Nirvana e Dio, l’Altro trascendente

 

(da P. Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, pp. 1-31)

 

 

 

Secondo la mia impressione, è universalmente riconosciuto che crescere non sia soltanto un’esperienza meravigliosa, emozionante e piena di soddisfazioni, ma che si tratti anche, e spesso soprattutto, di una prova dolorosa, sconcertante e frustrante. E naturale: abbandonare quanto ci familiare, addentrarsi in sfere sconosciute e diventare qualcosa che non eravamo può essere terrificante e impegnativo.

Se questo è vero della vita in generale, dovrebbe essere vero anche della fede religiosa. Più precisamente, se capire chi siamo veramente, nel passaggio dall’infanzia alla cosiddetta maturità, rappresenta per la maggioranza di noi un processo che progredisce lottando con la confusione, dovremmo aspettarci che il medesimo processo agisca nel tentare di capire chi sia Dio. Tale è stata certamente la mia esperienza personale. Invecchiando, confido che la mia fede in Dio si sia approfondita, ma ciò è avvenuto grazie al pungolo della confusione. Senza nessuna confusione, nessun approfondimento.

La ragione stessa che lega crescita umana e problemi ha a che vedere, nella crescita religiosa, con il processo naturale del diventare grandi. Intelligenza e maturità spirituali devono stare al passo con intelligenza e maturità emotive. Il modo in cui tale crescita sinergica avrà luogo, se mai lo avrà, varierà da persona a persona. Credo, però, che esistano alcuni motivi generali, specie nel caso degli americani, che spieghino il ritardo con cui questa sinergia si realizza. Per molti cristiani, mentre l’istruzione scolastica generale matura di pari passo con il corpo e l’intelligenza, la formazione religiosa (se mai ne ricevono una) termina in terza media o alla fine delle superiori. Sono costretti ad affrontare la vita adulta senza aver mai preso la maturità nell’istruzione religiosa.

Ciò può produrre delle difficoltà, specie perché essere adulti significa assumersi delle responsabilità e pensare con la propria testa. Il passaggio richiede di trovarne le ragioni all’interno della propria esperienza per confermare o respingere quanto abbiamo recepito da mamma e papà con la fede fiduciosa, ma spesso cieca, dei bambini. E collegare l’esperienza matura all’immagine infantile di un Essere Divino che lassù in cielo conduce lo spettacolo potrebbe rivelarsi altrettanto impossibile quanto entrare nel vestito della laurea venti o anche solo dieci anni dopo.

A queste tensioni si aggiunga il fatto che viviamo in un mondo (che si esprime più in Europa che negli Stati Uniti) nel quale gli scienziati continuano a rispondere alle domande alle quali pensavamo che Dio fosse la risposta, o in cui gli psicologi e i politologi non smettono di puntualizzare che la religione è uno strumento efficace più per manipolare che per la maturazione, e in cui si chiarisce ancor meglio il motivo per cui il passaggio dall’esperienza religiosa infantile a quella adulta incorre nel tipo di problemi che bloccano il processo se non vi pongono addirittura fine.

 

 

IL DISAGIO DI TRE IMMAGINI DI DIO

 

Nel lontano 1975, il primissimo corso che tenni per gli specializzandi in teologia (presso l’Unione Teologica Cattolica di Chicago) era intitolato “Il problema di Dio”. Per me, come per molti, il problema rimane. Nel tentare di rimettere in ordine e di identificare le varie sfaccettature del mio problema di Dio  - ovvero le ragioni per cui sussulto ogni volta che mi capita di sentire o di leggere come noi cristiani parliamo di Dio -  individuo tre immagini di Dio che mi mettono a disagio:

 

Dio, l’Altro trascendente;

Dio, l’Altro personale;

Dio, l’Altro conosciuto.

 

Non riesco in alcun modo a fornire risposte belle e pronte a una sfilza di domande che hanno punzecchiato e tormentato numerosissime menti assai più formate della mia. Eppure, voglio tentare di indagare per meglio comprendere, a mio e ad altrui beneficio, come il buddismo mi abbia aiutato nell’affrontare a viso aperto simili interrogativi e persino di elaborare alcune risposte utili.

In quel che segue nel presente capitolo (e negli altri), spero di portare avanti quella che John Dunne, nel suo meraviglioso libriccino The Way of All the Earth, già negli anni Settanta del Novecento ha definito

 

«l’avventura spirituale del nostro tempo»: passare a una diversa tradizione religiosa nella maniera più aperta, attenta e personale possibile, e poi ripassare alla propria religione, per vedere come “mettersi nei panni” di qualcun altro sul piano religioso possa aiutare a capire i propri per indossarli.

 

È quanto farò nei tre segmenti che costituiscono la struttura portante dei capitoli di questo libro. Per prima cosa, cercherò di tratteggiare un quadro, il più chiaro possibile, dei combattimenti interiori che vivo in un particolare ambito della fede e della pratica cristiane. Poi passerò a descrivere come un buddhista potrebbe affrontare simili lotte e interrogativi; e infine compirò il passaggio inverso e cercherò di esporre quanto ho imparato dal buddhismo e ciò che penso possa essere funzionale a un recupero e a un approfondimento della fede cristiana.

 

 

ANALISI CRITICA DELLA PRIMA IMMAGINE DI DIO: L’ALTRO TRASCENDENTE

 

Le mie lotte interiori: l’Altro trascendente

 

Da qualche parte, Carl Gustav Jung ha dichiarato che, in base alla propria esperienza con i pazienti, quando le persone religiose varcano la soglia della mezza età, cominciano ad avere problemi con un Dio immaginato come un Altro trascendente, cioè un Essere esistente “lassù” o “là fuori”in un luogo chiamato cielo. Un quadro simile corrisponde sicuramente a me e ai miei problemi. Anzi, sebbene sotto molti profili della mia vita possa essere stato un fiore tardivo, in quest’ambito sono stato, in base alla previsione junghiana, abbastanza precoce. Già intorno ai venticinque anni avevo difficoltà a circoscrivere con la mente e con il cuore l’immagine di Dio come Altro. Attraverso tutti i miei dibattiti interiori, ho meglio chiarito a me stesso che l’alterità in sé non costituisce il vero problema. Devono esistere altri, specialmente “altri significativi” [espressione americana per “persone speciali”, N.d.T.] nella nostra vita, se essa è destinata a essere sana e fruttuosa. Dio non meriterebbe il posto in cima alla mia lista degli altri significativi?

 

La pietra d’inciampo è legata al fatto che Dio è ritratto diversamente rispetto a tutte le altre persone speciali nella mia vita. Egli (nella restante parte di questo paragrafo ho la sensazione sia appropriato utilizzare il tradizionale pronome maschile) è l’Altro trascendente. O, come mi fu insegnato durante i miei studi teologici a Roma nei lontani anni Sessanta, Dio è il totaliter aliter, il totalmente Altro, infinitamente al di là di ciò che noi siamo in quanto esseri umani e finiti. Nella sua trascendenza Dio è ci veniva insegnato, infinitamente completo, appagato in , non bisognoso di nulla “Ipsum esse subsistens”, era la definizione in latino che memorizzavamo: “Dio è l’Essere auto-sussistente”, Essere originante da se stesso, dipendente solamente da se stesso e in grado di essere felice tutto da solo.

 

 

Un Altro che non ha bisogno di nessun altro

 

Bisogna ammetterlo: una simile immagine di Dio quale Essere auto-sussistente costituisce più un portato della filosofia greca che dei racconti biblici (per quanto alcuni studiosi della Bibbia vedano le sue radici nell’affermazione di Dio quale “Io sono colui che sono” in Es 3,14). Quando ci ho riflettuto sopra, mi sono accorto che Dio è un Altro che davvero non ha bisogno di altri e che pertanto, nella propria autosufficienza, non può veramente essere toccato da altri. In effetti questa visione corrisponde a un’impostazione teologica cristiana abbastanza normale: Dio non ha bisogni che lo renderebbero dipendente dalle creature, cioè bisogni che offuscherebbero la perfezione e l’autosufficienza di Dio. Da secoli i teologi (condizionati, potrei aggiungere, dalla concezione greca e molto maschile di perfezione e di autosufficienza) hanno circondato Dio a mo’ di guardie del corpo, assicurandosi che nessuno lo tocchi davvero. Essere toccato e modificato da qualcosa che Dio non è costituirebbe, per così dire, una debolezza inammissibile per l’infinita alterità di Dio.

Un momento, però. Questa è soltanto una delle due facce dell’immagine di Dio all’interno della dottrina cristiana. Il Dio di Abramo, Mosè e Gesù è anche un Dio d’amore. Il cristianesimo afferma che il Dio che è infinitamente altro, infinitamente perfetto e potente, è anche un Dio che ama infinitamente. La creazione costituisce il segno e l’espressione suprema del suo amore

proprio perché, spiegano i teologi, questo Dio, che nella propria autosufficienza e perfezione non aveva bisogno di creare, l’ha fatto! Fare qualcosa che uno non ha bisogno di fare, sé anche quando non se ne ha assolutamente bisogno, questo, dicono i teologi, è amore nella forma più perfetta.

Ma lo è davvero? Ecco il punto in cui sono inciampato di nuovo. Nel riflettere, nel pregare, nei miei sforzi diretti a delineare o a sentire il Divino, non riuscivo a raccordare l’infinita alterità di Dio con l’infinito amore di Dio stesso, o l’essere trascendente di Dio con la sua azione immanente in questo mondo.

Per cominciare, se si crede che Dio sia amore e che la creazione sia espressione di questo amore e poi, immediatamente dopo, si aggiunge che Dio non aveva bisogno di creare, pare quasi che Dio non abbia bisogno di esprimere il proprio amore. Ma che razza di amore è questo? Ci può essere un amore che esiste soltanto, senza trovare espressione? Possiamo immaginare una persona che sia piena d’amore e che non lo mostri mai, o non lo metta mai in pratica? I teologi rispondono

spiegando che l’amore infinito, inerente a Dio, viene espresso nel suo seno, all’interno delle reciproche relazioni che compongono la Trinità. Così, l’amore di Dio potrebbe essere soddisfatto di essere soltanto un amore interno, un amore di sé? Mmmh.. . Sappiamo come chiamare un amore simile. Non intendo essere irrispettoso, ma devo essere onesto. Un amore che non ha bisogno di essere espresso non ha semplicemente senso, oppure è un po’ malato.

 

 

Creazione da zero

 

Ulteriori problemi nel riconciliare l’amore di Dio nella creazione con la concezione tradizionale dell’infinita alterità trascendete di Dio emergono dal modo in cui la dottrina cristiana ha concepito la creazione. Mi si chiede di credere nella “creazione dal nulla” (creatio ex nihilo). Dio ha fatto il mondo da zero, non disponeva di alcuna materia prima da plasmare. I teologi hanno insistito su questo punto (nella Bibbia non così chiaro) per due ragioni: per garantire che non esisteva nulla prima della creazione (altresì avrebbe avuto un’origine diversa da Dio e per garantire che Dio non trasse il mondo dall’essere stesso di Dio (giacché questo avrebbe posto il mondo a livello di Dio e demolito la trascendenza divina). Vi è, perciò, una chiara linea di demarcazione tra Dio e creazione: quella tra Produttore e prodotto, tra il totalmente Infinito e il totalmente finito, tra il Trascendente e l’immanente. Personalmente, questa linea di demarcazione la vedo e la sento come un abisso.

Ma proprio in questo, proclama la teologia cristiana, sta la meraviglia e il mistero del cristianesimo Essa annuncia che Dio ha attraversato l’abisso! Un Dio che, mischiandosi con il popolo di Israele, ha scelto entrare nella storia! E quella scelta e quell’ingresso sono giunti al proprio compimento totale e definitivo in Gesù di Nazareth, giacché in lui Dio si è fatto storia facendosi uomo. La trascendenza di Dio, per i cristiani, si è fatta immanente e presente in seno al creato, giacché i cristiani credono in un Dio che non solo agisce nella storia, ma si incarna e “prende carne” nella storia.

Tocchiamo qui il cuore stesso del cristianesimo e, come cercherò di spiegare nel capitolo, è per questo motivo che rimango cristiano. Ma rimangono ancora problemi nel ricomporre in modo coeso e coinvolgente la perdurante insistenza cristiana sull’alterità trascendente di Dio con una convincente affermazione dell’azione e incarnazione di Dio nel mondo. Per riassumere in un’espressione che spero non sia troppo semplicistica: dato lo spartiacque a mo’ di abisso tra Dio e il mondo, il coinvolgimento attivo di Dio nella nostra storia si rivela una via preferenziale e, nella sua suprema forma di incarnazione, un evento unico.

 

 

Una via a senso unico

 

È una via a senso unico perché, data l’insistenza cristiana sulla perfezione e immutabilità di Dio, Dio può certamente fare la differenza nel mondo, mentre il mondo non ne può fare alcuna per Dio. Personalmente, ricordo la mia perplessità trattenuta quando il gesuita padre Van Roo, che teneva il nostro corso “De Deo Uno” alla Gregoriana di Roma, con circospezione ci introduceva al distinguo: se, da un lato, l’influenza di Dio nel mondo è reale, dall’altro l’influenza del mondo su Dio è “rationis tantum” - tradotto approssimativamente: prodotto soltanto di fantasticherie del nostro cervello. Se il mondo potesse toccare Dio, spiegava il professore, offuscherebbe, infatti, la sua perfezione e indipendenza.

Dunque, l’azione di Dio nel mondo è come una via a senso unico. E sembra pure che questa strada abbia un tracciato un po’ privilegiato, che percorre alcuni quartieri e non altri. Quello a cui sto cercando di arrivare è un’argomentazione che ho sentito spesso in bocca ai miei studenti: sembra che Dio faccia dei favoritismi, ossia intervenga in un luogo ma non in un altro - nella storia del popolo ebraico, ma non in quella dei Cananei. Il che ci rimanda allo spartiacque tra la trascendenza di Dio e il mondo: infatti, essendo due ambiti totalmente diversi e Dio il signore di tutte le cose, nel suo agire nel mondo deve attraversare lo spartiacque. Deve, per così dire, costruire dei ponti.

Se mi è concesso estendere l’analogia, i ponti vengono edificati qua e là. Se, infatti, fossero dappertutto, non esisterebbe divisione! Per questo gli atti divini nel mondo non sono tanto eventi naturali o spontanei quanto veri e propri interventi, ovvero delle “scelte”. Dio sceglie di agire liberamente perché, si ricordi, non è tenuto ad agire. Poi, però, le sue scelte appaiono selettive, preferenziali, quasi che Dio amasse alcuni suoi figli più di altri.

Quest’ultima difficoltà è legata a filo doppio con ciò che il cristianesimo proclama come la parte migliore della Buona Novella: il fatto che questo Dio trascendente sia «disceso» dal Suo cielo trascendente e si sia identificato, o sia diventato una cosa sola con il suo creato. Il Divino «si fece carne» (Gv 1,14).

L’abisso qui non esiste più e siamo di fronte alla meraviglia dell’amore di Dio: la “rinuncia” ai privilegi della divinità e l’attraversamento dello spartiacque per diventare come noi, sotto ogni aspetto, escluso il peccato. Per quanto sia miracoloso, meraviglioso, incredibile, per me e per molti cristiani tutto questo porta con sé i problemi connessi a un intervento preferenziale. Il miracolo di un Dio che si fa uomo non solo avviene in una determinata epoca, in seno a un determinato popolo; avviene anche, insistono i cristiani, soltanto una volta. Soltanto in Gesù e in nessun altro luogo. Approfondiremo la questione con maggiore attenzione nel quinto capitolo; mi limito per il momento a menzionare il mio combattimento interiore: se, da un lato, sono perplesso dal fatto che Dio debba “discendere” per essere parte del mondo, lo sono ancor più dal motivo per cui lo abbia fatto una volta sola.

 

 

Il problema è il dualismo!

 

Per quanto molti miei maestri alla Gregoriana negli anni Sessanta possano essere stati eccessivamente scrupolosi, determinati com’erano a proteggere l’inattingibilità trascendente di Dio, e per quanto l’alterità divina pesi più sulle spalle della mia generazione che non su quella dei miei figli, comunque so che per molti cristiani di oggi esiste un problema profondo, fondamentale, legato al modo in cui i cristiani raffigurano e parlano di Dio-l’Altro. Darò al problema un nome filosofico, ma esso sta a indicare un malessere personale avvertito da molti cristiani, mentre ascoltano le prediche domenicali o cantano alla funzione la domenica.

Il cristianesimo, lungo la maggior parte della propria storia (in ragione del proprio condizionamento storico, non della sua natura), è stato afflitto dal problema del dualismo. Il mio dizionario definisce dualismo come «uno stato in cui qualcosa è caratterizzato da due parti o aspetti, che sono spesso contrari l’uno all’altro». La mia definizione più terra terra sarebbe: il dualismo si manifesta nel momento in cui compiamo distinzioni necessarie e poi finiamo per prenderle troppo sul serio, trasformando quelle distinzioni in linee di demarcazione piuttosto che di collegamento, usandole come fossero cartelli di vietato l’accesso. Così facendo, non solo distinguiamo, ma separiamo, e la separazione di norma porta a una graduatoria, secondo cui una parte è superiore all’altra nonché predominante. Si produce così il dualismo tra materia e spirito, Oriente e Occidente, natura e storia, maschio e femmina, Dio e mondo.

Ecco dov’è il nostro problema. Noi cristiani (non siamo l’unica religione a farlo) abbiamo distinto Dio e il mondo, o l’Infinito e il finito. Tali distinzioni sono corrette e appropriate, anzi necessarie. Poi, pero, amiamo esagerato davvero troppo le nostre belle distinzioni. Le abbiamo rese troppo chiare, troppo definite. Abbiamo talmente insistito sulla distanza tra Dio e il mondo siamo finiti per ritrovarci non con Dio e le creature ai due estremi dello stesso terreno di gioco, bensì in due stadi diversi! Abbiamo talmente sottolineato quanto Dio sia diverso e al di là delle creature che i nostri tentativi di “connettere” i due ambiti si rivelano soluzioni create a tavolino o artificiose o parziali oppure diseguali.

Il problema del dualismo consiste in questo: accentua così tanto la differenza tra due realtà, le separa così tanto, che non riesce a ricondurle a unità per mostrare come siano due facce della stessa medaglia, che si integrano, bisognosa l’una dell’altra, e come diano vita a una relazione autentica. Basti dire questo, che costituisce il cuore del problema: il dualismo cristiano ha talmente esagerato la differenza tra Dio e il mondo che non riesce proprio a mostrare come i due formino un’unità.

Naturalmente, quanto ho riassunto in queste pagine non rappresenta la totalità della tradizione, dell’esperienza e nemmeno della teologia cristiane, seppure riecheggi le voci predominanti e rifletta le immagini prevalenti diffuse non solo nelle credenze cristiane popolari, ma in molta della dottrina “standard” delle sue chiese. Tanta parte del credo e della spiritualità cristiani porta il peso di quello che ho chiamato il dualismo tra Dio e noi altri.

 

Il «Dio tutto là fuori dal mondo» (C.G. Jung), e il Dio “sopra di me” o “che discende su di me”, è un Dio in cui trovo difficile credere, una difficoltà condivisa da molti miei amici e studenti cristiani.

 

Se nella tradizione e nell’esperienza cristiane esiste un Dio interiore, un Dio che vive, si muove e ha il suo essere in noi e nel mondo, per trovarlo ci serve aiuto.

E credo che il buddhismo possa fornirlo.

 

 

L’AIUTO CHE VIENE DAL BUDDHISMO

 

 

Attraversando la frontiera del buddhismo: non Dio, ma connessione

 

Non dimenticherò mai l’agitazione che mi prese quando, da matricola al Seminario Maggiore del Verbo Divino di Conesus, nello Stato di New York, mi sforzai di iniziare a studiare il buddhismo (lo studiavo per conto mio, giacché allora il programma e seminario non lasciava spazio alle religioni “non cristiane”). Mi lasciò di sasso. No, anzi, sconcertato, stupefatto: il buddismo non aveva un.Dio! Avevo sentito parlare da qualche parte della proposta avanzata da Dietrich Bonhoeffer di una “religione senza religione”. Ma che dire della proposta di Buddha, di una “religione senza Dio”?

Pertanto, al mio primo incontro con il buddhismo, mi sentivo come se avessi sbattuto contro un muro. Più avanti mi sarei accorto che quel muro offre il metodo più sicuro di iniziare lo studio di una religione diversa dalla propria, poiché ci frena dal procedere nel modo in cui tenderemmo tutti in questi casi, cioè interpretando l’altra religione alla luce delle nostre personali prospettive e credenze per affermare che essa «dice in realtà la stessa cosa». Per quanto abbiano parecchio in comune, le religioni contengono tuttavia numerosi, o molto più che numerosi elementi che le differenziano.

 

Se ci sono, poi, due religioni in cui le differenze superano le somiglianze, penso che si tratti del buddhismo e del cristianesimo - è proprio questo che rende il dialogo tra le due tanto difficile e al contempo tanto fruttuoso.

 

 

BUDDHA NON PARLA DI DIO PERCHÉ PARTE DALL’UOMO ED INDAGA LA SOFFERENZA UMANA

 

L’intromissione di Dio

 

Dato che il vento del dialogo non soffiava a mio favore, rallentai e acconsentii che il buddhismo e i buddhisti mi parlassero. Venni a sapere, da libri e da amici buddhisti, che Buddha non intendeva necessariamente negare l’esistenza di Dio ma che semplicemente non voleva parlare di Dio o di qualsiasi altra questione formalmente religiosa. Per quale motivo? Ho l’impressione che fosse perchè intendeva parlare di qualcos’altro e magari temeva che il discorso su Dio, come qualsiasi altro discorso, potesse interferire. Voleva parlare di quanto aveva scoperto meditando sotto l’Albero della Bodhi (l’Albero delRisveglio’) nella città che oggi si chiama Bodh Gaya nell’India settentrionale. Aveva abbandonato residenza e famiglia principesca circa sei anni prima, per cominciare la propria ricerca dei modi di affrontare la sofferenza e sul senso ultimo dell’esistenza. Voleva condividere quella esperienza e per lui questo era tanto più importante che parlare di Dio e di Brahman (l’Assoluto nell’hinduismo) da sostituire proprio il discorso su Dio! Per Buddha l’esperienza era più importante di tanti discorsi.

Ma in che cosa consisteva l’esperienza che egli voleva trasmettere alle generazioni future? Prima di tentare di rispondere a questa domanda, devo comunque far presente che i buddhisti ci ricordano come non si riescano mai a trovare le parole giuste per farlo. In ogni caso, i documenti ci dicono che sotto l’Albero della Bodhi gli occhi di Buddha si aprirono (è questo il significato del titolo «Buddha») e vide le cose come sono realmente. Ebbe esperienza dell’Illuminazione, o Risveglio. L’oggetto o il contenuto di quel Risveglio assunsero successivamente il nome di nirvana. Dunque per i buddhisti quel che più importa è essere illuminati e pervenire alla realizzazione del nirvana.

 

 

LA SOFFERENZA NASCE DALL’EGOISMO

 

Un primo breve discorso

 

Per cogliere in qualche modo, nella nostra limitatezza, come ci si senta in uno stato di Risveglio e a che cosa punti il nirvana, dobbiamo passare rapidamente in rivista il primo discorso di Buddha, da lui pronunciato, a breve distanza dalla propria Illuminazione, ad alcuni dei suoi compagni di ricerca spirituale e meditativa a Sarnath, o Parco delle Gazzelle, alla periferia della città santa indiana di Varanasi o Benares. Erano «le Quattro Nobili Verità», che hanno costituito gli elementi caratterizzanti di uno dei sermoni più semplici ed efficaci mai pronunciati. Da quel giorno memorabile, collocabile intorno alla fine del VI secolo a. C., i buddhisti si tramandano il ricordo e cercano di vivere nella consapevolezza che:

 

1) la sofferenza o insoddisfazione (dukkha) si manifesta nella vita di tutti;

2) tale sofferenza è determinata dalla brama (tanha);

3) possiamo porre fine alla sofferenza ponendo fine alla brama;

4) per far cessare la brama, occorre seguire l’Ottuplice Sentiero di Buddha (che consiste in sostanza nel prendere seriamente il messaggio di Buddha, vivendo una vita morale, evitando di causare male agli altri e seguendo una pratica spirituale basata sulla meditazione).

 

Per comprendere il senso di queste Quattro Nobili Verità e i motivi del loro successo nella pratica, dobbiamo chiederci:

 

qual è mai il nesso causale tra tanha e dukkha, il rapporto di causa-effetto tra desiderio egoistico e sofferenza?

 

Insito nella risposta a questo interrogativo, a detta dei buddhisti, è qualcosa d’altro, alla cui consapevolezza Buddha giunse sotto l’Albero della Bodhi. Lo chiamano anicca, un termine che di norma è tradotto come ‘impermanenza: ogni cosa esistente (e, se Dio esiste, è compreso) si trova in costante movimento, in costante flusso, così che nulla, assolutamente nulla, rimane quello che è. Per i buddhisti, pertanto, il fatto o la qualità più basilare del mondo non è l’essere, come lo è per la maggioranza dei filosofi e dei teologi occidéntali, bensì il divenire. Equivalendo l’essere al divenire, si può “essere” soltanto se si è in movimento. (Possiamo notare un’immediata differenza rispetto a quanto riferito al Dio dei cristiani: per i teologi cristiani, definire Dio perfetto equivale a dire che non cambia; per i buddhisti, invocare la perfezione di Dio equivale a dire che Dio rappresenta la realtà più mutevole che si possa immaginare!).

 

Perchè mai, pero, tutto e transeunte e in costante mutamento? La risposta ha a che vedere con quello che si potrebbe definire l’altro lato dell’anicca: il pratityasamutpada o, tecnicamente, l”origine interdipendente. Detto più semplicemente, ciò significa che tutto cambia giacché tutto è interconnesso. Tutto ha origine e procede nell’esistenza attraverso e con qualcos’altro.

 

 

IL COMPORTAMENTO NATURALE DELL’UOMO E’ IL “MOVIMENTO CON” CONTRARIO ALL’EGOISMO.

 

Come arrivò a vedere Buddha, nulla ha una propria esistenza autonoma. Anzi, quando Buddha stesso volle descrivere l’io umano, o l’identità di sé di qualsiasi cosa, il termine che utilizzò fu anatta, che letteralmente significa ‘non-sé’ (analizzeremo questo concetto in maniera approfondita più avanti). Non siamo “sé”, nel senso di “cose” singole, separate, indipendenti. Piuttosto, siamo in costante mutamento, giacché stiamo costantemente inter-relazionandoci (oppure siamo oggetto di un’interrelazione) e pertanto, se per Buddha non siamo “essenti”, bensì “divenienti”, ora chiarisce che “divenienti con”.

 

A questo punto siamo in grado di capire perchè l’egoismo sia causa di sofferenza: quando agiamo egoisticamente, quando bramiamo, quando cerchiamo di possedere e trattenere qualcosa come nostro, quando ci rifiutiamo di lasciare la presa, in tutte queste occasioni stiamo agendo in modo contrario al funzionamento naturale delle cose. È con nuotare contro corrente o cercare di acchiappare e di tenere in mano un uccello in volo. L’egoismo produce frizione e volano scintille dolorose quando sfrega contro la realtà dal verso sbagliato, sicché per il buddhismo esso non è tanto peccaminoso, quanto stupido. (Però, esattamente come per i cristiani, produce sofferenza per sé e per gli altri). Non è che i buddhisti si oppongano al godimento della compagnia delle altre persone o delle cose, ci mettono soltanto in guardia dal cercare di trattenerle e dal pensare che siano di nostra proprietà. Non appena ci comporteremo così, infatti, voleranno scintille, con il risultato di ferire le persone.

 

 

Cosa ricercano i buddhisti

 

È dunque questa l’esperienza vissuta da Buddha e ricercata dai buddhisti: vogliono essere illuminati stilla verità autentica delle Quattro Nobili Verità, sulla realtà dell’impermanenza e dell’interconnessione di tutte le cose, sulla libertà e la pace che conseguono al loro risveglio a questa realtà di transitorietà. In ciò risiede l’aspirazione e quel che conta di più per loro. I buddhisti cercano il Risveglio come i cristiani cercano Dio, tanto che si potrebbe dire che il Risveglio rappresenti il loro “Assoluto”. Questo, allora, significa che l’Assoluto è per i buddisti un’esperienza personale? Be’, sì e no. Sì, perché l’Illuminazione è, anzitutto, esperienza personale e lo è necessariamente, visto che, se “non si capisce cosa sia”, non vi è “cosa” di cui parlare.

Una “cosa” però c’è, cioè l’Illuminazione è un’esperienza di qualcosa e quel qualcosa è costituito dal come le cose sono e operano. Non è una cosa nel senso in cui utilizziamo noi normalmente il termine: non è, infatti, possibile collocarla in questo o in quell’altro luogo, come le cose del mondo, e, soprattutto, non è dotata di un’esistenza propria  - vi ho già detto quanto i buddhisti insistano nell’affermare che ciò di cui parlano vada oltre le parole.

Eppure, i buddhisti stessi le usano per cogliere il contenuto o la realtà dell’Illuminazione. Dopo nirvana, uno dei termini più comuni del buddhismo è sunyata che, adoperato per definire un concetto elaborato in seno alla tradizione buddhista Mahayana (il movimento di riforma intervenuto alcuni secoli dopo la morte di Buddha), letteralmente significa ‘Vacuità’, o “Vuoto” .

 

 

IL “VUOTO” É CAPACITA’ DI ACCOGLIERE QUALSIASI COSA DOPO AVER FATTO PULIZIA.

 

 Ma non “vuoto” nel senso puramente negativo di nulla (come una stanza che è vuota), bensì “vacuo” nel senso di essere capace di accogliere qualsiasi cosa (una stanza che può essere riempita). La radice su significa “vuoto/pieno”, “gonfiato”, che corrisponde non solo alla cavità di un palloncino, ma alla potenzialità di una donna gravida. Sunyata afferma la realtà del fatto che tutte le cose non trovano la propria esistenza in se stesse, ma sono piuttosto aperte a, dipendenti da, e pertanto capaci di contribuire a ciò che è altro.

In tal senso, si può affermare che sunyata rifletta il significato letterale di nirvana: spegnersi, ovvero spegnere la propria esistenza, e dunque accendersi nell’altrui esistere. Altri termini adoperati dai buddhisti per indicare ciò cui aspirano non sono che appigli scivolosi relativi a qualcosa di realmente inafferrabile.

Ciò che divenne manifesto nel Buddha storico viene chiamato Dharmakaya, ‘corpo del Dharma’, in cui Dharma sta a indicare sia la verità infinita e inattingibile del messaggio di Buddha stesso, sia il potere trasformativo di cui tale verità è dotata.

In senso più pratico e personale, i buddhisti Zen parlano del Vuoto quale “natura di Buddha”, inerente a tutti gli esseri senzienti. Gli esseri umani, seguendo il Nobile Ottuplice Sentiero, possono realizzare ed esprimere la natura di Buddha nella propria vita. Tale misteriosa e interconnessa natura di Buddha è in realtà la nostra vera natura e ne possiamo fare esperienza quando abbandoniamo la presa del nostro egoismo e ci concediamo di interagire, donando e ricevendo, con ogni altra cosa nel tessuto interconnesso della realtà.

 

 

UN CONCETTO IMPORTANTE:TUTTO E’ IN MOVIMENTO ED IN INTERCONNESSIONE COL TUTTO: INTER-ESSERE

 

Thich Nhat Hanh, un moderno praticante, studioso e divulgatore del buddhismo Zen, traduce il termine sunyata in modo più libero, ma più accattivante, come ‘Interessere’. Si tratta della condizione di interconnessione delle cose, che produce continuamente nuove connessioni, nuove possibilità, nuovi problemi, nuova vita. In maniera più provocatoria e forse più impegnativa, Pema Chòdròn, maestra americana di uno stile tibetano di buddhismo, ama fare riferimento alla sunyata come “Insostanzialità”. Non vi è, fortunatamente, alcun fondamento stabile e immutabile per la vita, nessun luogo dove stare permanentemente, dal momento che tutto è in movimento in interdipendenza con tutto il resto. Quando diveniamo consapevoli di ciò e nuotiamo seguendo l’onda dell’insostanzialità, e non contro corrente, lasciandoci trasportare e assecondandone i movimenti, allora nuotare diventa non solo possibile, ma piacevole.

 

 

Un verbo o un avverbio?

 

A questo punto un cristiano come me, che sta cercando con circospezione e rispetto di passare sul fronte della dottrina e dell’esperienza buddhiste, si troverà a chiedersi: “Ma cos’è il nirvana?”. Esiste davvero in sé, oppure è soltanto un’illustrazione universale di come tutto è e agisce? Equivale a un “verbo” (un’attività autentica in seno al tutto), oppure è soltanto un “avverbio” (una descrizione di come tutto si comporta)? (So che i grammatici mi diranno che non si dà avverbio senza verbo... Forse è proprio questo il punto del mio discorso).

Si tratta di interrogativi tipicamente cristiani; oppure occidentali, e tuttavia si dice che Buddha nella sua vita abbia affrontato lo sconcerto che suscitano. In generale, ho l’impressione che vi abbia risposto in un modo inteso ad accrescere lo sconcerto al punto da farlo esplodere in una nuova intuizione. «La tua domanda non fa al caso nostro», oppure: «Quello che mi stai chiedendo non ha senso riguardo a ciò di cui parlo». Proseguì “spiegando” che è scorretto, inappropriato

o fuorviante tanto dire che «il nirvana/sunyata esiste», quanto dire che «il nirvana/sunyata non esiste».

In altre parole, non è possibile parlare in questo modo di ciò che Buddha cerca di far sperimentare e realizzare alle persone. Il nirvana/sunyata (Interessere/Insostanzialità) non è qualcosa che “esiste” nel modo in cui esiste ogni altra cosa. Non è una “cosa”che sperimentiamo come sperimentiamo le altre “cose”, anzi, esso in realtà è una non-cosa (altra espressione utilizzata da alcuni buddhisti Matayana): Mentre le altre cose traggono la propria esistenza dall’interconnessione, il sunyata o nirvana è esso stesso la loro interconnessione. Per usare un termine che non si riscontra nei testi originali, ma che è adottato dai buddhisti di oggi, il termine sunyata o Insostanzialità potrebbe essere immaginato come un processo, anzi, proprio il processo, da cui, in cui e attraverso cui tutto trae il proprio essere. Ops! ... Volevo dire il proprio divenire.

 

Un’altra immagine che si può utilizzare per il sunyata è quella di un campo energetico, in cui e da cui tutto riceve energia per inter-divenire. Un simile campo energetico “esiste” insieme a e tramite tutte le attività che si svolgono al suo interno, senza le quali esso non potrebbe esistere, pur non potendo comunque essere ridotto o ristretto a tali attività. A questo proposito sembra opportuno citare un ben noto luogo comune: il sunyata o Interessere è la somma delle sue parti e tuttavia è maggiore dell’insieme delle sue parti. Confesso lo sforzo titanico che sto compiendo per trovare parole e simboli, in questo mio tentativo di attraversare la frontiera del buddhismo. Spero davvero che quelli che ho scelto risultino appropriati.

 

 

IL TRASCENDENTE NELL’IMMANENTE

 

È proprio qui, ora!

 

Tramite quest’immagine dell’Interessere quale campo energetico noi cristiani siamo in grado di cogliere meglio dove ci conducono i buddhisti, specie quelli appartenenti alle tradizioni Mahayana, quando insistono col dire che «il nirvana è il samsara». Un’affermazione che rappresenta un rompicapo non faceto, ma serio, volto a spingerci verso un senso o una sensazione della “non dualità” tra quello che per i buddhisti è Supremo (quel che conta di più per loro) e quello che per tutti noi è il mondo finito. Il samsara rappresenta il nostro quotidiano, la nostra vita, in cui “ogni giorno ha il suo affanno”, la nostra esistenza intra-mondana in costante mutamento. La realtà finita che chiamiamo il quotidiano è il luogo in cui troviamo il nirvana o la Vacuità, giacché il samsara è il nirvana.

Detto altrimenti, ricorrendo a un’altra affermazione Mahayana, più concreta e astratta: «La Vacuità è forma e la forma è Vacuità», cioè la realtà trascendente e astratta del Vuoto si riscontra in ogni forma concreta cui dà espressione nel mondo: persone, animali, piante ed eventi. Infatti, non si può dare alcuna di queste singole forme senza la Vacuità, né si può avere il Vuoto senza queste singole forme.

Mi pare che in questo si esprima, nella sua forma più paradossalmente perfetta, ciò che prima abbiamo definito “non-dualità”. Qui si introduce e sostiene una distinzione tra nirvana e samsara, ovvero tra Vacuità e Forma. Non si tratta, infatti, di due ingredienti amalgamati in un unico impasto, ma di due ingredienti che, nella loro peculiarità, sono legati in un’interdipendenza essenziale che non consente una separazione netta dell’uno dall’altro. Citando la definizione di Raimon Panikkar, pioniere ed esperto del dialogo interreligioso: nell’autentica non-dualità  - in questo caso, nirvana e samsara - i poli dell’interrelazione «non sono due». Eppure, non sono nemmeno “uno”! I cristiani possono dire qualcosa di simile di Dio e del creato? E ora di riattraversare la frontiera in senso inverso.

 

 

Riattraversando la frontiera del cristianesimo: Dio, lo Spirito connettivo

 

Torno un istante a ricordare quello che spero di fare nelle sezioni in cui “riattraverso la frontiera”: intendo illustrare nel modo più chiaro possibile come il mio passaggio al modo buddhista di descrivere e di sperimentare il nirvana/sunyata/Interessere sia servito da guida e da lume nel dibattere il mio personale “problema di Dio”, ma vorrei anche essere sicuro di mostrare come il chiarore di questa luce guida si sia proiettato in due direzioni: all’indietro e in avanti. Penso, infatti, che mi abbia aiutato a volgere lo sguardo all’indietro per riscoprire e recuperare ciò che ha fatto parte della tradizione cristiana lungo tutta la sua storia e che allo stesso tempo mi abbia consentito di guardare avanti per ricreare la mia tradizione ed esplorare come «cose nuove e cose antiche» possano essere estratte dalla miniera del mio cristianesimo (cfr. Mt 13,52).

 

 

Ridiventare mistici per la prima volta

 

Marcus Borg è l’autore di un libro estremamente utile circa il bisogno dei cristiani di recuperare la corretta cognizione di Gesù, che a suo dire, costituirebbe un’immagine assai più attraente di Gesù stesso. Traggo dal titolo scelto da Borg, Meeting Jesus Again for the First Time, la considerazione che lo stesso si possa dire del bisogno avvertito da molti cristiani di recuperare le proprie tradizioni mistiche: hanno bisogno di ridiventare mistici per la prima volta. Karl Rahner, uno dei più stimati teologi cattolici del secolo scorso (e mio professore!), riconobbe tale bisogno in un’affermazione ripetuta in lungo e in largo: «In futuro i cristiani saranno mistici, o non saranno nulla».

Buddha mi ha messo in grado non soltanto di capire ma anche di cogliere la verità delle parole di Rahner come un vero e proprio pugno nello stomaco: sì, è proprio una questione di sopravvivenza.

 

A meno di non recuperare la mia tradizione mistica cristiana, non credo riuscirò a resistere tra le imperfezioni spesso frustranti della mia chiesa. Devo a Buddha di avermi chiamato “a essere di nuovo un mistico”, eppure questo “di nuovo” – sarà difficilissimo spiegarlo - è anche una “prima volta”. Con quello che ho imparato dal buddhismo, ho potuto recuperare parti del ricco patrimonio della mistici cristiana, presente tanto nei cosiddetti “mistici professionisti” della storia della Chiesa (Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Meister Eckhart, Giuliana di Norwich), quanto negli scritti neotestamentari del Vangelo di Giovanni e nelle Lettere di Paolo. Per via, però, del mio passaggio al buddhismo, è stato molto più che un recupero: per me non si è trattato soltanto di tirare fuori dal mio armadio cristiano i cappotti impolverati della mistica che già vi erano riposti, ma mi è stato possibile anche “ampliare” il guardaroba della mistica cristiana. Si può dire, da un lato, che quello che ho aggiunto si sia “abbinato” con quanto già c’era e che, dall’altro, abbia rappresentato qualcosa di nuovo. Dunque, ho sì riaperto l’armadio della mistica cristiana, ma come se fosse la prima volta. Lasciate che mi spieghi.

Quando Buddha si rifiutava di parlare di Dio per far strada all’esperienza dell’Illuminazione, sottolineava perfino con maggior vigore lo stesso punto cui mirava il ragionamento di Rahner, nella sua insistenza sul fatto che i cristiani debbano essere mistici: Dio deve essere un’esperienza, prima di poter essere una parola. A meno che Dio non sia un’esperienza, qualsiasi parola possiamo utilizzare per il Divino sarà priva di contenuto, come cartelli stradali che non indichino nessuna destinazione, come lampadine senza elettricità. L’avvertimento lanciato da Buddha, che credo Rahner sottoscriverebbe, è il seguente: se volete usare parole per parlare di Dio, assicuratevi che

esse siano precedute o almeno sorgano da una vostra esperienza personale; è un tipo di esperienza che in qualche modo vi toccherà nel profondo, forse vi fermerà sul vostro cammino, vi colmerà di stupore e di gratitudine, e costituirà un’esperienza per cui vi accorgerete che non esistono parole adeguate. Rahner ha elencato una sfilza di modi in cui queste esperienze possono verificarsi nella vita di ogni giorno: innamorarsi, sperare quando non c’è speranza, essere sopraffatti dalla bellezza della natura, ovvero momenti di profonda preghiera o meditazione. Spesso, o di norma, le esperienze si verificano prima che inizino qualsiasi discorso o esplicita consapevolezza di “Dio”. Ma si verificano e termini tipo “Dio” o “Mistero” o “Presenza”, ovvero “Silenzio”, appaiono inadatti.

Per inserire maggiormente questo discorso nell’ambito del nostro contesto contemporaneo, Buddha ha ricordato a me e a tutti noi cristiani come qualsiasi tipo di vita religiosa o di appartenenza ecclesiale si debba fondare sull’esperienza fatta da ciascuno. Non basta dire «amen!» a un credo obbedire scrupolosamente a una legge, oppure partecipare con regolarità alla liturgia: per quanto l’esperienza personale richiesta possa essere mediata da una comunità o da una chiesa, essa deve tuttavia essere personale. Senza un’esperienza mistica personale non ci si può autenticamente e onestamente definire religiosi.

Però al contempo si diviene liberi tanto di affermare e di trovare senso nella fede e nelle pratiche della propria chiesa, quanto di criticare la propria religione, il che significa porsi al disopra, confrontarsi con e insieme portare pazienza verso di essa. Sia Buddha che Gesù, per via delle loro straordinarie esperienze mistiche personali, furono in grado di criticare coraggiosamente le proprie religioni, hinduismo e giudaismo rispettivamente (Gesù al punto di finire in guai seri), ma anche di affermare e di preservare quanto vi trovarono di vero e di buono. I mistici infatti sono tanto seguaci fedeli, quanto critici scomodi - a mio parere, esattamente quello di cui le chiese cristiane hanno bisogno oggi.

 

 

Utilizzare la mia torcia buddhista

 

Nel paragrafo precedente ho adoperato molto la parola “esperienza” principalmente nel ripetere con insistenza che, senza qualche tipo di esperienza mistica, la religione è puramente una mistificazione o una struttura vuota. Devo dire qualcos’altro su ciò che intendo per “esperienza”. E ciò richiederà che, assistito dal buddhismo, aggiunga qualcosa su che cosa io e i cristiani come me potremmo intendere per “Dio”.

Forse il primo o principale aggettivo che gli studiosi di mistica comparata adoperano per descrivere che cosa intendono per esperienza mistica è unitiva. Non esiste un unico modo di sviscerare ciò a cui mirano. Avere un’esperienza mistica o un’esperienza religiosa personale significa sentirsi collegato a, parte di, unito a, consapevole di, una cosa sola con Qualcosa o con Qualche attività più grande di se stessi. Ci si sente, cioè, trasportati al di là del normale senso di sé, prendendo consapevolezza di un sé espanso, o di una perdita di sé, nella scoperta di qualcosa che va oltre le parole. Il filosofo delle religioni John Hick descrive l’esperienza mistica come il passaggio dall’egocentrismo all’Eterocentrismo, o essere centrato sulla realtà.

Di certo, la nostra descrizione dell’Illuminazione buddhista corrisponde a questo carattere unitivo della mistica, anche se i buddhisti, pur avendo come punto di forza la perdita del , usano termini deliberatamente vaghi per descrivere ciò a cui sono connessi: Vacuità, Insostanzialità, Interessere; i mistici cristiani, dal canto loro, esprimono con estrema chiarezza quello a cui sono collegati. La nostra letteratura mistica abbonda di espressioni quali «una sola cosa con Cristo», «templi dello Spirito Santo», «il Corpo di Cristo», «Sposi di Cristo», l’”inabitazione divina”, «partecipi della natura divina».

L’eccitazione e i rigori legati ai miei passaggi della frontiera interreligiosa cominciarono a farsi sentire quando iniziai a indagare le connessioni tra questi momenti di esaltazione mistica sul fronte cristiano e l’esperienza buddhista del sunyata. Ricordo lo zelo, ma anche l’esitazione che provai quando, già negli anni Settanta, all’Unione Teologica Cattolica, iniziai a chiedere ai miei studenti e a me stesso se la nozione buddhista di origine dipendente e quella di Interessere potessero aprire le porte a una comprensione più profonda dell’intuizione espressa da san Tommaso, quando proclamò che Dio partecipa alla creazione, o che noi partecipiamo all’essere di Dio

Oppure, con ancor maggiore intensità, chiesi se l’affermazione buddhista che il nirvana è il samsara possa aiutarci a capire il senso della descrizione filosofica offerta da Karl Rahner dell’«esistenziale soprannaturale», cioè la sua affermazione stupefacente e disorientante che la nostra condizione umana non sia soltanto umana o puramente naturale, perché dal primo momento della creazione l’umanità riceve l’infusione e l’animazione della grazia della presenza stessa di Dio. In altre parole, il “naturale” è effettivamente il “soprannaturale”. O, ancora, potrebbero le dottrine buddhiste sull’Interessere gettare una luce di dinamismo sull’elegante proposta avanzata da Paul Tillich (all’epoca abbastanza rivoluzionaria) che Dio possa essere inteso in base a una logica ferrea come Fondamento dell’Essere?

Nel rileggere il mio diario spirituale in preparazione a questo libro, mi sono reso conto di quanto abbia combattuto negli anni, traendone grandi soddisfazioni e talvolta qualche disagio, con questo tipo di interscambio tra buddhismo e cristianesimo. Sono però giunto a un punto in cui, sulla scorta di tali indagini, devo ammettere che il Dio che professo ogni domenica, il Dio di cui cerco di essere consapevole nella preghiera e nella meditazione, il Dio cui sia la mia mente sia il mio cuore possono rapportarsi, questo Dio, o il mio Dio, tradisce una maggiore somiglianza al sunyata o all’Interessere che all’immagine cristiana prevalente di Dio come l’Altro trascendente.

 

 

Dio è Interessere?

 

Lasciatemi, allora, porre la domanda senza mezzi termini né troppi fronzoli: Dio è Interessere? O in una maniera più accurata: la Vacuità o l’Interessere rappresenta un simbolo appropriato di Dio, specialmente per uomini e donne sopra i trentacinque anni, nel nostro cosiddetto mondo moderno? (Parleremo ancora di simbolismo nel terzo capitolo). Io sono giunto a credere, o meglio a sentire, che lo è; e stando a quanto indica buona parte della letteratura relativa al dialogo buddhista cristiano, tale Dio di Vacuità si avvicina di più a quello di cui i mistici cristiani cercano di parlare quando descrivono le proprie esperienze di Dio. Individuare somiglianze tra il buddhismo e mistici quali Eckhart e Giovanni della Croce è, voi direte, facile, ma resta comunque sempre illuminante e di stimolo.

Un teologo come me vuole ampliare il campo del contendere. Penso che sugli scaffali del supermercato delle credenze cristiane si possano trovare immagini di Dio, forse un po’ impolverate, che indicano come i cristiani posseggano una coscienza del Divino quale mistero dell’Interessere. Per quanto mi riguarda, avevo bisogno di un lume buddhista per scoprirle.

Come primo esempio, si prenda la sola “definizione di Dio” presente nel Nuovo Testamento, in cui l’autore della Prima lettera di Giovanni annuncia che «Dio è amore» (1 Gv 4,8): non dice, infatti, che Dio è un Padre che ama, ma che Dio è amore. Prendo il passo alla lettera e con attenzione, lasciando che questo linguaggio confermi ciò che sento e che i buddhisti mi hanno aiutato a chiarire: per andare oltre e per approfondire l’immagine comune di Dio quale Padre, possiamo e dobbiamo parlare d’amore. Per quale motivo? Perché l’immagine del Padre ci dice (o dovrebbe dirci, a seconda del tipo di padre che abbiamo avuto) che la natura stessa di Dio è amore. Amare significa uscire da se stessi, svuotare se stessi e collegarsi agli altri. L’amore costituisce l’energia di svuotamento e connessione che nella sua potenza dà a sua volta origine a nuove connessioni e a nuovo amore. Il Dio che, come ci dice Dante, è «l’amor che move il sole e l’altre stelle» è l’interessere delle stelle e dell’universo.

Tutto questo ci conduce all’interno della modalità più tipicamente cristiana di parlare del Divino, la Trinità: il Dio cristiano, come ho imparato in prima elementare, è sia uno sia tre, è trinitario (l’immagine che ci veniva insegnata, e che ancora ricordo, è quella di tre fiammiferi tenuti in mano in un unico mazzetto e che bruciano con la stessa fiamma). Se tutti gli elementi del credo cristiano devono avere un significato prima di poter essere veri, qual è il significato della Trinità? Come riflette il modo in cui la comunità cristiana è giunta a sperimentare il Divino? Senza perderci nel lungo ma spesso ingarbugliato panorama che caratterizza la teologia trinitaria, possiamo con- centrarci su uno dei suoi punti focali: credere in un Dio trinitario significa credere in un Dio relazionale. La natura stessa del Divino non è altro che esistere dentro e fuori le relazioni; per Dio “essere” non è altro che “re1azio” ed è questo che, tra le altre cose, la dottrina trinitaria dice ai cristiani.

Per i cristiani Dio non può essere uno solo per il semplice fatto che, per ballare il tango, occorre essere in due - e relazionarsi. Quindi, sebbene vi sia un solo Dio, quest’unico Dio deve essere più d’uno; è questo che i cristiani hanno imparato su Dio da Gesù. È vero che certamente egli non insegnò loro la dottrina della Trinità, ma, partendo dalla riflessione sull’impatto che egli ebbe sulla loro vita, i suoi seguaci maturarono alla fine la visione di Dio come tre: tre energie, movimenti, “persone”, in relazione l’uno con l’altro: «Padre, Figlio e Spirito Santo», oppure Genitore, Figlio, Spirito.

Tutto questo significa che l’essere o l’esistere, oppure l’identità stessa di Dio, consiste del relazionarsi, o inter-esistere, o Interessere, che corrisponde a quello che i teologi chiamano “Trinità interna”: la natura intima di Dio. Ma quanto Dio è internamente, deve esserlo esternamente. Quello che i cristiani hanno visto in Gesù di Nazareth è un Dio che crea ed è presente al mondo tramite relazioni, le medesime che diciamo esistere nella natura stessa di Dio: relazioni di conoscenza, di dono, di amore, che danno origine sempre più a vita ed esistenza. Dietro nonché dentro tutte le diverse immagini e simboli che possiamo usare per Dio  - Creatore, Padre, Redentore, Verbo, Spirito -  la verità più basilare, più profonda che i cristiani possano enunciare su Dio è che è la fonte e la Potenza delle relazioni. Sembra astratto ma non lo è, in quanto costituisce la cosa più elementare e semplice che possiamo dire su noi stessi e su Dio: esistiamo tramite relazioni di conoscenza, d’amore e di dono, giacché è questa la modalità d’esistere di Dio. Ecco dove il buddhismo mi ha aiutato a sentire o ad afferrare ciò che significhi tutto questo. Sperimentare e credere in un Dio trinitario è sperimentare e credere in un Dio che non è, come direbbe Tillich, il Fondamento dell’Essere, ma il Fondamento dell’Interessere! Dio è l’attività del donare e del ricevere, di conoscere e di amare, di perdere e di trovare, di morire e di vivere che abbraccia ed è infusa in tutti noi, la totalità del creato.

Benchè qualsiasi immagine e simbolo sia zoppicante, i cristiani possono e devono dire quello con cui i buddhisti potrebbero concordare, cioè che, se ci mettiamo a parlare di Dio, Dio non è né un nome né un aggettivo. Dio è un verbo! Con la parola Dio abbracceremo un’attività che si svolge ovunque, piuttosto che un Essere che esiste in un determinato luogo, sicché potremmo dire che Dio è assai più un ambiente che un oggetto.

Così, se noi cristiani affermiamo davvero che «Dio è amore» e che Trinità significa relazionalità, allora penso che la simbologia che i buddisti usano per sunyata sia assolutamente calzante per il nostro Dio. Dio è il campo (il campo energetico dinamico dell’Interessere) entro il quale, come leggiamo nel Nuovo Testamento (a cui forse non abbiamo mai dato ascolto), «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). O, dal punto di vista divino, c’è «un solo Dio [Padre di tutti, N.d.T.] che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). Questa presenza superiore, intermediatrice e interiore può essere resa con l’immagine appropriata e accattivante di un campo energetico che ci pervade e influenza tutti, chiamandoci a esperienze i conoscenza e amore reciproci, fornendoci energia quando tali rapporti si complicano, colmandoci della felicità più profonda nel momento in cui ci svuotiamo per trovare noi stessi negli altri.

Amare gli altri, quindi, non è tanto una questione di “fare la volontà di Dio”, quanto piuttosto di “condividere la vita di Dio”. Ecco perché Rahner ci diceva sempre che vi sono moltissimi che condividono la vita di Dio nei propri atti, anche se a parole possono negare l’esistenza di Dio (e viceversa moltissimi affermano di credere nell’esistenza di Dio, ma con il loro stile di vita neutralizzano completamente questa fede.

 

 

UNA NUOVA IMMAGINE DELLO SPIRITO: UN’ENERGIA PERVASIVA PRESENTE IN TUTTE LE COSE

 

Lo Spirito connettivo

 

Posso ora tentare di spiegare perché ho intitolato questo paragrafo della sezione dedicata al riattraversamento della frontiera verso il cristianesimo «Dio, lo Spirito connettivo». Infatti, se esiste un vocabolo per Dio, che più di tutti è consonante al linguaggio che i buddhisti usano per definire ciò che stanno cercando, è “ Spirito”. È interessante osservare che, per quanto ben presto esso sia stato messo in secondo piano da “Padre” e “Figlio”, Pneuma o ‘Spirito’ di sapienza sia una delle primissime immagini che la nascente comunità cristiana usava nel tentare di parlare del rapporto di Gesù con Dio. Il mio dialogo con il buddhismo mi ha messo in grado non solo di riconquistare ma di essere riconquistato dall’immagine dello Spirito quale simbolo di Dio. Ripassando sul fronte dello Spirito, dopo essere passato sul fronte del sunyata, posso comprendere e avvertire “di nuovo per la prima volta” che Spirito indica con maggiore pregnanza di significato un’energia pervasiva e non tanto un essere particolare, che lo Spirito dà energia a molte cose senza essere racchiuso da alcuna, che lo Spirito, infine, confluisce in quello a cui dà energia, in un modo che richiama assai più l’interpenetrazione che l’inabitazione. Secondo i dettami della dottrina cristiana, il rapporto tra lo spirito (o anima) e il corpo è di reciprocità, cioè senza lo spirito il corpo non può vivere, senza il corpo lo spirito non può agire, e lo stesso vale per lo Spirito e il creato.

Nel 2001, nel mio diario lo formulavo così:

In un senso molto reale, secondo l’esperienza e il simbolismo cristiani, lo Spirito si dà con il creato, anzi ne è strumento o potenziamento. Essa [sic] è con noi fin dal principio, fondando e collegando ogni essere vivente, ogni essere. Posso riposare in essa proprio come Cathy [mia moglie buddhista] riposa nell’Insostanzialità. Profondamente misteriosa, totalmente imprevedibile, colmata e diretta dall’amore/compassione, ella è il grembo in cui io riposo e da cui scaturisco di momento in momento.

 

In precedenza, nel marzo del 2000, riflettendo su Rm 8,9, avevo scritto:

 

«Lo Spirito di Dio abita in voi». Crederci cambia davvero radicalmente la vita di tutti i giorni. Questa è la Realtà a causa della quale posso affrontare tutto, avere a che fare con tutto, rispondere all’amore e all’odio, portare avanti il mio lavoro di scrittore e professore. Tutto ciò è reale: lo Spirito è realmente con me, in me, vivente quanto me. E l”ampia apertura” di cui parla Pema Chodron, nonché la fonte della Maitri (la gentilezza amorevole), mediante la quale posso essere sincero e compassionevole verso me stesso e verso tutti coloro che partecipano della mia vita o che vi entrano in contatto.

 

 

DIO COME SPIRITO SUPERA IL DUALISMO TRA DIO E IL MONDO

 

Il creato: la manifestazione della non-dualità

 

Credo sia evidente che parlare di Dio o raffigurarlo quale Interessere e rapportarvisi quale Spirito connettivo rappresenti un forte antidoto contro il dualismo che ha infettato la teologia e la spiritualità cristiane, e per quanto mi riguarda mi è servito come una specie di nuovo paio di occhiali attraverso i quali vedere il creato. Questa nuova visione, infatti, ha costituito un chiarimento, una visione più vasta e profonda, ma, insieme, un correttivo delle distorsioni causate dagli occhiali che portavo prima. Come osservavo in precedenza, tornare alla propria tradizione, dopo essere passati per un’altra, può condurre a rimpadronirsi delle proprie credenze precedenti, ma

anche portare a un loro riallineamento.

 

 

DIO NON E’ FUORI DELLA CREAZIONE

 

Con Dio quale Spirito connettivo, il Creatore non può essere “totalmente altro” rispetto al creato. Se il Divino viene avvertito e figurato come Interessere, e se il mondo funziona e si evolve tramite l’Interessere, allora l’atto della creazione da parte del Creatore non può essere concepito come la produzione di qualcosa che si pone al di fuori del Creatore. La dinamica della vita divina infatti, è proprio quella del mondo finito, e credo che qui mi stia avvicinando a quanto san Tommaso cercava di esprimere quando parlava del rapporto tra Dio e il mondo come di un rapporto di partecipazione. Anche Rahner cerca di spingerci nella stessa direzione, laddove considerava che, se anche Dio creò il mondo “dal nulla”, ciò non significa comunque che il creato sia semplicemente immobile, come dire, sul tavolo da lavoro di Dio, affinché Dio stesso l’ammiri e vi si trastulli. Rahner aggiungeva che quanto è creato è abbracciato da Dio e, perciò, che un’immagine migliore per raffigurare la creazione potrebbe essere il riversarsi di Dio, un’espansione di Dio, in cui il Divino prosegue l’attività divina dell’interrelarsi nel, con e attraverso il creato.

Sento già le obiezioni: tutto ciò sa di, o semplicemente è, panteismo, ovvero tutto diventa Dio. Eppure non è panteismo, ma quello che abbiamo chiamato, in mancanza di un termine più appropriato, non-dialià: il fatto che Dio e il creato non sono due, ma non sono nemmeno una sola cosa! Il panteismo riduce Dio e il creato a un unico elemento; la non-dualità, se i miei ricordi scolastici di chimica non m’ingannano, somiglia più a un composto (oppure, ora che ci penso, a un buon matrimonio): due attori permanentemente diversi uno inerente all’altro, o che esistono l’uno attraverso l’altro. Mistici cristiani come Niccolò Cusano parlano di «coincidentia oppositorun», ovvero due realtà opposte - Creatore e creato - coincidenti, che formano, cioè, un’unità integrale, l’una con l’altra. Per adattare un’espressione latina che per combinazione è diventata il motto degli Stati Uniti, la non-dualità non equivale a «E pluribus unum» (‘Da molti, uno’ [cioè, “uno a partire da svariati elementi”]), bensì a «E pluribus unitas» (‘Da molti, unità’ [cioè, “unità a partire da svariati elementi”]), unità in cui Spirito e mondo non perdono le proprie diverse identità, ma nemmeno possono esistere l’uno senza l’altro.

E qui veniamo a qualcosa che puzza sì di eresia, qualcosa che sembra contrapporsi alla dottrina cristiana tradizionale: dire, infatti, che “nemmeno possono esistere l’uno senza l’altro” equivale a dire che lo Spirito divino ha bisogno del mondo, che lo Spirito ha dovuto creare il mondo: È un’affermazione che sfida il cosiddetto “dogma definito”, secondo cui la creazione è un atto libero di Dio, intendendosi per libertà, come dicevamo prima, proprio qualcosa che si fa senza doverlo fare: Dio non doveva creare, perché Dio non aveva bisogno del mondo.

Il dogma risponde in modo assai stringente alla logica, se si parte dalla concezione greca del Divino come “Essere-in Sé”. Se, però, si parte dall’esperienza di Gesù di Dio in quanto amore e dalla successiva concezione trinitaria della Divinità come “Relazione-in Sé”, dire, allora, che lo Spirito non aveva necessità di creare codurrebbe a una contraddizione. Affermare che lo Spirito non ha bisogno di creare il mondo sarebbe come dire che noi non abbiamo bisogno di respirare. Come per nostra natura respiriamo, così lo Spirito per sua natura ama. Amare significa essere in relazione, dare di se stessi, originare Interessere. Lo Spirito ha bisogno di altri per essere Spirito e, in mancanza di altri, lo Spirito “li creerà”, in modo da abbracciarli nell’amore. Ciò non significa che lo Spirito dovesse necessariamente creare questo mondo, ma che doveva creare un qualche mondo.

Come riferito nel paragrafo sul mio “problema di Dio”, alcuni cristiani risponderanno che il bisogno d’amare di Dio è già appagato in seno alla Trinità, ovvero che Dio è totalmente soddisfatto di amare Dio stesso, all’interno dei rapporti di Padre, Figlio e Spirito. Forse è così ma, se una persona dichiarasse di essere perfettamente appagata di amare soltanto se stessa, non ci preoccuperemmo forse della sua sanità mentale? Che male c’è ad avere bisogno di altri? Se noi umani non possiamo essere felici se agiamo da individualisti incalliti, nemmeno Dio può esserlo.

 

 

IL MONDO É IL CAMPO DELL’ENERGIA INTERCONNETTIVA DELLO SPIRITO CHE PERVADE TUTTO E’ NEL MONDO

 

Concepire il mondo e le molteplici creature che lo occupano come il campo dell’energia interconnettiva dello Spirito equivale anche ad andare oltre l’immagine letterale dello Spirito che interviene nel mondo. Lo Spirito non ha bisogno di “discendere” in quella che pare una maniera arbitraria, cioè qui sì, ma non altrove Lo Spirito c’è già e pervade tutto aleggiando, come dice il libro della Genesi, sulle acque e su tutto il creato.  Pertanto lo Spirito non entra ma fa un passo avanti sicchè quello che già esiste emerge e prende forma oppure diviene pienamente attivo.

Come ciò avvenga a livello umano dipende da quanto gli esseri umani sono consapevoli dello Spirito connettivo e/o da quanto scelgono liberamente di corrispondervi. La non-dualità, si ricordi, non può infatti sussistere senza l’interdipendenza. Concepire il divino quale fonte pervasiva dell’Interessere significa che Dio effettivamente dipende da noi. Approfondiremo più attentamente che cosa significhi nel prossimo capitolo.

 

Sul mio diario nell’autunno del 2004 combattevo con alcuni di questi modi diversi di sentire il Dio non-duale:

 

Vi è un magnifico paradosso qui: Dio è sempre “Dio-con”; e gli esseri umani sono sempre “umani-con”. Quando queste due realtà sono davvero l’una insieme con l’altra – Dio con l’umanità e l’umanità con Dio -, è là che sono se stesse nel modo più pieno e più vero.

L’unità tra ciò che chiamo Dio e me stesso è un’unità in cui Dio agisce autenticamente come Dio nella misura in cui io agisco in modo autenticamente umano.

 

Riflettendo su Ef 4,6: «Dio [...] al di sopra di tutti, per mezzo di tutti e [...] in tutti»:

Se Dio sta realmente agendo attraverso di noi, ciò significa che Dio non può essere “in”, se non è “per mezzo”, o “attraverso”. Pertanto non è soltanto che Dio agisce in me, ma che io sono Dio nell’agire di Dio nel mondo. Detto volgarmente, siamo una squadra, per quanto, chiaramente e fortunatamente, Dio sia il giocatore principale. Però Dio non sarebbe un giocatore se anch’io non giocassi.

 

 

 

 

 

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