del Mezzogiorno longobardo e normanno in "Campania sacra", V (1974), pp. 5-11 e Per una storia della pieve rurale nel Mezzogiorno medievale in Potere, istituzioni, chiese locali: Aspetti e motivi del Mezzogiorno medievale dai Longobardi agli angioini (Bologna, 1977, p. 179); M. De Maio, La pieve di S. Angelo e S. Maria de "Locum Solofre" in "Rassegna storica irpina", 5-6 (1992), pp. 87-119; Id, Alle radici di Solofra. Dal tratturo transumantico all’autonomia territoriale (Avellino, 1997, pp. 31-36 e infra ora anche in versione web: http://www.solofrastorica.it/radicilibro); Id., Una chiesa medioevale nel Principato salernitano. La pieve di S. Angelo e Santa Maria del locum Solofre, in "Storia del mondo", Periodico telematico di Storia e Scienze umane (http://www.storiadelmondo.com), n. 5, 10 marzo 2003.
4. Cfr. E. Pontieri, La meravigliosa avventura della "Gens Normannorum", in Divagazioni storiche e storiografiche, Napoli, 1960, pp. 21-99; F. Hirch-M. Schipa, Langobardia meridionale, Roma, 1968, pp. 180 e sgg.
7. Cfr. M. De Maio, Una chiesa..., cit.
9. B. Ruggiero, Per una storia..., pp. 64-65; G. Crisci, op. cit., pp. 180-181.
10. Ibidem.
13. Catalogus Baronum, Commentario a c. di E. Cuozzo, Napoli, 1974, p. 573. Ruggiero, che è chiamato "Rogerius senior de castello Lauri, qui de Sancto Severino", è presente nei documenti dal 1090 al 1125 (Codice Diplomatico Cavense, Index, s. a.) quando si ritirò a Cava dove si fece monaco e dove morì nel 1129; dalla moglie, Sighelgaita, ebbe diversi figli (cfr. G. Portanova, op. cit., pp. 44 e sgg). V. pure Appendice documentaria n. 4.
14. Ibidem, 271-275; G. Tescione, Caserta medioevale e i suoi conti e signori, Marcianise, 1965, pp. 17 e sgg. Roberto I, chiamato "dominus et habitator castelli qui dicitur Laure" è presente nei documenti tra il 1109 e il 1119, quando si ha notizia del matrimonio con Sarracena e della sua morte. Si sa di un’investitura fatta da lui nel castello di Montoro a Guglielmo Carbone di Monteforte alla quale era presente il padre Ruggiero e varie persone della sua corte e che ebbe un vicecomes, Giovanni, a Montoro (R. Arch. Neapolit. Monumenta, V, p. 325). Enrico è presente nei documenti fino al 1150. Tra i suoi discendenti, che non interessano il tenimento di cui si sta parlando, ci sono i più importanti rappresentanti dei Sanseverino.
15. Simone di Tivilla, figlio del normanno Guglielmo e feudatario di Nusco e Montella con possedimenti nell’alta valle del Sabato, dotò la moglie di una parte di quello che sarà il territorio del feudo di Serino (cfr. Catalogus Baronum, cit., 187-191; F. Scandone, L’Alta valle del Calore, Napoli, 1911, II, pp. 165 e sgg.). Sarracena, che fu la prima feudataria del tenimento Serino-Solofra (col vico di S. Agata) dopo il distacco dall’ampia contea di Rota, è presente nei documenti solofrani del 1159 e del 1164. V. Appendice documentaria, nn. 7 e 8.
17. Nel 1129 Enrico è chiamato "senior filii quondam Rogerii de S. Severino" (F. Scandone, Documenti..., p. 372). Con lui iniziò la dinastia dei Sanseverino-Marsico. Enrico sarà nel castello di Montoro nel 1140 (cfr. G. Portanova, op. cit., pp. 79 e sgg.).
19. Cfr. G. Portanova, op. cit., pp 44 e sgg. V. pure Appendice documentaria, nn. 1 e 4.
20. Cfr. G. Tescione, op. cit.,, pp. 121-122; N. Cilento, Poteri e strutture nell’Italia meridionale, Salerno, 1981.
21. I documenti di questo periodo dimostrano questa politica di Ruggiero non solo nel porre sotto la protezione delle chiese le terre della contea quanto nella protezione dei possessores. V. Appendice Documentaria.
22. Si ha testimonianza di una prima donazione fatta nel 1159, confermata nel 1164 dalla stessa Sarracena e nel 1178 dal figlio Roberto II. I documenti confermano Serino come centro del feudo nel cui castello ha sede la corte, soprattutto attestano a Solofra una vita comune organizzata secondo usi e costumi propri, infatti le terre sono donate cum omni jure. (crf. Appendice documentaria, nn. 7, 8, 9, 10).
23. Cfr. M. De Maio, Una chiesa..., cit ; Alle radici..., cit., pp. 67-68; F. Calasso, La legislazione statutaria dell’Italia meridionale, I, Bologna, 1929.
24. La curia è documentata a Solofra nel 1187. V. Appendice documentaria, n. 10; F. Calasso, op. cit.
25. Cfr. M. De Maio, Alle radici..., cit., pp. 75 e sgg. In questo periodo entrambi i centri abitati della conca solofrana sono chiamati vico cioè sono diventati una unità tributaria e comunque una realtà più complessa rispetto alla precedente definita locum (cfr. F. Scandone, Documenti..., cit., pp. 374-375).
26. Catalogus Baronum, cit., pp. 271-275; G. Portanova, op. cit., pp. 85-88.
28. Dopo il 1168 e sicuramente fino al 1187, quando entrambi i Sanseverino stilarono un atto riguardante alcune terre di Montoro e di Solofra, il figli di Roberto II di Caserta-Tricarico, Ruggiero II, e il cugino Guglielmo, erano in possesso di beni controllati dal castello di Montoro (Appendice documentaria, n. 10).
29. Cfr. A. Di Meo, op. cit., XI, 15; G. Tescione, op. cit., pp. 22-26.
31. Guglielmo di Sanseverino dette inizio al ramo dei Caserta-Stringano che governerà su Montoro (documentata la presenza di Guglielmo a Montoro nel 1188 e nel 1196) fino a quando subì la confisca dei beni (fu tra i baroni che non offrirono un adeguato servizio militare a Federico) e Montoro fu posto nel demanio imperiale. Il feudo sarà restituito ai Sanseverino di Caserta tramite la contessa Berardissa, che aveva sposato Pietro de Suria, solo dopo la morte di Manfredi (cfr. Huillard-Bréholles, J-L. Alphonse, Historia Diplomatica Friderici secundi, I-VI, 1852-1861, VI, pp. 917-918; F. Scandone, Documenti..., cit., pp. 393-396; G. Tescione, op. cit., pp. 26 e sgg.).
32. Cfr. B. Ruggiero, Per una storia..., cit., pp. 64-65. Gli altri distretti furono quelli di "Nuceria", "Sancti Georgi" e "Sancti Severini" e "Muntoro".
33. P. F. Kehr, op. cit., 45, 358; Codice Diplomatico Verginiano, cit., X, 267-268. Il territorio della conca solofrana si era arricchito di altri due centri religiosi: la chiesa di S. Andrea (la prfima citazione è del 1195) nel territorio di S. Agata e quella di S. Croce nel territorio di Solofra. La caduta dell’intestazione a S. Maria della pieve solofrana si legge sul retro del citato documento dove, "in una beneventana molto calligrafica", è scritto "brebe de Santo Angelo" (cfr. B. Ruggiero, Potere..., cit.).
34. Codice Diplomatico Salernitano, cit., I, 124, n. 53.
35. Catalogus
Baronum, cit., p. 33; A. Di Meo, op. cit., XI a. 1188, p.
36. Codice Diplomatico Salernitano, Salerno, 1931, I, 131-135.
37. Nella corte capuana a Federico II non fu presentata l’assegnazione del casale di Solofra a Giordano perché costui era, in quella data, sicuramente già morto e il casale era ritornato a Giacomo Tricarico. Il distacco da Serino del casale di Solofra, che è segno di una evoluzione socio-economica, all’inizio fu dunque momentaneo.
38. CDS, I, pp. 131-135.
39. Vale qui sottolineare solo per inciso che nel fallimento di tutti questi tentativi c’è il segno delle condizioni del Meridione e c’è la causa intima del suo mancato sviluppo nei secoli successivi (cfr. M. De Maio, Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese, Solofra, 2000).
40. E. Winkelmann, Acta Imperii, I, p. 776.
41. I Registri della Cancelleria Angioina, a c. di R. Filangieri, IV, Napoli, 1967, pp. 110-111.
Articolo
pubblicato sulla rivista web www.storiadelmondo.com
del 23 ottobre 2003 (15/2003. Rassegna storica online
2(V) 2003)
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