NIRVANA E DIO, L’ALTRO PERSONALE

 

Di P. Knitter

 

Il primo capitolo, dedicato a Dio l’Altro trascendente, ha fornito la maggior parte dei principi cardine e dei punti di partenza funzionali all’analisi di altri due aspetti delle dottrine cristiane su Dio che hanno messo in difficoltà me e, a quanto mi risulta, molti cristiani come me: Dio come Persona e Dio come mistero. Questi momenti di difficoltà possono essere gestiti molto più agevolmente, una volta passati dall’immagine di Dio come Altro trascendente a quella di Dio come Spirito dell’Interessere. Inizio con le mie difficoltà nel concepire e nel rapportarmi con un Dio inteso come “tu”.

 

I miei combattimenti interiori: Dio è un tu?

 

Per essere dolorosamente onesto, ho grandi difficoltà a parlare con Dio. È doloroso perché fin dai primi giorni di catechismo suor Walter mi diceva che la preghiera consiste proprio in questo: parlare con Dio. E la preghiera rientra nell’elenco degli ingredienti essenziali per essere cristiani. Eppure, dalla mezza età in avanti (quindi nel momento preciso in cui Jung dice che salta fuori il problema), ho trovato sempre più difficile immaginare Dio come tu e parlare con “lui”.

Sì, effettivamente parte del problema ha a che fare con le particolari connotazioni assunte dall’immagine cristiana di Dio-come-tu. In cima all’elenco di quest’ultime c’è naturalmente quella di “Padre”. Per alcuni cristiani una simile associazione di idee ha portato a raffigurarsi un uomo con la barba bianca, che dal cielo protegge amorevolmente ogni tuo passo, ma che ti sta anche alle costole con il taccuino in mano per prender nota di quando infastidisci tua sorella o perdi la pazienza. Penso, comunque, che la maggioranza di noi cristiani adulti, crescendo, abbia superato le immagini di Dio come colui che “sa quando sei stato buono o cattivo”. L’uso esclusivo di volti maschili per il Dio cristiano costituisce un ulteriore problema, e non da poco. Ma, con l’aiuto di teologhe femministe, sono giunto alla ferma convinzione che i simboli del Divino non possano essere unicamente maschili. Però, detto ancor più francamente, ho le stesse difficoltà a parlare con Dio come Madre che come Padre.

 

Antropomorfismi

 

I problemi che mi pone Dio-come-tu si collocano a un livello più profondo e non sono sicuro di essere in grado di coglierli. Penso abbiano a che fare con la sensazione che, per quanto non esistano altri modi di parlare di Dio al di fuori dei simboli (un aspetto su cui dirò di più nel prossimo capitolo), quando quei simboli sono tratti dalla nostra esperienza di essere persone, essi diventano pericolosi, rischiando, anzi, di essere facilmente fraintesi oppure utilizzati impropriamente. Quando immagino o accosto il Divino come un “tu”, mi sento in qualche modo come se stessi facendo qualcosa di inappropriato, oppure di irrispettoso o offensivo - come se parlassi a voce alta nel bel mezzo della magnifica foresta incontaminata della Nuova Zelanda. Penso che i miei problemi si collochino nell’ambito che gli esperti definiscono “antropomorfismi”. Usare forme umane o dare un volto umano al Divino può essere qualcosa di inevitabile per noi uomini, ma rimane radicalmente inappropriato (come un quadro kitsch di un monumento nazionale!).

Sì, è vero che quando raffiguriamo Dio come un “tu” sotto forma di un padre, una madre, un amico o il Salvatore, attribuiamo alla realtà del Divino un centro nella nostra vita, però potremmo perdere o forse perfino distorcere quel tanto di più che vi è nel Divino. Padre Hugo M. Enomiya-Lasalle, un gesuita tedesco che trascorse la maggior parte della sua vita in Giappone, divenendo un maestro Zen, ha detto che la condizione previa per rivolgersi a Dio come a un “tu” è la consapevolezza che non dovremmo. Affermazione che suona molto vera nella mia esperienza personale.

Eppure, la contro-osservazione che si può opporre a tutto ciò, e che non solo sento fare ad altri ma che io stesso pongo, è che l’essere umano rappresenta il paradigma del creato (o sembra esserlo al momento attuale) e le relazioni interpersonali costituiscono la parte più preziosa e necessaria dell’essere umano. Di certo dovrebbe essere possibile, nonché necessario, intrattenere una relazione interpersonale con il Divino, la quale richiede che Dio sia un tu. Nell’attribuire la natura di persona a Dio, quindi, stiamo semplicemente riconoscendo che Dio possiede in sé ciò che egli stesso ha prodotto come vertice della creazione: la personalità.

Già… Eppure nel reagire a una logica tanto stringente, mi trovo in sintonia con padre Enomiya-Lasalle: se sentiamo di potere e di dovere parlare con Dio come con un “tu”, dobbiamo anche ricordare a noi stessi che vi sono buoni motivi per cui non dovremmo farlo. Senza tale avvertenza, siamo potenzialmente soggetti a quel tipo di disagio che proviamo io e molti cristiani, specie sopra i quarant’anni.

Se poi cerco di cogliere che cosa faccia scoccare la scintilla dei problemi che divampano quando unisco “Dio” e “tu”, penso che abbia a che fare con la tensione, se non la contraddizione, tra tratti inerenti al “Divino” e tratti inerenti al “tu”. I tratti divini a cui mi riferisco sono quelli che ho descritto nel primo capitolo con l’aiuto degli amici buddhisti: quelli del Dio non-duale, presente proprio-qui, in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo del Dio che agisce quale me, ma al contempo è più di me. Quando Dio diviene un “tu”, che si colloca di fronte a me e fuori di me, avverto il pericolo di perdere queste qualità del Dio interiore, del Dio sperimentato come energia animante. Per me, quando Dio divenna parte di una “relazione io-tu”, questo Dio-come-tu assume un grado di alterità che semplicemente non combacia con l’intimità che avverto, o che spero di avvertire, con il Divino. Presumibilmente sto dicendo che il Dio come tu torna tanto facilmente a scivolare nel dualismo di Dio-come-Altro.

 

Un Super-tu

 

Questo problema s’incancrenisce quando il Dio-come-tu permane e viene interpellato (soprattutto nelle liturgie) come il tradizionale Altro trascendente di cui abbiamo parlato nel primo capitolo. Ciò a cui sto cercando di arrivare è espresso in una formula semplicistica: “Dio trascendente, onnipotente, tutto-perfetto” + “tu” = un Tu trascendente, onnipotente, tutto-perfetto, ovvero una specie di Super-tu. E, come sa qualsiasi coniuge di un matrimonio fallito, intrattenere una sana relazione con un Super-tu presenta i suoi problemi. Ora, non sto dicendo che cerco un rapporto con il Divino che mostri un perfetto equilibrio tra due parti di uguale livello. Vi sono sicuramente, e anzi necessariamente, differenze tra l’Infinito e il finito, tra la Fonte e l’espressione, tra il campo e gli elementi sul campo stesso. Però deve trattarsi di un rapporto di perfetta reciprocità, in cui io esercito una responsabilità autentica, cioè un rapporto in cui faccio la differenza per il Divino e posso davvero influenzarlo. Sento che non deve essere lo spettacolo soltanto di Dio, bensì quello “nostro”.

Lasciate che ponga il problema sotto forma di una domanda tremendamente artificiosa, ma forse utile. Se il vostro padre naturale fosse onnipotente e tutto-perfetto (lo so, alcuni papà lo credono davvero!), come vi porreste nei suoi confronti? Non sto chiedendo come egli si comporterebbe verso di voi, ma come voi vi comportereste verso di lui. Se sapeste che egli è in grado di controllare e determinare tutto ciò che vi capita nella vita, ma che allo stesso tempo vi ama profondamente, come vi sentireste? Tendereste a rilassarvi e a lasciargli il controllo della situazione? Anzi, non vi aspettereste che, potendo gestire la situazione, lo farebbe, dandovi quindi la possibilità di rilassarvi?

Per quanto mi riguarda, negli anni, sia quest’interrogativo che il disagio sono cresciuti. Da giovane al liceo del seminario, e perfino all’università, il mio rapporto con Dio, inteso come un Tu dal potere e amore universali, mi conduceva a vivere la vita un po’ come gestivo le emozioni suscitate dai film del terrore: indipendentemente da quante scene spaventose si presentassero, sapevo che l’eroe ce l’avrebbe fatta, per cui potevo rimanere tranquillamente seduto e godermi i popcorn.

Crescendo, mi resi conto che i pericoli e le sfide della vita erano autentici, e che mi dovevo confrontare con essi secondo la mia intelligenza e le mie decisioni. Il mio problema, cioè, non era come dipendere da Dio tra i marosi della vita, bensì come non diventare eccessivamente dipendente da un Dio personale che era signore di tutto: essendo Dio il mio Padre amorevole, un Padre che controlla ogni cosa, non dovevo davvero preoccuparmi. Ma una vita senza preoccupazione fa presto a diventare una vita senza responsabilità.

Iniziai, pertanto, a sentire che il rapportarsi con Dio quale Tu amorevole e onnipotente poteva non soltanto risultare inappropriato e irrispettoso verso Dio, ma anche inappropriato e dannoso per me stesso. In un simile rapporto, quanto spazio rimaneva davvero per me, ossia per la mia libertà e per la mia responsabilità? Se Dio è il capitano della mia nave, posso essere qualcosa di più che un membro dell’equipaggio?

Ricorrendo a tali immagini, non intendo certo banalizzare il problema, né voglio trarne la conclusione che credere in un Dio personale impedisca necessariamente, a me e ad altri, di prendere decisioni responsabili e ben ponderate. So, però, che altri sono stati combattuti quanto me sul modo di concepire tali decisioni in un rapporto con un Altro onnipotente, onnisciente e tutto-perfetto. Se al volante c’è sempre un Dio personale e lo lascio guidare, sul serio non devo più pensare a niente?

I problemi si moltiplicano quando, nelle lezioni di catechismo o nelle prediche domenicali, questo Altro personale e onnipotente viene presentato non soltanto come un Dio che ama teneramente, ma che reagisce anche rabbiosamente. Il Dio Padre amoroso è raffigurato nella Bibbia come un Dio che avanza pretese e che può andare su tutte le furie se le sue richieste non vengono soddisfatte - così tanto il Dio veterotestamentario, che poté uccidere tutti i primogeniti d’Egitto perché il Faraone si era rifiutato di obbedire agli ordini di Dio (Es 11,5), quanto il Dio di Gesù, che colpì a morte una coppia di sposi che avevano mentito sulle offerte fatte alla parrocchia (At 5,1-11). Far arrabbiare Dio potrebbe essere perfino peggio che far arrabbiare mamma e papà!

 

 

NASCONDERSI DIETRO LA VOLONTA’ DI DIO, IL TAPPABUCHI

 

È la volontà di Dio

 

Per molti cristiani difficoltà simili aleggiano intorno alla concezione comune della “volontà di Dio”: quante volte infatti, sentiamo dire dal pulpito che questo Altro Dio trascendente e personale ha un progetto per ciascuno di noi e per il mondo intero. Fin dalla più tenera età credevo che il mio Padre celeste avesse un’idea chiara di ciò che volesse farmi diventare da grande. Il mio compito, da bravo ragazzo cristiano, era riuscire a comprenderla e realizzarla, giacché, se non lo facevo, potevano presentarsi problemi seri, magari legati al peccato, cioè connessi alle implicazioni morali del non fare la volontà di Dio. La stessa impressione era condivisa anche dai miei genitori, buoni cattolici. Ecco perché, quando, nell’ultimo semestre delle medie, dichiarai di sentire che Dio mi stava chiamando a diventare sacerdote e a iscrivermi al Seminario Minore del Verbo Divino a East Troy in Wisconsin (a quasi duecentocinquanta chilometri da casa), i miei non accolsero la notizia con grande entusiasmo. Comunque sia, però, cosa poteva la loro preoccupazione che fossi troppo giovane per andar via di casa di fronte alla “volontà di Dio”? (Né facilitò le cose il fatto che padre Dearworth; il responsabile del cammino vocazionale, annunciò ai miei genitori che Dio mi chiamava a essere uno dei suoi eletti).

Non dico che la mia decisione di abbandonare la casa a tredici anni per entrare in seminario fu assolutamente negativa, ma metto in discussione l’opportunità di classificarla sotto la voce “volontà di Dio”. Ho paura che una classificazione simile possa essere e sia molto facilmente fraintesa e adoperata impropriamente, finendo magari per diventare in vari modi più fonte di danno che di aiuto nella vita delle persone, senza che queste necessariamente se ne rendano conto.

Sia nella mia giovinezza che durante il mio ministero sacerdotale ho sperimentato quante volte i cristiani si preoccupino eccessivamente, facendosi perfino degli scrupoli, perché si sentono in dovere di scoprire il percorso o l’unica alternativa che Dio ha predeterminato per loro (ad esempio: «Come posso essere sicuro che questa sia la persona che Dio vuole che io sposi?»). Con eccessiva facilità e a livello inconscio, si può ricorrere alla volontà di Dio come copertura per giustificare decisioni che in effetti vanno esclusivamente a proprio vantaggio («Dio vuole che io sia ricco»). In maniera ancor più estesa e dannosa, possiamo vedere nella storia e sulla stampa quotidiana quanto la “volontà di Dio” venga adoperata da alcuni per approfittarsi degli altri («Se sei povero sulla terra, occuperai uno scranno più alto in cielo»; oppure: «Questa guerra porta avanti la causa di Dio contro i malfattori, per cui se morirai, morirai al servizio di Dio»).

Il mio ultimo esempio è più sottile e insidioso: mi riferisco a quei casi in cui un uso troppo superficiale della volontà di Dio ci deresponsabilizza - quando, cioè, ci evita di riflettere di più o di porci ulteriori interrogativi. Avverto spesso un doloroso disagio quando, davanti a eventi tristi o inspiegabili, sento le persone affermare: «E la volontà di Dio. Che ci possiamo fare. . .». Certo, nella vita di ciascuno di noi capitano cose che non entrano perfettamente nelle belle confezioni della logica e della comprensione umana, e un appello a Dio e alla sua volontà può magari essere un modo indiretto e inconscio di riconoscere che «queste cose vanno al di là di noi: soltanto un’intelligenza superiore ne conosce il senso». Quando, però, ci appelliamo così in maniera troppo rapida o definitiva, potrebbe trattarsi di un modo ben facile non di inchinarsi alla realtà, bensì di sfuggirle. Ad esempio, definire immediatamente un orribile incidente aereo “volontà di Dio” ci impedirà di indagare a fondo sulle norme di sicurezza di un aeroplano, o accettare la morte di cancro ai polmoni di zio Filippo come volontà di Dio ci distoglierà dal nostro dovere di mettere in discussione e di confrontarci con l’industria del tabacco.

Temo che quello che io stesso ho fatto nella mia vita sia comune a molti cristiani: invece di fare pulizia, spazziamo molta sporcizia sotto il tappeto della volontà di Dio.

 

COME E’ POSSIBILE? Un mistero incongruente!

 

Un Padre potente e un mondo disordinato

 

Se cerchiamo di nascondere tanta polvere sotto il tappeto della volontà di Dio di certo sembra che Dio stesso permetta che vi si accumuli sopra tanta sporcizia sto parlando del problema del male. Per molti cristiani (e per molti devoti in seno alle religioni monoteiste dell’ebraismo e dell’islam) risulta difficile e scoraggiante, se non assolutamente impossibile, capire come un Dio personale che ci ama possa sopportare tanto doloroso disordine nel mondo che ha creato. Ora, so che si tratta di uno di quei rompicapi che nei secoli hanno fatto impazzire studiosi e gente comune, al punto che un’intera sottosezione della teologia, denominata teodicea, si è sviluppata nello sforzo di spremere qualche goccia di senso dal problema del male”.

Ridotto all’osso, in modo trasparente e inossidabile, il problema sta in questo: se Dio è una persona, un Padre che è davvero amorevole verso tutto e onnipotente, allora, poiché ci ama, dovrebbe voler limitare almeno un po’ la sofferenza apparentemente inutile provata dai suoi figli. Essendo onnipotente, dovrebbe essere in grado di farlo. Eppure non lo fa. C’è qualcosa di sbagliato in questo quadro - relativamente a Dio o alla nostra comprensione di Dio.

Se mi è concesso generalizzare in modo molto grossolano, mi sembra che tutti i nostri tentativi di riconciliare ciò che appare una sofferenza inutile con un Dio amorevole e potente si riducano a un appello al “mistero”. In ultima analisi, come Giobbe nella Bibbia, chiniamo la testa e ammettiamo che «le vie di Dio non sono le nostre vie» e che non capiremo mai il mistero delle intenzioni ultime di Dio. Le cose stanno press’a poco così.

Nel caso di ciò che si definisce “male umano” o “morale” Dio concede misteriosamente agli esseri umani il proprio libero arbitrio, anche se si tratta di abusare sessualmente di un’innocente di cinque anni oppure di sterminare sei milioni di ebrei. Dio potrebbe impedirlo, invece rispetta e, per suoi buoni motivi, permette la libertà umana.

Quanto al naturale, come la devastazione e la morte causate da terremoti, incendi, inondazioni, frane, il problema in un certo senso si complica, giacché non si dà qui alcun libero arbitrio da rispettare. Un padre, se potesse bloccare uno smottamento per salvare la propria famiglia, certamente lo farebbe. Dio no. Non lo fa per ragioni che sono al di là della nostra comprensione, forse per un qualche bene maggiore che sarà rivelato in futuro: si tratta ancora una volta di un mistero.

Voglio certamente riconoscere e rispettare sia i limiti del mio intelletto umano sia l’illimitatezza del Divino. Noi teologi abbiamo bisogno, per così dire, di “bagni d’umiltà”, ma abbiamo bisogno anche di “bagni d’onestà”. E, sinceramente, mi pare che l’appello al mistero per tentare di riconciliare la realtà del male con un Dio personale equivalga troppo spesso a evitare il problema piuttosto che affrontarlo a testa alta. Una cosa è inchinarsi al mistero, tutt’altra prostrarsi a una contraddizione. Ci sono molti aspetti della nostra vita e di questo mondo che vanno al di là della ragione, al di là della piena comprensione, sicché di fronte a essi ci inchiniamo in segno di umiltà. Ci sono, però, molte affermazioni che sono contrarie alla ragione, contraddittorie in sé e per sé, e di fronte a queste dobbiamo onestamente far rilevare la contraddizione e cercare di venirne a capo.

Lasciate che cali tutte queste astrazioni in un esempio molto reale e fortemente sentito. Quando si disse, anche da parte di leader religiosi, che lo tsunami che uccise migliaia di persone in Indonesia, India e Thailandia nel 2004 corrispondeva alla volontà di Dio e che Egli aveva causato o permesso la devastazione per suoi imperscrutabili buoni motivi, mi ritrovai a insorgere sui piano emotivo e spesso verbale: una cosa è che un genitore invochi la volontà di Dio di fronte alla perdita di un

bambino, poiché si tratta, infatti, di una richiesta di aiuto più che di una descrizione fattuale, quando, però, i leader religiosi arrivano ad argomentare che questo fu letteralmente “un atto di Dio”, io non riesco semplicemente a crederci, né riesco a credere in un Dio simile. Secondo la ragione e l’intelligenza, che consideriamo doni di Dio, l’eventualità che un essere umano provochi o solo permetta la morte di migliaia di persone in virtù di un “bene maggiore” sarebbe immorale, un esempio di fine che giustifica i mezzi. Se dunque esentiamo Dio da una morale di questo tipo, c’è qualcosa che non torna.

 

 

IL DIVINO, UNO SPIRITO CHE TUTTO PERVADE CON QUALITA’ PERSONALI

 

Il problema risiede in Persona, non in personale

 

Rivisitando e tentando di venire a capo delle difficoltà che avevo nel comprendere la nozione di un Dio personale (gli antropomorfismi che trasformano Dio in una Super-persona, concezioni della volontà di Dio che implicano pericolosamente che Dio sia un burattinaio e che la realtà del male sia inconciliabile con un Dio amorevole e potente), ho il sospetto che il nucleo dei miei problemi abbia a che fare con Dio-come-Persona, piuttosto che con il Divino-come-personale. La stragrande maggioranza delle lotte interiori che ho provato a descrivere deriva dalla concezione comune di un Dio che è un Qualcuno Divino, con cui dovrei intrattenere un rapporto che seguisse il modello di qualsiasi relazione io-tu. Ritengo che il mio problema sia stato avere una Persona Divina davanti a me. Cosa succede, però, se l’immagine del Divino muta in quella di uno Spirito che tutto pervade, che non è una persona ma una presenza o energia con qualità personali? Vi è una differenza reale, per quanto sottile, tra questi due modi di simboleggiare Dio.

Per me il buddhismo ha rappresentato un aiuto quasi indispensabile per afferrare e poi vivere questa differenza tra Dio in quanto Persona e il Divino in quanto personale, e ora spero di riuscire a spiegare il perchè.

 

 

Attraversando la frontiera: compassione senza un Dio della compassione

 

Riesco a immaginare come alcuni dei miei amici buddhisti, leggendo la descrizione dei miei combattimenti interiori con Dio-come-tu, possano rimanere un po’ perplessi e sollevare un interrogativo: «Qual è il problema? Per noi infatti non esiste nessun Dio, dunque nessuna persona, dunque nessun problema. Li ammiro, perché immuni e liberi da queste difficoltà. Io però, sono e voglio essere un cristiano e, nonostante tutti i problemi che mi pongo sul modo letterale o facilone in cui i cristiani hanno preso il proprio linguaggio su Dio quale Padre o Salvatore, credo veramente, perché l’ho sperimentato in prima persona e in maniera diretta e reale, che i simboli personali che i cristiani (insieme con gli ebrei e i musulmani) hanno utilizzato per il Divino abbiano arricchito la mia vita e possano fornire un contributo al dialogo interreligioso. Per approfondire, però, quest’arricchimento e questo contributo, sento la necessità di accostarmi a tali simboli con maggiore profondità, attenzione e serietà.

Nello spiegare come il buddhismo mi abbia aiutato proprio in questa operazione, devo ripetere un caveat, già espresso nella prefazione, che risulta assolutamente necessario per una questione che ai buddhisti è praticamente estranea e pertanto delicata: se esistano o meno aspetti personali attinenti all’esperienza e alla natura del sunyata/Vacuità. Sebbene abbia compiuto ogni sforzo per valicare attentamente la frontiera e per capire con esattezza le dottrine buddhiste nelle loro svariate coloriture culturali, quella che segue è una lettura del buddhismo da parte di un cristiano. Come mi ricorderebbero (e mi ricordano !) i filosofi postmoderni, non posso mai mettere completamente da parte i miei occhiali di cristiano. Nel varcare la soglia del lussureggiante giardino buddhista, vedo tutto attraverso la lente cristiana, annuso tutto con il mio naso di cristiano e comprendo tutto attraverso la mia esperienza e i miei problemi di cristiano.

Ciononostante penso, o spero, che questo sforzo di esplorare il buddhismo attraverso la lente dei miei combattimenti con un Dio-come-tu sia una lettura generalmente esatta di quello che almeno alcuni buddhisti hanno insegnato. Laddove non sia così, chiedo scusa e attendo correzioni.

 

 

DIO UN’ESPERIENZA PERSONALE COME SAGGEZZA E COMPASSIONE

 

Le due facce dell’Illuminazione: saggezza e compassione

 

Come già abbiamo visto, quello che i buddhisti perseguono, ovvero, in termini occidentali, ciò che costituisce la loro “istanza fondamentale”, non è la conoscenza o il culto o l’amore di Dio, ma l’Illuminazione. Dunque i cristiani vogliono essere salvati, i buddhisti vogliono essere illuminati: vogliono esperire il nirvana. Nonostante l’esperienza del nirvana sia al di là del dicibile quanto è al di là della nostra portata afferrare l’aria con le mani, due delle parole che ricorrono con maggior frequenza quando i buddhisti si gettano “senza rete” nell’impresa di parlare dell’Illuminazione sono “saggezza” e compassione”. Entrambi i termini rappresentano il frutto di un’esperienza personale, non il prodotto del pensiero razionale.

SAGGEZZA E’ RISVEGLIARSI ALLA REALTA’ DINAMICA DELL’INTERESSERE (VEDERE GLI ALTRI IN MODO DIVERSO, SPERIMENTARE LA CONNESSIONE) E COMPASSIONE E’ AGIRE DI CONSEGUENZA

Saggezza, o prajna, è ciò che si comprende, intuisce o avverte nel momento di risvegliarsi alla sensazione della realtà, tutta in stato di flusso e tutta interconnessa. Ovvero la verità dinamica dell’interessere che abbiamo analizzato da diversi punti di vista nel primo capitolo. Nell’Illuminazione la si vede  e la si sente. Si aprono gli occhi e allora si vedono e sento gli altri in maniera diversa e ci si comincia a comportare in maniera diversa nei loro confronti: questa differente modalità di agire è descritta come compassione, o karuna. Come riconosciuto da tutti i buddhisti ed enfatizzato dai mahayanisti riformatori, è impossibile che si abbia saggezza senza la compassione, giacché esse costituiscono le due facce dell’Illuminazione. Così, vedere l’una equivale a vedere l’altra e, pertanto, se pensi di essere illuminato ma non senti compassione per tutti gli “esseri senzienti” (non solo umani, ma tutti quelli che sono in grado di sentire), allora è preferibile che torni sui tuoi passi e verifichi la tua Illuminazione. Se, invece, stai cercando di provare compassione per tutti coloro che ti circondano ma non hai sperimentato il “non-io” nella rete dell’Interessere, faresti meglio a stare attento, ché la tua compassione probabilmente svanirà o subirà la contaminazione del tuo stesso ego alla ricerca di un sé.

Questi due volti dell’Illuminazione hanno pienamente senso sul piano filosofico, se la tua filosofia si basa sull’esperienza buddhista: sperimentare quello che si definisce la Vacuità di ogni individualità ovvero la realtà dell’Interessere, equivale a sperimentare la connessione con gli altri che ti costituisce. Quale che sia la premura, naturale o biologica, che tu nutri per te stesso, sarà la stessa che sentirai nei confronti degli altri. Se la biologia ti conduce naturalmente a preoccuparti di te stesso o ad amare te stesso, l’Illuminazione ti condurrà naturalmente a preoccuparti degli altri e ad amarli. In termini cristiani, amerai il prossimo tuo come te stesso; se i cristiani chiamano questo un “ comandamento, per i buddhisti è qualcosa che vien spontaneo, che fa parte dell’esperienza illuminata del nirvana o Interessere.

 

Per trarre una conclusione da questa riflessione in qualche modo più filosofica, se il nirvana, come abbiamo detto in precedenza, non è soltanto un’esperienza personale, ma una Realtà nella quale viviamo nonché la nostra modalità di esistenza, allora questa Realtà, a cui ci si riferisce pure come Vacuità o Dharmakaya o Interessere, racchiude la compassione, ne consiste o si esprime per suo tramite. Perciò la compassione stessa fa parte integrante di quanto per i buddhisti è Fondamentale.

Giunti a questo punto, potremmo chiudere il discorso sull’argomento.

 

GLI ALTRI SONO IL CENTRO DEL PALCOSCENICO

 

Da cristiano, però, non posso farlo. Anche se in genere non parlano o non vogliono parlare di un Altro di natura divina, i buddhisti parlano però moltissimo degli “altri”. Benché non si dia un Altro personale supremo da amare e dal quale essere amati, i buddhisti si trovano ad amare gli altri. Benché non si dia alcuna Persona divina che occupi il centro del palcoscenico è per così dire pieno di persone ovvero di “altri”, ciascuno dei quali ne forma il centro. Ciascuno, infatti, è al centro dell’universo, perché ciascuno rappresenta un luogo in cui tutto si collega.

Quindi, personalmente mi sembra che non si dovrebbe dire che lo scopo della vita e della pratica buddhista sia impersonale. I buddhisti non si sentono chiamati a una relazione io-tu con un Dio, quanto con tutti gli esseri senzienti: a una compassione universale verso gli altri. Gli esseri risvegliati provano compassione per tutti gli altri esseri perché hanno avvertito nel midollo stesso del loro Interessere, di essere non sé di essere cioè interconnessi e parte di tutti gli esseri. Non si può amare se stessi a meno di non amare contemporaneamente gli altri esseri.

Il discorso vale, però, anche al contrario: non si può amare altri esseri a meno di non amare se stessi! Questo è un promemoria che specialmente maestri buddhisti contemporanei come Pema Chòdròn, il Dalai Lama e Thich Nhat Hanh mettono in evidenza per i loro discepoli occidentali cresciuti in una cultura più individualistica e tormentati da insicurezza e da senso di inadeguatezza. L’accedere all’esperienza del risveglio e il crescere nella consapevolezza ella propria reale interconnessione con la totalità significa dare valore e avere cura non solo del contributo degli altri, ma anche del proprio. L’energia compassionevole che si avverte nei confronti degli altri torna come un boomerang su se stessi. Il proprio essere viene trascinato nell’onda traboccante della compassione per gli altri umani. Forse la versione di Buddha del comandamento di Gesù: «Ama il prossimo tuo come te stesso» avrebbe potuto essere: «Ama te stesso come ami gli altri!».

 

LA PACE DELLA INTERCONNESSIONE DELL’ESSERE

 

 

Secondo la mia impressione, questo giustifica in parte il fatto che l’esperienza dell’Illuminazione porti una profonda pace. Una pace che ha le proprie radici più profonde nella consapevolezza di come tutto sia interconnesso nel grande e dinamico quadro dell’interconnessione dell’Essere, dove ogni cosa, compresi noi stessi, combacia e ha il proprio posto.

Una pace, infine, che sorge dalla sapienza, prajna, ma che è altresì fondata sulla karuna, la compassione che si avverte in maniera naturale per tutti i “componenti” del quadro, compreso il p-proprio “non-sé” transeunte. Si diventa, così, tanto la fonte quanto i destinatari della compassione e, respirando, si avverte una pace piena.

Come cristiano, quello che mi fa riflettere e mi stimola è il fatto che, per quanto il nirvana non rappresenti in alcun modo un Essere amorevole o un Amante, esso trabocchi di amore e pace, ovvero, detto in maniera più personale e concreta: lo stesso tipo di pace che un cristiano sperimenta, sentendosi amato da Dio, è avvertito dai buddhisti nella consapevolezza di essere all’interno dell’Interessere.  Sono sospinti o trascinati dalla compassione; eppure, non esiste alcun Altro compassionevole. E questo un elemento che posso portare con me al momento di “riattraversare la frontiera”?

 

IL BODHISATTVA, LA CONDIVISIONE

 

La Forza Altrui è la forza propria

 

Forse mi sono espresso con eccessiva precipitazione, quando ho detto che per i buddhisti non esiste alcun “Altro compassionevole”. Per alcuni infatti esiste, oppure, almeno per un cristiano, sembra esistere. In molte delle varie scuole del buddhismo Mahayana, si è giunti (in base a un’esperienza personale) a considerare Buddha, se non un salvatore, almeno un soccorritore -  un “altro” che è presente per aiutare le persone a giungere all’esperienza definitiva della Vacuità o del nirvana. Faccio riferimento a quanto è racchiuso in modo meraviglioso nell’immagine universale del Bodhisattva, ciò che tutti i buddhisti mahayanisti sono chiamati a essere, perché corrisponde a ciò che era, o diventò, Gautama, nel momento in cui divenne Buddha. Ogni Buddha deve essere Bodhisattva, cioè un riflesso di quanto abbiamo chiamato “le due facce dell’Illuminazione”: ogni Buddha ottiene sapienza, ogni Bodhisattva vi aggiunge la compassione.

 

COSA E’ LA CONDIVISIONE

 

Il ruolo e l’esempio di un Bodhisattva sono illustrati in modo affascinante nella familiare vicenda dei quattro uomini sperduti nel deserto. Dopo giorni di vagabondaggio senz’acqua su sabbie infuocate, si ritrovano in un ampio pianoro, circondato da un’alta muraglia. Arrampicandosi fino alla sommità, scorgono al di là di essa un’oasi rigogliosa, che abbonda d’acqua e di frutti. Tre di essi saltano oltre il muro per immergersi in questo nirvana del deserto. Uno di loro torna indietro a riferire dell’oasi ad altre persone. Quest’ultimo è proprio il Bodhisattva, cioè colui che non tiene il nirvana per se stesso, ma lo condivide con gli altri, fornendoci il modello di cosa dobbiamo essere per gli altri, in quanto è ciò che Buddha è per noi.

 

Come rilevato da alcuni studiosi contemporanei del buddhismo tra i quali David Loy, il rapporto tra l’essere un Buddha e l’essere un Bodhisattva non è tra due elementi in sequenza, “prima l’uno poi l’altro”, cioè prima si esercita la compassione verso gli altri poi si passa alla Buddhità. Piuttosto, è il rapporto tra due elementi compresenti (“sia-sia”): essere illuminati significa tanto realizzare la saggezza, quanto esercitare la compassione. Se si conosce (saggezza/prajna) si agirà di conseguenza e agendo (in modo compassionevole) si conoscerà realmente. Essere un Buddha equivale a essere un Bodhisattva e viceversa.

Tale distinzione tra i due elementi, in compresenza piuttosto che in alternativa (“sia-sia” piuttosto che “o/o”), si applica ugualmente a un’altra distinzione che emerge nel buddhismo Mahayana: tra la forza propria e la Forza Altrui. Quando parla di Forza Altrui, la scuola della Terra Pura, che ha avuto origine in Cina ed è ora largamente diffusa in Giappone, alle orecchie dei buddhisti tradizionalisti o Theravada suona come una pura e semplice eresia. Come abbiamo visto nel primo capitolo, non esiste un Altro trascendente per i buddhisti.

Per i teologi cristiani, il messaggio della Terra Pura richiama quello annunciato da Martin Lutero nella sua Riforma. I fedeli della Terra Pura sono chiamati a rinunciare a tutte le proprie buone azioni e a fidarsi totalmente e unicamente dell’Amida Buddha, cioè un Buddha che ha fatto voto di salvare tutti i suoi devoti e di condurli a quella che viene definita la Terra Pura. Alcuni buddhisti appartenenti alla scuola della Terra Pura si limitano semplicemente a cantare e invocare il nome di Amida, mentre altri non fanno nemmeno questo, poiché non vogliono trasformare il canto in un’opera buona obbligatoria. Per loro quello che conta davvero, l’unica cosa necessaria, è la fiducia.

Espressioni simili, che si riferiscono all’idea di trovare aiuto in una “Forza Altrui”, si ritrovano anche nel buddhismo tibetano. Con la loro panoplia di profumi e campane, di immagini e candele, i monasteri in Tibet trasmettono la stessa sensazione delle chiese italiane. Al loro interno si trova un assortimento di Buddha e Bodhisattva, ciascuno risplendente nella sua particolare personalità in cui si rispecchia il suo seguito, ciascuno da venerare e invocare attraverso un elaboratissimo copione di inni, preghiere, gesti, incenso, burro. Ricorderò sempre l’ispirazione e la reverenza che provai durante un tragitto molto accidentato in pullman, nel 1999, da Kathmandu a Lhasa: monastero dopo monastero, mia moglie e io vedevamo lunghe code di tibetani muoversi con devozione e raccoglimento tra le immagini di Buddha e Bodhisattva, dando effettivamente l’impressione di aprirsi a una “Forza Altrui”. Mi ricordavano da vicino la mia esperienza nella parrocchia di San Giuseppe, quando m’inginocchiavo davanti alla statua del Sacro Cuore, dell’Immacolata o di San Giuseppe.

Eppure, a dispetto delle apparenze esterne, vi sono profonde differenze. La Forza Altrui di cui parlano e a cui vanno incontro i buddhisti della scuola della Terra Pura non è in sostanza o in definitiva così “altrui” , come potrebbero pensare i cristiani. La forza a cui i buddhisti del Mahayana si riferiscono come “altrui” risulta essere la loro “forza propria”, perciò stiamo nuovamente toccando quella realtà sfuggente, del non-due-ma-non-uno, che abbiamo chiamato non-dualismo. Potremmo distinguere tra Forza Altrui e forza propria, però non potremmo mai e poi mai separarle, giacché sono interconnesse, inerenti le une alle altre; per così dire, “inter-sono”.

Nella scuola buddhista della Terra Pura, questo non-dualismo fondamentale si manifesta a livello popolare in un monito che si trova un po’ dappertutto: anche se Amida dovrebbe aiutare i suoi devoti a raggiungere la Terra Pura, quest’ultima, però, non rappresenta il luogo del loro riposo perpetuo. Vi subentrerà qualcos’altro perché, una volta al sicuro nella Terra Pura, i fedeli di Amida sono destinati a esperire il passaggio illuminante al nirvana. Là, ciò che si pensava fosse il proprio sé sarà integrato nelusso dell’Interessere e tutte le chiarissime distinzioni tra forza propria e Forza Altrui si trasformeranno per fondersi in quel quadro più ampio.

Gli studiosi del Mahayana osservano che, sul piano psicologico, il medesimo fondersi delle distinzioni si verifica effettivamente, per quanto in modo inconsapevole, nel momento in cui i devoti sono chiamati a rinunciare a ogni sforzo per nutrire “solamente fiducia” in Amida. Si tratta di una tecnica, o di quello che i buddhisti stessi chiamano un “mezzo abile” (upaya): dimenticare l’io e lasciare fiduciosamente che l”Altro” assuma il controllo della situazione, al punto che l’io venne trasceso e si fonda con l’altro. Se il linguaggio rimane dualistico - il sé e l’altro -, il risultato è non-dualistico: non si dà nessun sé, nessun altro; bisogna soltanto lasciar andare la presa e avere fiducia. La forza propria viene sacrificata a beneficio della Forza Altrui, ovvero la Forza Altrui diventa la forza propria.

I maestri tibetani, quando spiegano e promuovono con attenzione e nei minimi dettagli i ruoli speciali dei vari Buddha e Bodhisattva, prestano la stessa cura alla descrizione dell’obiettivo della devozione a tali modelli di santità. Che i devoti ne siano chiaramente consapevoli, o la descrivano o meno in questi termini, l’esito delle loro devozioni è l’esperienza della “realtà” del Buddha o Bodhisattva, vissuta come “realtà” personale. Nel visualizzare e avvertire l’energia, il coraggio o la sapienza particolari contenuti nel volto, nelle molte mani, nelle azioni dei singoli Bodhisattva, i devoti giungono a sentire o forse a riconoscere la stessa forza, lo stesso coraggio o la stessa saggezza in se stessi!

Ciò non significa che il volto colorato, amorevole o terrificante della particolare figura di riferimento costituisca soltanto una finzione, o che abbia un ruolo meramente provvisorio, funzionale al totale assorbimento nell’esperienza individuale. La Forza Altrui del Buddha o del Bodhisattva non viene sostituita dalla forza propria: la propria diventa, o è realizzata, come forza propria. Quest’ultima diviene espressione della Forza Altrui, come un’onda è l’espressione dell’oceano. In definitiva, ci si accorge che non vi è alcun io individuale che possa essere chiaramente identificato e che agisca autonomamente, bensì esiste soltanto l’interconnessione, l’Interessere, gli Interesseri.

 

 

Il male: non è affatto quello che sembra

 

Se c’è un aspetto che può scoraggiare i cristiani ancor più della riluttanza di Buddha a parlare di Dio, questo è la riluttanza di Buddha a parlare del male: l’intera questione “il buddhismo e il male e altamente complessa e controversa.

Vorrei pertanto addentrarmi con cautela nell’argomento, con l’avvertenza che quanto segue rappresenta soltanto la prospettiva cauta e limitata di una persona. In definitiva, ciò che m’interessa di più non è se la mia comprensione della visione buddhista del male sia o meno assolutamente perfetta, bensì come la userò, una volta valicata nuovamente la frontiera, nell’applicarla ai miei combattimenti interiori di cristiano.

 

Cercando di superare le affermazioni eccessivamente semplicistiche del tipo “il buddhismo nega il male” , penso che la maniera migliore di cominciare sia descrivere quello che mi colpisce o mi lascia perplesso quando parlo del male con i miei colleghi e amici buddhisti. Loro non vogliono chiamare nessuna persona, né alcun oggetto o evento “ cattivi” . Sembrano temere che identificare o definire qualsiasi oggetto o persona come cattivo peggiorerà ulteriormente un rapporto o una situazione gia difficile Temono che, non appena si sara iniziato a “ pensare il male”, non si sarà in grado di capire una situazione complessa e perciò non si riuscirà ad affrontarla in maniera benefica. Etichettare qualsiasi cosa o persona come malvagia, per i buddhisti, è un esempio del tipo di ignoranza che ci può procurare guai o mettere in guai peggiori.

 

Non esiste una realta’ stabile quindi non esiste nulla di definitivMENTE MALE E BENE

 

Il discorso, che si pone a un livello assolutamente pratico (non “pensare” al male perché è solo fonte di problemi), trova svariate e complesse giustificazioni in ambito buddhista. Ed è qui che il terreno si fa insidioso. La giustificazione fondamentale della loro riluttanza a definire qualsiasi cosa come malvagia per me ha a che vedere con l’affermazione buddhista ancor più fondamentale che nulla possiede una realtà propri stabile nel tempo e che quindi non si può definire niente “cattivo” in sé, così come non si può definire nulla “buono” in sé. Ogni persona o atto è, secondo l’espressione buddhista, un concorso di “cause e condizioni”, dove alcune di esse possono produrre sofferenza e altre no; perciò, marchiare qualcuno o qualcosa come “cattivo” equivale a perdere di vista tutto ciò che lo rende ciò che è. Vi sono altri elementi nel miscuglio della sua identità che forse non sono così cattivi o che potrebbero fornire una spiegazione abbastanza precisa di ciò che al momento sta producendo sofferenza. In altre parole, se qualcuno ci appare malvagio, o anzi ci fa del male, dobbiamo essere presenti (sentiremo ancora parlare di questo termine nel capitolo dedicato a preghiera e meditazione) al fatto che questo non è tutto ciò che una persona è e certamente non è tutto quanto una persona può diventare.

Una simile prospettiva sul male significa che un buddhista non potrebbe mai ricorrere alla risposta cristiana, spesso scherzosa ma fin troppo spesso seria: «E il diavolo che mi ha indotto a farlo!». Per loro non esiste una fonte “originale” del male, una “forza o ira”, vuoi fuori di noi (il diavolo), vuoi dentro noi (una natura peccaminosa). Per fornire una sorta di spiegazione del male a livello umano (ossia della deprimente frequenza ed efficienza con cui gli esseri umani si fanno reciprocamente del male), i buddhisti direbbero che esso non ha origine né da Satana né da una natura peccaminosa, ma dall’ignoranza. Detto più semplicemente: facciamo cose orribili non perché siamo orribili noi stessi, ma perché siamo ignoranti.

 

DICENDO CHE SIAMO IGNORANTI IL BUDDHISMO SPINGE AL CAMBIAMENTO

 

Approfondiremo questo argomento con maggiore attenzione in uno dei prossimi capitoli, dedicato a Gesù e Buddha. Per il momento voglio far osservare come la visione buddhista della “condizione umana” sia fondamentalmente, positiva. Se compissimo cattive azioni perché siamo fondamentalmente cattivi, il problema non potrebbe sparire, almeno non in questo mondo. Se, invece, compiamo cattive azioni perché fondamentalmente ignoranti, potremo tirarci su le maniche e cominciare a formare (o, in termini buddhisti, a “illuminare”) noi stessi e gli altri. Adesso si comprende meglio perché i buddhisti non vogliano marchiare nessuno come “cattivo”.

Quanto detto non rende, però, i buddhisti degli idealisti dagli occhi spiritati, incapaci di vedere il fango perché hanno sempre lo sguardo puntato sulla montagna. Essi riconoscono, infatti, con chiarezza ed esplicitamente che, quando qualcuno agisce effettivamente in modo a causa dell’ignoranza, come spesso succede, questo può provocare gravi danni al mondo. E insegnano che i comportamenti indotti da ignoranza ed egoismo producono ancor più ignoranza ed egoismo, accrescendo così la sofferenza propria e altrui.

 

In questo consiste la cosiddetta legge del karma: atti dannosi producono sempre conseguenze dannose. E se tali atti sono riconducibili a te, sei tu a doverci avere a che fare. Non ci sono scuse - potremmo dire che questo è il “lato negativo” del karma. Vi e però un “lato positivo” possiamo gestire i guai che, creiamo, non si rimane bloccati nel karma negativo, perchè si è capaci di produrre un karma positivo. Se, come ci ha detto Buddha, l’egoismo genera sempre sofferenza, l’Illuminazione o la saggezza possono sempre eliminare la sofferenza stessa. Dipende da noi.

Se per Buddha, poi, quel “noi’ rappresentava ciascuno di noi individualmente, i leader buddhisti di oggi lo applicano a ciascun paese in ambito politico internazionale: dipende da noi affrontare il “male” che noi umani causiamo personalmente o reciprocamente.

Fin qui abbiamo trattato del cosiddetto male morale i buddhisti, però, cosa dicono del “male naturale”, di tutta la sofferenza causata dagli sconvolgimenti della natura come i terremoti o gli uragani? In questo caso, la risposta potrebbe meravigliare molti cristiani: tali eventi, come si dice tante volte, semplicemente accadono. Sono generati dalle “cause e condizioni” nei movimenti dei venti o delle placche tettoniche, o dai cambi di temperatura, e io stesso varrebbe anche per i deficit nel nostro patrimonio genetico. E semplicemente così; al massimo possiamo attribuirli alla pura casualità, come fossero degli accadimenti casuali, quasi a dire che semplicemente capita che capitino, senza alcuna causa particolare, senza alcuna volontà divina a determinarli. Capitano e noi dobbiamo affrontarli; però, aggiunge il buddhismo, siamo in grado di farlo.

 

 

Riattraversando la frontiera: Dio come presenza personale

 

Nel momento in cui riattraverso la frontiera verso la mia identità cristiana e i combattimenti interiori che la caratterizzano, mi sento attratto e ai tempo stesso faccio resistenza alla riluttanza buddhista a usare un linguaggio personale per parlare della propria Istanza Ultima. Gran parte di questa riluttanza suscita, infatti, vibrazioni solidali nei miei stessi sentimenti religiosi: è assolutamente sensato evitare quelli che sono davvero antropomorfismi associati a un Mistero Divino. Allo stesso tempo, però, il mio condizionamento cristiano e il mio ragionamento umano mi dicono che i teisti del mondo (nonché i politeisti!) - tutti coloro che si rivolgono alla loro Istanza Ultima come tu - sono sulla buona strada, giacche anch’essi hanno motivi alcuni di loro motivi validissimi, penso, per chiamare “Padre Celeste”, o “Madre Divina” o “Spirjto Santo”. Così, se anche sono costernato e spesso demoralizzato dal modo in cui i cristiani utilizzano quel linguaggio personale, non intendo semplicemente buttarlo via in toto. Anche se l’acqua del bagnetto può essere sporca, c’è un bambino dentro!

Prima di addentrarmi nei particolari del modo in cui penso che il buddhismo mi abbia aiutato a usare il linguaggio personale per Dio, lasciate che condivida con voi la lezione o, meglio il richiamo generale che i miei amici buddhisti mi offrono. Ogni nostro discorso su Dio quale “tu” o quale “persona” è di natura simbolica. Come mi hanno insegnato teologi come Karl Rahner e Paul Tillich, tutto il nostro linguaggio sul Divino non può essere altro che simbolico, oppure, nel linguaggio più tecnico di San Tommaso, analogico, termine sui cui significato ci soffermeremo nel prossimo capitolo. Per il momento voglio soltanto affermare la notevole importanza e utilità per me di ricordare a me stesso e di rassicurare me stesso che, ogni qual volta mi rivolgo a Dio quale “tu”, oppure prego il “nostro Padre Celeste”, specialmente nella liturgia, sto facendo uso di simboli.

Il linguaggio simbolico è tanto prezioso quanto pericoloso e perciò va usato con cautela. I simboli, infatti; sono parole che usiamo per aprirci a qualcosa che va essenzialmente oltre le parole sono immagini che ci collegano a una realtà che non potrà mai essere contenuta in alcuna immagine. Ciò significa, come spesso si dice ma altrettanto spesso si dimentica, che, per quanto i simboli vadano sempre presi seriamente, dobbiamo essere cauti nel prenderli alla lettera perché corriamo il rischio di gonfiarli tanto da trasformarli in idoli.

Allora, se tutto il nostro linguaggio su Dio è simbolico, dobbiamo stare attenti al modo in cui lo usiamo. Se chiamiamo io “tu” o “Padre” prendendo i simboli alla lettera e dimenticandone il valore simbolico, essi possono impedire a Dio di essere qualcosa di diverso da un “tu” o da un “Padre”. Questo ci riporta all’ammonizione di padre Enomiye-Lassalle: ci è dato di utilizzare immagini personali per Dio soltanto se siamo consapevoli che non dovremmo, soltanto se siamo consapevoli dei pericoli insiti nel farlo, cioè se prendiamo la nostra simbologia divina con serietà e cautela, e non alla lettera.

Lasciatemi spiegare come il buddhismo mi abbia aiutato.

 

 

Non una Persona, ma personale

 

Per trarre una conclusione chiara e, spero, cauta dagli itinerari e dagli stimoli affascinanti in cui ci siamo imbattuti nell’attraversare la frontiera del buddhismo, per me Dio non è più una Persona, ma Dio è di certo e in modo ancor più attraente, personale il che può essere una distinzione sottilissima, ma per me, credo, per molti cristiani, di grande importanza. Il buddhismo mi ha messo in grado di identificare e di affermare quanto vado sentendo negli ultimi decenni della mia combattuta vita spirituale:

 

Dio non è un Qualcuno onnipotente e amorevole, un Essere Divino con cui intrattengo essenzialmente la medesima relazione che ho con gli altri esseri personali nella mia vita. Come ho cercato di esporre nel primo capitolo, Dio per me; è o piuttosto è stato, il Mistero dell’Interessere che mi circonda e anima, eppure e un Mistero che mi è presente personalmente. Quando dico “presente personalmente”, intendo dire che mi tocca e influenza in modi che posso e devo descrivere come personali. Il tipo di esperienze che ha stimolato la mia consapevolezza, di essere parte del campo energetico dell’Interessere mi ha altresì reso consapevole che quest’energia non è cieca e che il suo campo non è inanimato. L’energia, per così dire, è intenta a qualche cosa, ovvero c’è qualcosa di personale che la riguarda, anche se non la posso chiamare persona.

 

LO SPIRITO COME SENSAZIONE DI RADICAMENTO

 

E dunque questo il motivo per cui, come ho confessato nel primo capitolo, il simbolo teologico che ancora mi parla, e con maggiore potenza, dopo aver attraversato la frontiera del buddhismo, è Dio quale Spirito, quale Spirito connettivo. Il buddhismo mi ha aiutato a identificare e a nutrire i tipi di esperienze umane in cui io trovo e avverto tale Spirito; i due frutti o caratteristiche principali che i buddhisti scoprono nell’Illuminazione, cioè saggezza e compassione mi hanno permesso di focalizzare le due esperienze più essenziali mediante le quali so che lo Spirito, pur non essendo una persona è una presenza, una sensazione di radicamento, che produce pace in me stesso, e un senso di connessione, che produce l’attenzione premurosa per gli altri.

 

 

Radicato nella pace

 

Utilizzando il termine “radicamento” sto tentando di esprimere la sensazione di esser parte o di appartenere a qualcosa di piu grande grande di me stesso; avverto che questo qualcosa di più grande mi comprende o addirittura mi abbraccia. In altre parole esso è degno di fiducia. Se anche rimane qualcosa di evasivamente misterioso se anche non offre mai un ubi consistam stabile (per questo i buddhisti lo chiamano Insostanzialità), mi sembra che l’appartenere alla sua sfera mi dia affidamento. I buddhisti chiamerebbero quest’esperienza saggezza” o comprensione - risvegliarsi alla realtà del Dharma o dell’Interessere. Per quanto abitualmente non parlino dell’Interessere come di qualcosa di affidabile, affermano chiaramente che, una volta la vita cambia, si trova una pace, un riposo, una capacità di vivere la vita che prima non si aveva. E in questo sta essenzialmente l’esperienza in cui identificherei la presenza personale dello Spirito.

I tipi di esperienza possono attivare una simile sensazione di radicamento-che-produce-pace sono vari quanto sorprendenti. Per i buddhisti il contesto o la pratica principale in cui i nostri occhi potrebbero aprirsi è la medesima di quella che valeva per Gautama: il silenzio della meditazione, un argomento che tratteremo più attentamente nel capitolo dedicato a preghiera e meditazione. I maestri spirituali e teologi cristiani parlano di altri “segnali della trascendenza” che sono, apparentemente, più a portata di mano, fanno più parte del tessuto quotidiano della vita. Sono segnali spesso captati senza che ce ne rendiamo chiaramente conto, o che possiamo identificare e designare soltanto nel richiamarli visivamente alla memoria. Segnali che normalmente emergono quando raggiungiamo i picchi del successo o attraversiamo i momenti più neri della nostra esistenza.

 

I SEGNALI DELLA TRASCENDENZA IN NOI, LA PRESENZA DELLO SPIRITO

 

Per picchi intendo le situazioni positive che sembrano sollevarci da terra e tirarci fuori dalle limitazioni della nostra stessa pelle, spingendoci verso un mondo più grande e bello: quando la bellezza della natura ci attira verso di sé, quando un particolare brano musicale ci entra talmente dentro che, secondo la felice espressione di T. S. Eliot, secondo la quale “siamo la musica”, quando le parole o l’abbraccio di un amico ci danno una forza che né noi né l’amico avevamo, quando il fare l’amore diventa molto di più di un atto sessuale e lascia entrambi senza respiro e colmi di gratitudine In tutte queste esperienze umane molto ordinarie, può accadere qualcosa di straordinario, se ci sentiamo connessi o radicati e afferrati da una pace che può durare perfino dopo che il momento più eccitante dell’esperienza è passato.

Nelle esperienze dei momenti bui, invece di svettare, sprofondiamo oltre l’abisso dell’esistenza: quando il terreno cede sotto i nostri piedi, quando non c’è nulla a sorreggerci, ci possiamo trovare a tirare avanti tenuti in vita in qualche modo sebbene non ci sia nulla in noi o negli altri che lo faccia. Nell’Insostanzialità vi è infatti qualcosa che ci afferra e ci porta. In modo paradossale e misterioso, ha in sé un fondamento.

 

Di norma non ci si rende conto di tali esperienze quando si attraversa un momento buio, ma soltanto successivamente, una volta che si è riusciti a venirne fuori in qualche modo. La morte accidentale, senza senso, di un bambino, la devastazione di un divorzio dopo vent’anni di matrimonio, la bocciatura a un esame decisivo, l’invasivo, demoralizzante, ricorrente ricordo di un abuso sessuale subito, rappresentano tutte esperienze in cui i fondamenti stessi della vita cedono e noi piombiamo in uno stato senza fondamento in una sorta di Insostanzialità. Attraverso tutto questo, però, e forse solo dopo tutto questo, vediamo che siamo stati in grado di proseguire, che siamo riusciti ad alzarci al mattino che abbiamo iniziato un’altra relazione, abbiamo avuto un altro figlio. Sì, per passare attraverso questi momenti abbiamo dovuto compere sforzi personali, nonché ricevere l’incoraggiamento di amici per quanto, nel momento stesso del dolore, della confusione e della sfinitezza, nessuno sforzo o amico sembrassero bastare da soli. In quei momenti e attraverso di essi possiamo avvertire qualcos’altro, qualcosa che ci ha sorretto e, aggiungerebbe un cristiano, si è preso cura di noi. Non un Padre-Dio che entra in scena e ci salva, ma una forza personale, uno Spirito che, pur essendo più grande, agisce attraverso i nostri sforzi e i nostri amici.

 

 

Posso quindi affermare che è questo a costituire il mio fondamento, a sostenermi e a darmi conseguentemente pace. Non un Qualcuno definibile, ma nemmeno un Qualcosa di inanimato. La posso chiamare la presenza personale dello Spirito.

 

 

Premurosamente collegati

 

L’insistenza buddhista sul fatto che l’Illuminazione porti non solo saggezza, ma anche compassione mi ha indotto a identificare e ad avvertire lo Spirito nella mia vita come quello che non solo mi radica e fonda nella pace interiore, ma mi collega anche agli altri nella premura e nell’amore. E soprattutto in esperienze simili che la presenza che avverto si rivela essere di natura personale. Nella mia esperienza cristiana - diversa ma non completamente da quella dei miei amici buddhisti - non è che prima avverto la presenza e poi mi collego con gli altri, bensì è il modo in cui avverto i legami con gli altri che rivela una presenza o una forza più profonde.

A farmelo capire è stato il gesuita Aloysius Pieris, mio caro amico e mentore, partendo dalla propria esperienza di studio e pratica del buddhismo in Sri Lanka. Padre Pieris osserva che nel buddhismo è la saggezza o prajna ad avere una leggera precedenza sulla compassione o karuna, mentre per i cristiani è generalmente il contrario: la compassione o agape precede la sapienza. Penso che anche per me le cose siano andate così. E, infatti, nella relazione con gli altri, nel modo in cui mi toccano e condizionano, che sono giunto alla consapevolezza della realtà più ampia della presenza dello Spirito, dell’Interessere, che vibra in seno alle mie relazioni personali.

Vi è davvero un mistero e una forza nel modo in cui gli altri possono avanzare diritti sulla nostra vita, nel modo in cui possono entrare nella nostra sfera d’azione personale, senza essere invitati, e chiamarci a uscire da noi stessi. Un chiaro esempio di tali felici intrusioni si è presentato a me e a mia moglie di fronte ai campesinos in El Salvador, mentre lavoravamo con un gruppo chiamato CRISPAZ (Christians for Peace in El Salvador, ‘Cristiani per la pace in El Salvador’), negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Quando sentimmo parlare delle sofferenze che questo popolo stava subendo sotto un governo repressivo sostenuto da quello statunitense, quando facemmo loro visita, ascoltammo le loro storie e scrutammo i loro volti, colmi di dolore ma anche induriti dalla resistenza, non abbiamo avuto scelta: dovevamo reagire. «Non abbiamo avuto scelta» ecco dove stanno il mistero e la potenza di cui sto parlando, cioè il modo in cui gli altri possono suscitare compassione e premura da parte nostra, in contrasto perfino con le nostre preferenze personali.

Un fenomeno simile non capita sempre ma, quando capita, è potente, misterioso e bello. Contrariamente a quanto ci hanno detto alcuni biologi in merito ai nostri “geni egoisti”, vi è anche una parte di noi che è in grado e ha bisogno di rispondere in maniera premurosa e compassionevole agli altri esseri umani. E quando effettivamente rispondiamo, ci sentiamo ancor più umani - ancor più felici, nonostante tutti i pesi che tali premure possono comportare.

Alcuni buddhisti chiamerebbero questa sensazione bodhicitta: il cuore di gentilezza amorevole che pulsa da qualche parte in ciascuno di noi. Da cristiano la chiamerei “potenza personale dello Spirito”, che mi tocca allo stesso modo in cui gli altri mi toccano. Il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas mi ha aiutato a capire e a trovare le parole per quello che sto cercando di dire e che ho vissuto in Ei Salvador. Lévinas ci dice, infatti, che il modo più convincente, elementare, in cui possiamo incontrare la realtà del Divino è nel volto dell’altro: guardando negli occhi un altro essere umano avvertiamo o possiamo avvertire sia rispetto che responsabilità; ci sentiamo obbligati ad amare l’identità dell’altro e a non reclamarla come nostra, ma al tempo stesso avvertiamo l’esigenza di proteggerla e di sostenerla. L’altro sollecita azione da parte nostra, azione dettata dalla cura premurosa è dalla responsabilità. E qui, suggerisce Lévinas possiamo avvertire la presenza di un Altro nell’altro, che non è che l’Altro presente in noi stessi. Si tratta però di una presenza riscontrabile in ciò che l’altro ci chiama a fare, nel modo in cui dobbiamo agire di fronte all’altro.

E così, ci dice Lévinas, quando tentiamo di parlare di Dio non dovremmo usare un “lessico dell’essere” ma un “lessico dell’azione”. Proprio come già dicevo prima, la più intima realtà del Divino è rappresentabile molto più con un verbo che con un sostantivo. Questo suggerirebbe che la nostra prima o fondamentale via di accesso alla realtà di Dio non sia una questione filosofica - un uso corretto della facoltà del pensiero - bensì una questione di etica, di correttezza di vita. Dio non è in primo luogo un essere che conosciamo, bensì un’attività che avvertiamo quando permettiamo che quell’attività e quell’energia scorrano in noi. Dobbiamo agire come Dio nell’accudire gli altri prima di poter formulare realmente un pensiero su Dio. E questo mi ricorda di nuovo quanto ci diceva il mio maestro Karl Rahner: una persona che non abbia mai amato o non si sia mai presa cura di un’altra persona non ha la benché minima idea di che cosa “Dio” significhi veramente.

In un appunto sul mio diario datato dicembre 2004, cercavo di esprimere questo passaggio nella mia spiritualità da un Dio che ama a un Dio che è Amore:

 

Mentre trovo problematiche un’eccessiva simbolizzazione e personalizzazione di Dio, so però che quanto rende preziosa, appagante ed emozionante la mia vita è il fatto di dare e di ricevere. In ciò risiede il significato dell’amore: dare di se stessi e ricevere da ciò che è altro da se stessi. Spero che in questo consisterà la mia vita, specialmente in questi anni più avanzati: nel dono di me stesso nell’amore e nella compassione per tutti gli esseri senzienti. E ricevo dal Mistero che sento in seno a tale movimento di me stesso verso l’altro. Sono nutrito mentre nutro. Questo è il Mistero dell’essere, del vivere e dell’evolversi. Esiste una Vita in seno a ogni vita, uno Spirito in seno a ogni spirito. Il mio è un dono confidente. Più dono di me stesso - principalmente a Cathy e poi a tutti coloro che entrano nella mia vita in modo immediato o remoto -, più posso sentire ed essere questo Mistero.

 

 

Danzare insieme

 

Raffigurarmi e avvertire Dio, non come una Persona onnipotente che mi guarda dall’alto in basso, bensì come una presenza personale che mi circonda e mi abbraccia, mi ha consentito di stare con Dio sul palcoscenico della mia vita, piuttosto che seguire un divino copione preconfezionato. La seguente citazione dal libro di Pema Chòdròn Comfortable with Uncertainty, trascritta sul mio diario nel febbraio del 2003, coglie perfettamente quello che sto cercando di dire. Parlando della maitri, la gentilezza amorevole che ci pervade, la Chòdròn fa riferimento all’immagine, usata nella tradizione di Shambhala a cui appartiene, di «porre la nostra mente impaurita nella culla della gentilezza amorevole». Prosegue, poi, seguita dalle mie riflessioni:

 

«Un’altra immagine che corrisponde alla maitri è quella di una chioccia che protegge e si prende cura dei propri piccoli finché non siano forti abbastanza da volare via. [. . .] Le persone si chiedono a volte: “Chi sono io in quest’immagine - la chioccia o il pulcino?”. La risposta è che siamo entrambi».  Siamo entrambi: la chioccia, sicura e premurosa, e il pulcino impaurito. E proprio qui che il buddhismo aiuta me, il cristiano, a superare il dualismo tra Dio e l’io-mondo. La capacità di accettare me stesso, la capacità di andare avanti, non è qualcosa che viene dall’esterno. E chi sono, anche se è molto di più di chi e di che cosa sono. Non due, non uno”.

 

A queste immagini di chioccia e pulcino, di Forza Altrui e forza propria, aggiungerei una distinzione cristiana tradizionale che è più tecnica e che è stata la causa di molte controversie teologiche nel corso dei secoli: quella tra grazia divina e libero arbitrio umano. Questi sono i termini cristiani per l’Altro e la forza propria. E un esercizio futile, direbbero i buddhisti (e lo confermerebbe la mia esperienza), argomentare su quale sia più importante o abbia l’ultima parola.

 

Mentre vi è una differenza tra la grazia divina e il mio libero arbitrio personale, la grazia diventa grazia nei miei stessi atti liberi, nelle mie decisioni. Il modo in cui Karl Rahner ha esposto la questione soddisferebbe i buddhisti: vi è un rapporto di proporzionalità diretta tra grazia e libertà, più sperimento la grazia nella mia vita, più sperimento la mia libertà. Per quanto siano diverse, esistono l’una nell’altra. Il loro rapporto e non duale, ovverosia interattivo. Detto più semplicemente e osando un po’: lo Spirito esige che io sia Spirito e io ho bisogno che lo Spirito sia me! Potremmo paragonare questo rapporto interattivo e interdipendente tra Spirito e spirito, tra grazia divina e libertà umana, a una coppia che balla, in cui il Divino guida i passi (senza che questo implichi alcuna immagine maschile o maschilista di Dio!). Dio può essere la fonte direttiva e innovativa, ma esattamente quali passi si faranno e quando occorrerà improvvisarne di nuovi dipenderà dalla reattività del partner. Nel muoversi insieme, nell’essere sensibile l’uno all’altro, una coppia di ballerini, nelle loro differenze e nonostante si pestino i piedi, crea insieme nuovi movimenti.

 

NON E’ QUALCOSA CHE ESISTE MA QUALCOSA CHE AVVIENE

 

Il procedere della volontà di Dio

 

Tutto ciò mi aiuta a gestire i problemi, descritti prima, posti dalla nozione di “volontà di Dio”. Se il Dio che avvertiamo nella nostra vita è una presenza personale piuttosto che una Persona onnipotente, se prendiamo seriamente il non-dualismo o l’interazione tra grazia di Dio e nostra libertà, allora la volontà di Dio diventa per noi non qualcosa che esiste ma qualcosa che avviene. Non si tratta di un piano preconfezionato, imposto alla storia, che determina chi vince la battaglia o se ci sarà il sole questo fine settimana. Piuttosto, la volontà di Dio viene elaborata tramite l’interazione dello Spirito sempre-presente e sempre-attivo, da una parte, e le libere scelte e gli avvenimenti casuali della natura, dall’altra. Ma mentre i partner sono diversi, le loro differenze potrebbero essere difficili da determinare, nel balletto che li trasporta e li rapporta.

Pertanto, in quella che chiamiamo volontà di Dio, vi è largo spazio “per riempire gli spazi vuoti” o, come i teologi neotestamentari descrivono la concezione del Regno di Dio di Gesù, essa è tanto già, quanto non-ancora. Il “già” è rappresentato dal sempre-presente e affidabile Spirito che radica nella pace e ci chiama a una compassione sempre-maggiore; quanto al “non-ancora”, l’immagine buddhista dell’Insostanzialita mi ha aiutato ad afferrare come la volontà di Dio sia davvero spaventosa altrettanto affidabile. Fa spavento perché è ancora incerta, ancora piena di spazi vuoti in cui non riusciamo a scorgere reti di sicurezza deve essere decifrata e ciò significa che possono esserci finali lieti o tristi. Allo stesso tempo, però, posso abbracciare l’incertezza, lasciarmi cadere nella spaziosità senza fondo perchè ciò che non è ancora ed è ancora di là da venire costituirà la co-creazione della mia sapienza e compassione e della Sapienza e Compassione di quello che, da cristiano, chiamo lo Spirito, e che alcuni buddhisti potrebbero chiamare “la culla della gentilezza amorevole”. La volontà di Dio, dunque, è un dramma interattivo tra lo Spirito e le creature finite.

Per me, e spero per tutti i cristiani, questo può aver senso dal punto di vista intellettuale, anche se sempre in maniera misteriosa. Ma perché diventi reale - ovvero una realtà sentita nella propria vita - spesso occorre la visuale offerta dallo specchietto retrovisore. Se ne è presentato un esempio quando, nel 1991, con mia moglie Cathy e i nostri due figli John e Moira, sono tornato nell’antica città universitaria tedesca di Marburgo dove, vent’anni prima, avevo ottenuto il dottorato di ricerca in teologia. Per me erano stati anni bellissimi ed emozionanti, ma allo stesso tempo difficili, segnati da dolore e confusione. Oltre ai prevedibili travagli per adattarsi ai rigori senza pari del programma di dottorato protestante, fui catturato in un flusso non altrettanto prevedibile di relazioni e sentimenti che, dopo una vita religiosa iniziata in seminario a tredici anni, mi costrinsero a chiedermi se davvero volessi condividere il celibato sacerdotale. Si trattava di un interrogativo che non avrei mai pensato di sentire e neppure di dovervi dare risposta. E durante quegli anni di Marburgo sembrava impossibile tanto rispondere, quanto sottrarsi a tale interrogativo.

Vent’anni dopo, però, seduto in silenzio con Cathy sulla stessa panchina, accanto al castello che sovrasta la città, dove tanto spesso avevo meditato e sofferto, mi accorsi, scosso da un impeto di limpidezza e di gratitudine, che in tutti quegli anni nella mia vita qualcosa stava succedendo. Non so come dirlo diversamente. Non è che attraverso tutti quei combattimenti avessi finalmente scoperto qualcosa che già c’era. No, dovevo tracciare il sentiero, ma, nel farlo, in tutte le decisioni buone e cattive prese, nel sostegno o nelle complicazioni portati dalle persone che entravano nella mia vita, nella gioia e nel dolore che stavo procurando agli altri e a me stesso, ero afferrato o ispirato da qualcos’altro: qualcosa di creativo, pieno di risorse, lo si chiami presenza, lo si chiami Spirito. Vent’anni dopo, era più chiaro di quanto non fosse mai potuto essere. E provavo gratitudine.

 

 

DIO E’ SPIRITO CHE INTERAGISCE NON ESSERE ONNIPOTENTE PADRONE DEL MONDO.

 

I male... non ha mai l’ultima parola

 

Che dire però del disordine del nostro mondo, ovvero delle macerie di orribili sofferenze che si possono trovare in ogni angolo del mondo, esito infausto vuoi dell’azione dell’uomo nei confronti degli altri uomini o degli altri esseri senzienti, vuoi della natura nei confronti di tutti? Mi riferisco ai miei combattimenti interiori con il cosiddetto “problema del male”.

Certamente la quantità, l’intensità e l’insensatezza della sofferenza che l’uomo deve sopportare sono davvero incomprensibili e questo elemento di incomprensibilità che porta con sé non sarà mai eliminato. Il buddhismo, tuttavia, mi ha aiutato ad affrontare e non sfuggire al mistero. Mi ha assistito nel recuperare risorse nella mia tradizione cristiana, mediante le quali posso avvicinare il problema del male con maggiore onestà intelligenza e creatività.

Prima di tutto, se concepiamo Dio come lo Spirito dell’Interessere che interagisce creativamente con il mondo, piuttosto che come un Essere onnipotente, padrone del mondo, non possiamo più, fortunatamente, far ricadere la colpa del male” su Dio. Come il vento che gonfia le vele della barca di un esperto lupo di mare, lo Spirito interagisce, non controlla. Ovvero, secondo l’espressione utilizzata dai teologi del processo, se vogliamo descrivere Dio come “onnipotente”, si tratta del potere della persuasione incessante, non della coercizione nella logia del controllo. Credo che questo sia un modo molto più ortodosso di parlare del Dio cristiano che asserire che «Dio può fare tutto quello che vuole». Se Dio è Amore, allora Dio non può fare tutto quello che vuole. Se due amanti si costringono a vicenda, non si amano davvero. Gli amanti si astengono dalla coercizione, anche quando fa male.

Eppure il buddhismo suggerisce anche che, se non possiamo incolpare Dio di quello che chiamiamo male umano o male morale, non possiamo nemmeno incolparne il diavolo, o qualsiasi fonte preesistente e indipendente di male. Suggerisco che per i cristiani ci sia molto da imparare in quest’ambito. Possiamo, cioè, comprendere le nostre dottrine tradizionali del peccato originale e del nostro “stato decaduto” in maniera più unitaria e profonda, facendo dialogare queste credenze con la seconda Nobile Verità rivelata da Buddha. Questa Verità ci dice che causiamo il male a noi stessi e agli altri, non per via di un egoismo innato, bensì per ignoranza.

Da tale prospettiva, possiamo dire che il male non esiste in , non possiede, cioè, una propria realtà, o identità giacche è sempre il prodotto di qualcos’altro, ovvero dell’ignoranza. Quello che affermiamo qui non è soltanto un’interessante intuizione filosofica, ma comporta significative conseguenze su come concepiamo e veniamo a capo del mondo confuso in cui viviamo. Se il “male” è reale, cioè un dato di fatto nella condizione umana, siamo affetti da un male incurabile, a cui non esiste un vero rimedio finche non passiamo all’altra vita, dove sarà finalmente eliminato, oppure punito. Se il male non è reale in sé, bensì l’infelice prodotto dell’ignoranza, chiamate il medico: c’è speranza.

Credo che l’accento cristiano sulla nostra condizione di peccato, sulla nostra posizione di peccatori indegni dell’amore di Dio, possa venire positivamente bilanciato dalla valutazione fondamentalmente positiva della natura umana e del mondo data dal buddhismo. Si tratta di una valutazione realistica, poiché affronta a testa bassa la profondità e l’ampiezza della sofferenza causata dall’ignoranza. Il significato del karma, come abbiamo sentito, che l’ignoranza e la sofferenza possono mescolarsi in una rovinosa valanga. I buddhisti, però, non abbandonano mai lo sforzo del Bodhisattva di eliminare l’ignoranza di tutti gli esseri senzienti; l’Illuminazione è possibile per ogni essere umano, perché ogni singolo essere umano possiede la natura di Buddha. Perciò il male presente nel mondo oggi può diminuire domani.

Tale afflato di speranza è presente, ma spesso omesso o dimenticato, negli elementi di base della fede cristiana: indipendentemente da quanto possiamo essere infangati dal peccato, rimaniamo figli di Dio; non possiamo fare nulla che non possa essere perdonato; per citare san Paolo, «laddove è abbonato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20), cioè, indipendentemente da quanto egoismo e sofferenza si siano accumulati l’uno sull’altra, vi sono possibilità ancora maggiori per la compassione e per la collaborazione. Noi cristiani dovremmo crederci - e agire di conseguenza.

Ho il sospetto che ci avvicineremmo assai più alla visione della natura umana di Gesù, se concepissimo il ”peccato originale” come “ ignoranza originale”. Se intendiamo parlare di ciò che ha innesca la valanga del peccato nella storia dell’umanità, siamo più vicini alla verità se collochiamo l’impulso iniziale non in una qualche corruzione primordiale, che ora s’infiltra in ciascuno di noi nell’atto stesso della procreazione, bensì, come dice la storia di Adamo ed Eva, in una decisione sciocca, anzi stupida, di credere alle promesse di qualcuno travestito da serpente. Non intendo essere irrispettoso, ma sono convinto che, se concepiamo il mito di Adamo ed Eva non come atto di scellerata ribellione, bensì come una decisione basata sull’ignoranza dell’illusione, possiamo più facilmente evitare che il “peccato originale” offuschi o scalzi la “grazia originale” delle creature di Dio. (Il richiamo è ovviamente al primo capitolo della Genesi in cui Dio contempla il creato e dice che tutto «era cosa buona»).

Beh, questo può aiutare a gestire il disordine causato dalle decisioni umane; che dire, però, del disastro, della terribile sofferenza che le forze della natura possono improvvisamente generare? Ancora una volta, se concepiamo Dio quale Spirito fondante e connettivo, che interagisce con il mondo senza controllarlo, possiamo e dobbiamo riconoscere che, proprio come lo Spirito rispetta e asseconda il modo di comportarsi degli uomini, così lo Spirito rispetterà e asseconderà il modo di comportarsi degli animali e degli elementi della natura. In condizioni ideali gli esseri umani agiscono liberamente hanno il controllo o un certo controllo dei propri istinti e inclinazioni naturali; il resto della natura agisce attraverso il puro istinto e/o avvenimenti casuali. In date circostanze, o in una particolare convergenza di eventi, le particelle subatomiche si comporteranno da particelle subatomiche e i vulcani da vulcani. E lo Spirito, quale presenza interattiva, non quale comandante in capo, lascia che ciò avvenga.

Così, «quando succedono cose brutte a delle brave persone» (per mutuare l’espressione del titolo dell’apprezzato volume del rabbino Harold Kushner), quando ci troviamo di fronte a cose come terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche distruttive, cancro, difetti genetici, dobbiamo dapprima esaminare diligentemente se vi siano implicate eventuali “cause e condizioni” umane; altrimenti, insieme con Buddha e il rabbino Kushner, dobbiamo dire che «succedono soltanto», senza essere provocate da Dio, né da alcun agente soprannaturale buono o cattivo. Sono generate dal verificarsi delle “cause e condizioni” che regolano il funzionamento della natura, cioè quello che Buddha chiamerebbe tathata, la talità, o l’esser tale, delle cose. E la nostra prima reazione dovrebbe essere di accettarle, il che non significa rallegrarsene, ma nemmeno negarle o ribellarsi contro di esse, o lasciare che ci calpestino. Come saggiamente consiglia Mother Mary (chiunque sia!), nella canzone dei Beatles: «Let it be», ‘lascia che sia’.

Non ci fermeremo comunque qui. L’accettazione, infatti, rappresenta soltanto la prima risposta. Se interpreto correttamente maestri quali Thich Nhat Hanh e Pema Chòdròn, i buddhisti dapprima accetterebbero, con la massima presenza mentale e compassione possibili, quello che è, e poi lascerebbero che ogni provvedimento da prendere scaturisca da questa presenza e compassione. Da cristiano, tenderei a fare la stessa cosa (accetterei, cioè, quanto è accaduto come “quanto è accaduto”), ma sarei altresì cosciente dello Spirito interattivo sempre-presente della Sapienza e della Compassione. Tale Spirito, poi, interagendo con il mio spirito, può fornire tanto la forza di accettare quello che potrebbe risultare assolutamente inaccettabile, quanto la creatività di prendere un provvedimento adatto, o perlomeno di andare avanti nel proprio cammino. Questa “creatività” si basa sulla fiducia che nutro (e che confido sia presente nei buddhisti, benché non sentano la necessità di doverla identificare) che, nell’accettare l’accaduto, troverò la capacità di andare avanti e di dare un senso plausibile al dolore e alla perdita che ho sperimentato.

Gli esponenti della teologia del processo parlano dello Spirito come fonte delle infinite possibilità aperte a una nuova vita e a nuove relazioni che si possono ricavare da qualsiasi cosa succeda. La mia fede cristiana mi dice che, anche di fronte alla perdita di un bambino, alla separazione coniugale, alla notizia dell’insorgere di un tumore, posseggo le risorse interiori, che sono le risorse dello Spirito, per affrontare queste realtà dolorose e ricavarne nuove possibilità. Gli insegnamenti buddhisti mi hanno aiutato ad aprirmi a questo Spirito e ad avvertire la sua materna presenza, consigliandomi in primo luogo di accettare con onestà e coraggio tutta la sofferenza e l’orrore di un avvenimento, e poi di reagirvi con tutta la saggezza e la persistente compassione possibili, verso me stesso e verso gli altri. E sarò capace di andare avanti, forse anche in grado di trarre un “bene” dal “male” che è accaduto. Nel caso del male causato dall’uomo, sarà un bene che non sarebbe mai potuto emergere senza il male che non sarebbe mai dovuto succedere. Ci troviamo qui di fronte al mistero del paradosso, ma è un mistero capace di affermare e di creare vita e, di nuovo, guardando nello specchietto retrovisore della mia vita personale, so che tale mistero si realizza.

Ciò che chiamiamo male, perciò, che sia provocato da decisioni umane o da eventi naturali casuali, non ha mai l’ultima parola. O meglio, non deve avere l’ultima parola. Lo Spirito non lo ha causato, ma lo Spirito è presente, dimorando in noi e identificandosi con noi, per affrontarlo. (da Senza Buddha non potrei essere cristiano, pp. 32-69).

 

 

 

 

 

 

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