Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano, Dieci anni di poesia (1994-2004),

 Elio Sellino Editore, 2007, pp. 107.

 

 

Questo lavoro di Francesco D’Episcopo, oltre ad essere un giusto riconoscimento alla poesia di Giuseppe Iuliano, si lega in modo esplicito al fermento nato intorno ad una lodevole ed importante iniziativa di promozione della poesia meridionale. Si intende parlare del “Centro di documentazione sulla poesia del Sud”, nato a Nusco in provincia di Avellino, per porre rimedio alla “ingiusta esclusione di tutta la poesia del Sud dalle storie letterarie, dalle antologie e dai manuali scolastici che si limitano a prendere in considerazione solo poche voci meridionali”. Il Centro, di cui lo stesso Iuliano, nativo del paese irpino, è stato ideatore e promotore insieme a Paolo Saggese, intende realizzare una grande biblioteca di poeti meridionali e riscrivere la storia letteraria italiana individuando le voci autentiche del Sud ignorate dalla critica ufficiale. Molti sono i frutti nati da questa iniziativa, dalla bella pubblicazione Poeti del Sud a cura del Saggese, ad una collana di poeti dal titolo Cultura meridionale, al cartello della Compagnia del Sancarluccio di Napoli, che ha presentato un recital di Franco Nico dal titolo Rocco Scotellaro e i Poeti del Sud, ad altre manifestazioni dello stesso Centro, a cui si collegano quelle nate in altri luoghi dell’Irpinia e del Sud.

Il critico salernitano infatti afferma che lo scopo del suo lavoro, oltre a presentare “un confronto diretto tra critico ed autore”, vuole essere un incontro con l’Irpinia, una terra ricca di risorse e di stimoli che “nella dispersione del nostro tempo” “ha rappresentato un luogo alternativo di aggregazione e amicizia intorno ad un comune focolare acceso della cultura viva, vera, quella da consumare insieme alla tavola imbandita della festa, accompagnata da una conversazione feconda e felice”. In modo specifico egli vuole mostrare di questa terra la ricchezza genuina e non contaminata, propria delle località dell’interno, fatta di voci, soprattutto quelle dei poeti, “isole”, sì, ma capaci di “diventare un arcipelago”, perchè dotate di una forza aggregante e guerriera propria delle periferie che si sostanziano di una ricchezza non omologata, non fittizia, non artificiale, ma feconda, che “conservano una strenua fedeltà a un grido guerriero comune”. “Eroici ed estremi difensori di lembi di civiltà”, sono i poeti irpini, che, contro il pericolo di una “indifferenziata omologazione politica e culturale”, hanno gettato “il seme della organizzazione poetica” che poggia sulla ricchezza “di riserve da potenziare e rifondare piuttosto che da sciupare, svendere, barattare”, nella certezza che il nostro Sud “ha assoluto bisogno di incontrarsi in patria per promuovere sinergie, capaci di smuovere le viscere di antichi vulcani, che ribollono di rabbia e di amore”. Solo così, operando in questa terra, si potrà “scovare” il lupo irpino “perchè il suo ululato riempia il mondo” di quella “forza antropologica” che è stata smarrita nella decadenza dell’oggi, una forza fatta di “sensi” e di “sentimenti” più che di “ragione” (Prologo, pp. 5-7).

Giuseppe Iuliano, uno di questi poeti, richiama a pieno l’immagine del lupo irpino, che nella poesia trova la possibilità di lanciare un grido contro il degrado del suo tempo e del suo Sud. Un poeta che non ha paura di raccontare la realtà così com’è, senza infingimenti, un poeta che scopre e denunzia. Fin dalla prima indagine, quella di Antinomie e maschere del 1994, appare “poeta al contrario”, non colui che crea melodie, ma colui che non teme di scavare con toni aspri e stridenti nella “vita malata di uguale”, del Sud, fatto di “case basse / e panni stesi / di stazioni senza fermate / dove la voce era lamento / e il giorno una bestemmia di pane”; non teme di “sprofondare nelle sabbie mobili di una umanità viva e cocente”. Pur da questo suo osservatorio di periferia o proprio per questo, la poesia dello Iuliano, sottolinea il D’Episcopo, “si segnala come antidoto a una dannazione dell’anima” perchè è una caratteristica o un miracolo di questo tipo di poesia in cui l’interiorità del sentire, ha il potere di esorcizzare ogni pessimismo e “rivendica la centralità della propria periferia” (pp. 13-24).

Nell’analizzare la silloge Digressioni di un aedo del 1999 il critico indica la densità dei significati nascosti nei versi del poeta, che sembrano non avere alcun filo logico, appunto digressioni, per stigmatizzare “situazioni nodose, non risolvibili in facili spiegazioni, ma rese vive dal parto travagliato della parola poetica”, che sono come semi gettati qua e là, ma essenziali e ricchi di futuro. I temi delle radici, della terra, del paese natio non si possono eludere, né fuggire poiché troppo profondi, troppo ancestrali i legami. Anche qui emerge il coraggio del poeta che prende sulle spalle questo fardello e, attraverso lo scavo “della mente e della penna”, giunge alla conoscenza profonda, spietata, cruda, che “si dilata a condizione esistenziale” e va oltre il Sud e oltre l’Italia e che solo per un momento l’antico rimedio della “maschera” riesce a eludere. Sorte permessa al poeta, “profeta disarmato”, vate a cui è dato vedere, che non può fare a meno di “errare e di profetizzare, gridando le proprie verità”, anche se la sua è “voce nel silenzio”, anche se lui è “poeta / senza serti di ulivo / né segni di gloria”, ma capace, con le sue “poche armi”, di procedere verso le costruzioni del pessimismo positivo (pp. 27-35).

Questi stessi temi, ripresi, ampliati e portati a compimento attingendo ad “altre partiture”, si ritrovano nella successiva raccolta Parole per voce sola del 2002. Qui il critico mette in risalto come la poesia dello Iuliano si sostanzi di “toni epici” nel raccontare la sua Irpinia, terra del Sud, appendice del mondo, “eterna questione irrisolta”, e diventi denunzia e messaggio. Denunzia di una situazione (La nostra scorza / è pietra scistosa / in continua frammentazione / che si ritrova pugno di sabbia / a scandire inesorabile i ritmi / del tempo e le sue fughe), comune e soffocante, nonostante il peso della sua storia e delle sue tradizioni. Denunzia per voce sola, se pure per voce di poeta, che ha la possibilità di elevarla al di sopra delle voci comuni e tracciare un’epica dell’impotenza (“di chi non ha voce né sociale né storica”) che illustra una verità troppo spessa disattesa. Neanche la dimensione religiosa, presenza rilevante nella storia mediterranea, rileva il critico, “offre la soluzione” o indica “la via da percorrere”, anzi “la visione fortemente laica di Iuliano si fa voce sferzante”, soprattutto quando “il potere si riveste di presunta sacralità e i discorsi imbonitori” “nascondono mancate rivoluzioni di ingiustizia sociale” (Chi è povero conosce il niente / non crede ai comizi di mestiere / ai discorsi beati della Montagna, / non vanta fortuna di gigli di campo / né cibo sicuro di specie di uccelli). Né il poeta irpino manca di lanciare “i suoi strali” contro il mondo virtuale dei nostri tempi e ingaggiare con esso la sua lotta, la sua sfida rinnovatrice. Tutto questo, sottolinea il D’Episcopo, è affidato ad un linguaggio “chiaro, evidente, nonostante la complessa densità degli argomenti, schizzante dalle righe, straripante con ritmo lungo, epico, di periodi divisi in versi, quasi senza virgole per non interrompere il respiro, gravidi di reminiscenze, di allitterazioni aspre, di ripetute anafore; un linguaggio pietroso, dal sapore antico, nonostante la modernità, che si aggruma e si scioglie sul filo di memorie individuali e collettive; il linguaggio di una poesia, che intende proporsi come corale, che non rinuncia caparbia alla ribellione e al sogno” (pp. 47-64).

Nell’ultima opera dello Iuliano, Voli e nuvoli del 2004, il D’Episcopo indica nel titolo la “raffigurazione metaforica del bifrontismo della realtà” fatta di “sogni e ideali”, ma anche del “grigiore ombroso” del quotidiano. Qui il poeta, con toni più pacati del consueto, elegiaci ed intimi, si ripiega sul senso dell’“ultimo viaggio”, si macera nel dubbio dell’“ultima fermata”, sulla incertezza dell’“orario di partenza”. Ma anche in questa raccolta, dice il D’Episcopo, si fa sentire l’impegno civile dello Iuliano, riappare “il tono fustigante”, che ”violentemente percote la tronfia retorica dei potenti” e si conferma come poesia “coraggiosa”, “che non ama infingimenti, che non vuole né ignorare né tacere”, una poesia che “stimola ad una rilettura doverosa del presente”, “che trae il suo pessimismo da un approccio realistico con la vita, con la società, con la storia”; “un realismo spietato” che è “lezione civile di coraggio”. Ma, sottolinea il critico, “il rifiuto di facili illusioni non spegne” il sogno. Sottolinea “il rapporto col sacro”, che è “vera pietra miliare” di questa raccolta, perchè “il sacro penetra e permea di sé, da tempo immemorabile, il tessuto antico del sud”; sottolinea “lo scavo antropologico” condotto dal poeta, che fa emergere una “commistione di passato e presente, di pagano e cristiano”, “perpetuando una paganità, che in fondo chiede solo di ristabilire”, attraverso l’archepito della grande madre, “il culto dell’umano” e trovare “risposte possibili / soffi vitali per disperdere la cenere”. L’ultima poesia, Solo tu poesia, è quella che permette, conclude il critico, di scoprire tutto il valore della poesia, possibilità unica e irrinunciabile dell’uomo che pensa ed ama. Il bellissimo inno alla poesia (Solo tu poesia permetti di evadere. / Serve il tuo canto a evitare la pazzia / e penetrare i misteri della vita, / di questa vita / che disperata sceglie l’ultimo volo. / La tua parola amica / suono in armonia per ogni orecchio / incoraggia il canto / fiato e respiro che tocca il vero / e poco teme l’ignoto), diciamo col D’Episcopo, riesce a smorzare, “a conclusione di un viaggio spesso rabbioso, nel cuore del dolore, i toni dissacranti, irati di una giustizia negata, per lasciare spazio ad un’invocazione amorosa, che è adesione a una riscoperta, possibile speranza”. Ed è questa la più grande possibilità che ha l’uomo.     

 

 

Da “Riscontri”, Sabatia Editrice, 2007

 

 

 

Home

 

Pagine dedicate alla Letteratura

 

Scrivi

 

 

 

© www.mimmademaio.com - 2007