Nirvana e Paradiso

 

da P. Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, pp. 98-121

 

Le difficoltà descritte nel capitolo precedente, per il modo irrispettoso con cui tante nostre parole affrontano il Mistero che è Dio, sono essenzialmente analoghe ai problemi che suscita la maniera in cui noi cristiani trattiamo il mistero che si affaccia oltre la morte. Noi parliamo troppo. Eppure, in un certo senso, questi problemi sono per me ancora maggiori o più dolorosi di quelli suscitati dai discorsi su Dio. Perlomeno nel parlare di Dio noi cristiani siamo generalmente più consapevoli, o possiamo più facilmente acquistare la consapevolezza del fatto che siamo alle prese con il Mistero. Nessuno negherà, infatti, che Dio sia molto di più di qualsiasi cosa possiamo conoscere o dire; eppure, quando si tratta di inferno e paradiso sembra che siamo molto più sicuri di quanto sappiamo e diciamo, quasi ci dimenticassimo, o non volessimo ammettere, ciò che si applica al Divino si applica anche alla vita con il Divino dopo la morte: tutto il nostro linguaggio è naturalmente testardamente e magnificamente simbolico.

I termini “paradiso”, “inferno, “purgatorio”, “giudizio universale” sono simboli, dal momento che anch’essi sono come dita puntate verso la luna e non vanno identificati con la luna stessa. Forse i cristiani non se ne rendono conto perché credono che Gesù o la Bibbia abbiano loro fornito informazioni ben dettagliate o racconti affidabili su quanto avverrà oltre la soglia della morte. Dimenticano che quando “Dio ci parla” e si rivela a noi, l’unico linguaggio che può usare è simbolico: Dio stesso può soltanto indicare col dito.

Forse ancor più che nel parlare di Dio, quando parlano dei cosidetti Novissimi i cristiani non prendono il proprio linguaggio abbastanza seriamente, perché lo prendono troppo alla lettera. Almeno, questo è il mio sospetto ed è quanto ho avvertito con ancora maggiore acutezza dopo aver compiuto settant’anni, consapevole che per me “le cose ultime” non sono poi così lontane.

Permettetemi di cominciare descrivendo alcune situazioni il discorso cristiano sulla vita dopo la morte mi ha posto in uno sconfortante imbarazzo.

 

I combattimenti interiori: parliamo troppo

 

I funerali sono la tipica situazione dove spesso provo imbarazzo. Che sia il linguaggio stesso della liturgia o la predica durante la messa che precede il rito della sepoltura, o i discorsi encommiastici a casa del defunto, mi sono spesso ritrovato a dire e mia moglie lo può testimoniare: «Gente, non voglio che si di me in questo modo al mio funerale». Ecco degli esempi di un linguaggio che non vorrei sentire anche se potessi:

 

“Che gli angeli ti accolgano nel paradiso celeste».

Ora può cantare le lodi di Dio insieme agli angeli per tutta l’eternità».

Ora Dio la ricompenserà per aver sopportato figli tanto ingrati».

È finalmente in pace, dopo aver sofferto per tutta la durata della malattia».

Be’, papà sarà ormai riunito con la mamma».

Se anche dovrà trascorrere un po’ di tempo in purgatorio, non sarà a lungo».

 

Onestamente, non voglio che un giorno parlino così di me. Perché?

Ritengo che, in generale, il motivo per cui un linguaggio simile mi mette a disagio (e ho sentito alcuni amici che lo condividono) sta nel suo proporsi limpido e chiaro, pur trattando cose che non si possono conoscere con tanta limpidezza e chiarezza prima di passare a miglior vita. Una cosa è credere nella “vita eterna”, tutt’altra è precisare come quella vita è vissuta; temo, cioè, che, quando parliamo della “vita ultraterrena”, dimentichiamo che non sappiamo veramente di cosa stiamo parlando. Quindi, parliamo troppo e con troppa faciloneria e, cadendo in questi eccessi, non apprezziamo, anzi potremmo perfino svalutare, il mistero oltre la morte.

 

 

Spaventati a morte

 

LA PAURA DELL’INFERNO

Uno degli ambiti in cui sento che noi cristiani abbiamo parlato troppo, e quindi non soltanto svalutando, ma effettivamente distorcendo sia il mistero dei Novissimi sia il mistero del Divino, riguarda quello che abbiamo da dire sull’inferno. Anche quando non prendiamo alla lettera «il fuoco dell’inferno», anche quando, come ci ha insegnato Karl Rahner, ci viene richiesto di credere che l’inferno esiste pur non potendo esser sicuri che sia abitato da qualcuno, a essere franco, io semplicemente, non riesco a farlo. Non riesco a credere nemmeno nella possibilità della punizione eterna all’inferno: dovrei costringermi, ma la fede non è oggetto di violenza.

Lo dico, prima di tutto, per ragioni psicologiche personali. Da bambino, a scuola (fortunatamente non dai miei genitori mi fu instillato un autentico terrore dell’inferno. Fu in seconda elementare che, dopo essere stato debitamente istruito circa differenza tra peccato veniale (un biglietto di andata e ritorno per il purgatorio) e peccato mortale (un biglietto di sola andata per l’inferno), fui attanagliato dalla paura che, commettendo un peccato mortale e poi non confessandolo correttamente al prete, potessi essere punito per tutta l’eternità. Per un ragazzino che prendeva le cose troppo sul serio, l’eternità” - per tutti i secoli dei secoli dei secoli - era un periodo spaventosamente lungo specialmente se lo si doveva passare a cuocere all’inferno. La paura di rimanere bloccato all’inferno per l’eternità alimentò una scrupolosità patologica (il timore di peccare, anche inconsciamente) che mi perseguitò per tutti gli anni di liceo in seminario. Così, forse, la mia avversione alla nozione di inferno rappresenta un’ultrareazione compensativa.

Se lo è, sembra essere un’ultrareazione sana, tanto sul piano logico quanto su quello teologico. Instillare nei bambini (o in chiunque!) il terrore dell’inferno, insegnando che Dio può fare qualcosa che i loro genitori, neppure nei momenti di rabbia più nera, potrebbero fare, ovvero punirli o permettere che siano puniti per tutti i secoli dei secoli dei secoli, è dottrina che non pare né promuovere la sanità mentale né le fondamenta di una moralità adulta matura. Come poi mi fu insegnato a Roma da un saggio direttore spirituale, padre Fringts della Società del Verbo Divino, se una religione produce una cattiva psicologia, probabilmente produce anche cattiva teologia.

E in questo caso, la dottrina dell’inferno eterno sembra di sicuro generare una cattiva teologia. Detto semplicemente, vi è una patente contraddizione tra i seguenti due articoli di fede: “Dio è amore” e «Dio punisce in eterno». Se usiamo per il divino il simbolo del Padre amorevole - e lo interpretiamo come una Persona o come una presenza - e lo prendiamo sul serio allora l’inferno perpetuo non può aver senso, visto che, indipendentemente dal torto commesso, nessun genitore potrebbe o permetterebbe che il figlio patisse per punizione un supplizio (come il fuoco!) che duri tutta la vita (eterna!). Dio lo fa, allora mi pare chiaro che non lo possiamo chiare Padre o Madre.

 

 

Siamo mossi dall’egoismo?

 

La terminologia cristiana relativa alla vita ultraterrena mi conforta, in modo ancor più profondo, non perché parli tropo del paradiso, ma per un aspetto particolare di tali discorsi che, a detta di molti, costituisce la pietra angolare della dottrina cristiana sui Novissimi. Nel corso degli ultimi decenni, dibattendo interiormente questa materia, nelle conversazioni con amici cristiani ho sollevato l’argomento solo dopo grande esitazione e, più ne ho parlato, più mi sono meravigliato delle reazioni, non tanto di sorpresa, quanto di intesa: «Sì, anch’io me lo sono chiesto».

Mi riferisco all’immortalità personale, cioè a come, o perfino se, continuiamo a vivere dopo la morte quali esseri singoli. Mi ritrovo a chiedermi non soltanto se io creda, ma, se capisco correttamente il messaggio di Gesù, se debba o meno credere che dopo la morte continuerò a vivere in quanto Paul Knitter, essenzialmente con la stessa anima o personalità (benché purificata), come mi è stato insegnato dalle scuole medie fino alla formazione in seminario, e, dopo il giudizio universale, con lo stesso corpo (benché perfezionato, così riavrò indietro i miei capelli!). Sinceramente, non mi sento più consolato, piuttosto confuso, da una visione del paradiso in cui vivo per sempre da singolo individuo, insieme con miliardi di altri individui. Temo che tale visione, presa alla lettera, derivi da un altro uso improprio delle parole al cospetto del mistero. Lasciate che spieghi brevemente il perché.

Qualche anno fa, mi ritrovai balbettante davanti alla provocazione insita nella domanda di un collega agnostico del dipartimento di biologia dell’Università Saveriana: «Nulla al mondo perisce completamente. Tutto continua a vivere dopo la morte, sia pure in forme diverse, in un meraviglioso processo di riciclo. Perché gli esseri umani dovrebbero voler trattenere la propria identità individuale e perdersi questo meraviglioso processo?». E nemmeno sono in grado di scrollarmi di dosso le parole di un amico: «Tutto continua a vivere in forme diverse». Forse il mistero della mia vita dopo la mia morte sarà così inaspettatamente e meravigliosamente diverso da essere davvero al di là di qualsiasi cosa io possa attualmente chiamare “mio” o “me”. Sono interrogativi che hanno senso non soltanto dal punto di vista letterale, ma, se prendiamo sul serio il mistero e la creatività del Divino, perfino dal punto di vista teologico. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano», ci ricorda san Paolo (1 Cor 2,9). Ciò significa che rimarremo davvero a bocca aperta.

Ma, sul piano più personale e con un maggiore disagio da parte mia, le tradizionali immagini di un paradiso in cui i singoli individui ricevono il proprio premio eterno mi sembrano... be’, abbastanza egoistiche, ovvero egocentriche. Non sto parlando del livello infantile di moralità che queste immagini possono facilmente favorire, raccomandando, cioè, di essere buoni per evitare la punizione dell’inferno e guadagnare il premio del paradiso. Piuttosto, ho il fastidioso sospetto che dottrine relative al paradiso che insistono sul fatto che “io” godrò della vita con Dio con i “miei” cari non dicano soltanto troppo, ma potrebbero anche rappresentare un ostacolo: ci potrebbero impedire di corrispondere alla gioia racchiusa nel messaggio autentico di Gesù, quando disse che, per trovare noi stessi, dobbiamo perdere noi stessi. Se davvero “perdiamo” noi stessi, qualsiasi cosa troveremo non corrisponderà a quanto abbiamo perso. Cosa troveremo però? Cosa saremo?

Penso che il buddhismo mi abbia aiutato a scandagliare con un po’ più di attenzione il mistero della vita dopo la morte e il Mistero che si pone al di là di qualsiasi parola.

 

 

Attraversando la frontiera: essere qui ora

 

L’AIUTO DEL BUDDHISMO

Non dimenticherò mai la prima volta in cui accompagnai un gruppo di miei studenti seminaristi alcentro Zen di Halsted Street a Chicago; erano i primi anni Settanta, ai tempi in cui insegnavo alla Catholic Theological Union. Nella conversazione con il maestro Zen che seguì una mezz’ora di seduta di meditazione, la prima domanda fu: «Qual è la visione buddhista della vita dopo la morte?». Saltammo letteralmente sui nostri cuscini quando il maestro rispose in tono calmo: «Non ne abbiamo».

Davanti al silenzio stupefatto, con un risolino proseguì, fornendo una spiegazione che si riduceva essenzialmente alla risposta di Buddha a simili interrogativi: «La vostra domanda non c’entra». Quanto noi cristiani stavamo chiedendo non era importante, o meglio non era necessario, alla luce di ciò che i buddhisti cercano di conseguire. Il punto focale in cui si concentrano le energie e l’interesse dei buddhisti non è ciò che viene dopo la morte o il domani, e nemmeno il momento successivo a quello presente. Si concentrano piuttosto su questo momento, ora, proprio qui. Si potrebbe dire che i buddhisti non vogliano essere in nessun altro luogo se non in questo luogo, adesso, cioè che vogliano vivere la propria vita con totale presenza. Come vedremo nel capitolo riguardante la meditazione, ciò significa per i buddhisti stessi essere presenti con tutta la mente e aperti a quanto succede sopra, intorno e dentro di loro, in questo momento.

 

 

 

Quanto sarà è ora

 

In base all’esperienza del Buddha, che diventa la loro esperienza, i buddhisti sono convinti che se possono essere pienamente presenti aperti a quanto sta accadendo adesso, allora quando succederà dopo seguirà il proprio corso senza problemi: in un certo senso, “quanto sarà” è contenuto in “quanto è ora” e, per arrivare a quanto sarà , è necessario che siamo pienamente presenti a quanto è ora rispondendovi nel modo più compassionevole possibile. Se facciamo così, ci dice Buddha, se riusciamo a essere pienamente presenti e disponibili all’“ora”, la differenza tra “ora” e “poi” non ci sarà! Essendo pienamente presenti a “questo” momento, non avremo più alcuna preoccupazione su quello futuro, compresi il momento in cui moriamo e quelli successivi alla nostra morte.

Se, però, i miei amici e gli studiosi buddhisti me lo consentono, ritengo che i buddhisti siano in grado di dire qualcosa (e alcuni lo fanno spesso) su quello che viene dopo, cioè dopo la morte. La ragione, ritengo, è molto semplice: ciò che scoprono in questa vita sarà vero anche per ciò che costituirà la vita successiva; ciò che esperiscono di essere ora, continueranno a esserlo, forse ancor più pienamente, dopo la morte: il “non-sé.  Si ricorderà che nel primo capitolo ho cercato di spiegare come nell’esperienza dell’Illuminazione i buddhisti si risveglino alla propria autentica identità quali anatta cioè ‘non-sé. Ciò non significa che non esistano ma che la loro identità reale è di andare oltre il sé singolo e di diventare parte della più ampia realtà dell’Interessere, contribuendovi in modo compassionevole. La felicità in questa vita consiste, quindi, nel vivere in modo distaccato dal sé. I buddhisti, poi, sanno che lo stesso varrà per qualsiasi cosa succeda dopo la loro vita presente e che dunque, come il maestro Zen disse ai miei studenti, non devono preoccuparsi di quanto viene dopo la morte.

Esattamente come, durante la loro vita, sono in grado di superare la sofferenza e conseguire la pace, lasciando la presa e non appigliandosi egoisticamente né a se stessi né a qualsiasi altra cosa, così, al momento della morte, i buddhisti lasceranno la presa, senza aggrapparsi. E i risultati, come sanno, saranno identici: ci sarà pace, si darà ulteriore Interessere e ulteriore vita. Esattamente come in ciascun momento hanno trovato pace e superato la sofferenza, andando oltre i propri io individuali, così nella morte ci sarà, per così dire, la resa finale e il superamento di se stessi. Ciò porterà un beneficio, in morte come in vita. Come recita un motto Zen, «Ogni giorno è un bel giorno», compreso il giorno in cui moriamo.

 

 

Rinascita: non mollare!

 

Le pagine precedenti, dedicate alla descrizione ideale più che reale dell’agevole passaggio, al momento di morire, da un livello di distacco dal sé a quello, maggiore, che rappresenta la morte ideale, conseguita da illuminati, santi e mistici, sono state un po’ troppo lineari. Per il resto di noi, infatti, le cose potrebbero essere leggermente più complesse. Ho l’impressione che sia questo il messaggio veicolato dalla fede buddhista nella rinascita e nel karma.

Come capire cosa significhi realmente “rinascita” (i buddhisti preferiscono questo termine a quello di reincarnazione”) è una faccenda in sé notoriamente e pericolosamente complessa: il nucleo del problema è spiegare cosa rinasca se non c’è alcun sé/io (anatta!) che debba rinascere. Il groviglio di teorie esistente lo lascerò dipanare agli studiosi; per i miei scopi, però, e spero con la prudenza e umiltà richieste, vorrei esaminare quelli che considero i frutti spirituali pratici di una fede nella rinascita, indipendentemente da come la si spieghi o da come la si interpreti letteralmente. Infatti, la nozione di rinascita, invariabilmente associata alla realtà del karma, ci dice due cose: 1) attraverso le nostre scelte possiamo davvero rovinare le cose, per noi stessi e per gia1tri; 2) c’è però sempre la possibilità di far pulizia, per quanto possa richiedere gran fatica e ripetuti sforzi

Cominciamo con un rapido ripasso. Il karma è la legge di causa ed effetto: ciò che fai è ciò che ottieni. La rinascita, ridotta all’osso, ci dice che il karma funziona anche dopo la morte, ovvero che ciò che una persona fa, oppure è in una vita, viene trasmesso, dopo la morte a un’altra vita, o ad altre vite. Ciò significa, prima di tutto, che, sebbene non credano in un inferno eterno, i buddhisti riconoscono che, se agiamo mossi da ignoranza ed egoismo, possiamo provocare una situazione infernale, per noi stessi e per gli altri, sia nella vita che viviamo ora sia nelle vite che verranno dopo di noi. In altre parole, il modo in cui adoperiamo la nostra intelligenza e libertà conta davvero; c’è sempre un esito, che si potrebbe definire “premio o punizione”, che però non viene attribuito da un Giudice onnipotente al termine dell’esistenza, ma semplicemente si realizza, secondo la legge naturale del karma, tanto in questa come in altre vite future. Se si prende l’immaginario buddhista alla lettera, oppure si cerca di cogliere il suo “significato più profondo”, l’immagine di rinascere lumaca ci appare comunque, da un punto di vista umano, una vita d’inferno.

La si potrebbe definire una brutta notizia. La buona notizia è che, quand’anche fossi una lumaca, le cose possono migliorare, anche se ci può volere più di una vita. La parola “karma”, contrariamente all’opinione occidentale corrente, non significa ‘destino’, giacché il karma non emette mai una sentenza di morte e nemmeno di ergastolo. Sebbene non ci siano scappatoie, siamo comunque in grado di affrontare quello che noi stessi abbiamo fatto, oppure altri hanno fatto in passato: le buone azioni possono lavare l’onta delle cattive azioni, tanto nostre quanto altrui. Però la dottrina buddista della rinascita ci dice, in maniera realistica ma mai fatalistica, che, date le scelte che alcune persone hanno compiuto o “ereditato” dal fatto di nascere dove sono nati il processo di risveglio e di superamento del karma illuminato potrebbe richiedere più di una vita.

Detto altrimenti e in termini più ampi, nel vasto quadro dell’Interessere e nel modo in cui le nostre vite sono interconnesse l’una con l’altra, è possibile chiarire il significato e il potenziale di “bene” di una vita solamente dopo che quella particolare vita ha compiuto il suo corso, mentre il vasto quadro generale continua a dipanarsi. Quanto detto in precedenza circa il buddhismo in generale si applica a ogni essere umano in particolare: nessuna vita, non importa quanto disordine abbia lasciato, è interamente cattiva. Se ne può dunque trarre del bene, per quanto l’operazione possa richiedere un bel po’ di tempo.

Devo ammettere che queste osservazioni sulla rinascita lasciano trasparire le mie preoccupazioni e i miei condizionamenti cristiani, come sempre nel mio sforzo di “sconfinare” da una religione all’altra. Confidando che quanto ho capito non spiazzi completamente i buddhisti, cercherò ora di riattraversare la frontiera del cristianesimo, portando con me quanto penso di aver appreso.

 

 

 

Riattraversando la frontiera: quanto ci aspetta ci sorprenderà

 

Nel tentare di esprimere a parole il modo in cui penso che il buddhismo mi abbia aiutato ad affrontare il mistero di ciò che viene dopo la morte, voglio veramente essere più attento e rispettoso possibile, non solo perché non intendo finire per fare quello di cui mi sono lamentato, ovvero per parlare troppo, ma anche perché, se vi è un punto in questo libro in cui la “reinterpretazione” di una dottrina può prestare il fianco all’accusa di essere un vero e proprio rifiuto della dottrina stessa, è proprio questo. (Sono sicuro che i lettori ne troveranno anche altri!).

 

 

Determinare se il “nuovo” sia “vero”

 

Poiché questo è così importante e tocca direttamente la mia identità di teologo e cristiano, lasciate che dedichi alcune pagine a sintetizzare il mio tentativo di distinguere tra una nuova concezione della fede intesa come reinterpretazione o, invece, come rifiuto della fede stessa. Secondo il particolare “metodo teologico” che seguo, si ritiene che la fedeltà alla Bibbia e (per i cattolici) al magistero della chiesa, sebbene sia sempre una questione di parole, non sia principalmente una questione di parole. Quello a cui siamo chiamati ad essere fedeli non infatti le parole in se stesse bensì il modo in cui quelle parole dovrebbero dare o ridare forma alla nostra vita. A determinate credenze cristiane si vuole che corrisponda un determinato modo di agire e lo scopo della dottrina non è principalmente di riempirci la testa, bensì di forgiare la nostra vita se esprimiamo la nostra fede a parole di modo che le nostre azioni siano espressione della nostra fede, allora le parole devono promuovere le azioni.

Di certo, come ho ricordato ai buddhisti in chiusura del capitolo precedente, abbiamo bisogno di parole; ci serve condividere concezioni e significati per agire, per agire insieme. Possiamo, però, cambiare le parole senza necessariamente cambiare il nostro modo di agire.

 

Anzi, spesso dobbiamo cambiare le parole, se vogliamo riuscire a capire come tradurle in azione, ogni qual volta ci troviamo di fronte a nuove domande, nuovi problemi, nuove scoperte che emergono nel corso della storia.

 

Così, se una nuova interpretazione, cioè una nuova definizione di una credenza cristiana tradizionale, dà alla gente la possibilità di vivere la propria vita secondo il Vangelo, è probabilmente una “reinterpretazione” fedele, o una nuova interpretazione valida di quella credenza, indipendentemente dalla differenza sul piano terminologico. Nel gergo teologico, agire correttamente (“ortoprassi”) è più importante di credere correttamente (“ortodossia”), per quanto la prima dipenda dalla seconda. Detto più semplicemente, far seguire alle parole i fatti è più importante delle parole in se stesse. Così se il nuovo discorso è funzionale al proseguimento del cammino, esso va probabilmente bene, ovvero è probabilmente “ortodosso”. Credo davvero che quanto sto per esporre in questo paragrafo di riattraversamento della frontiera, dedicato a spiegare come il buddhismo mi abbia aiutato a reinterpretare le mie credenze sulla vita dopo la morte possa dare a me e ad altri cristiani la possibilità di capire la nostra fede con maggiore chiarezza e di viverla così più risolutamente.

 

 

Il karma può essere un inferno!

 

Come ho già candidamente confessato, non credo nell’inferno semplicemente perché non ci riesco. La punizione eterna non ha proprio nulla a che vedere con l’amore di Dio e se l”uso della ragione” significa qualcosa nella vita cristiana, allora dobbiamo compiere una scelta tra un Dio che assegna ovvero permette una pena eterna, da una parte, e un Dio che ama e che in quell’amore non si arrende mai, dall’altra.

 

Sono convinto, per quanto non abbia nessuna statistica precisa per confermarlo, che la maggioranza dei comuni cristiani, almeno negli Stati Uniti e, certamente, in Europa (i fondamentalisti sono un discorso assolutamente a parte), sperimenti il cosiddetto groppo in gola quando sente parlare delle “fiamme eterne dell’inferno” . Circa dieci anni fa, Andrew Greeley raccolse alcune statistiche su quello in cui credono i “cattolici tradizionali” e scoprì che, mentre il 75 per cento era sicuro dell’esistenza di un paradiso, solo il 45 lo era rispetto all’esistenza dell’inferno. Giudicando da quanto sento da studenti laureandi e specializzandi del seminario, ho il sospetto che la percentuale dei dubbiosi sull’inferno nell’ultimo decennio sia cresciuta.

Questo è ciò che i teologi chiamano il “sensus fidelium”, uno dei principali indicatori di quello in cui la comunità cristiana crede realmente e che può servire da spia rossa d’emergenza per avvertire i pastori dell’esistenza di una discrepanza tra quello che viene insegnato dalla dottrina ufficiale e quello in cui il combattuto popolo cristiano crede realmente.

 

All’interno della Chiesa cattolica, un esempio lampante di quello di cui sto parlando, ancorché scomodo, è la spia rosso fuoco che segnala la discrepanza tra la dottrina ufficiale del Vaticano in materia di controllo delle nascite e quello che i cristiani credono nel proprio cuore e praticano in camera da letto. Ho il sospetto che pure i fuochi dell’inferno proiettino altre luci rossissime (un brutto doppio senso voluto) sul modo in cui la dottrina ufficiale non rifletta il credere comune. I pronunciamenti ufficiali non stanno al passo con il cammino dei cristiani.

 

Penso che i pastori cristiani stiano però recependo il messaggio. Infatti, nelle liturgie cui ho partecipato negli ultimi decenni (principalmente cattoliche, ma spesso anche protestanti), il repertorio dei predicatori non comprendeva più quelle omelie fatte di “pianto e stridore di denti”, che i predicatori di qualche decennio fa scagliavano contro l’assemblea, specialmente i Passionisti, nella loro missione annuale alla parrocchia di Saint Joseph (omelie che avrebbero assicurato code più lunghe per le confessioni il fine settimana successivo). Oggigiorno, mi sembra, i tentativi di far tornare la gente in chiesa facendo leva sulla paura corrono il grandissimo rischio di farle allontanare ancora di più dalla chiesa stessa. (Devo di nuovo aggiungere: a meno che non si tratti di una chiesa di fondamentalisti; ma sto scrivendo questo libro per quei cristiani che si ritrovano combattuti tra due certezze dove tutto bianco o nero: l’una, tipica dei fondamentalisti, per cui nulla è vero se non è espresso letteralmente nella Bibbia, e l’altra, i materialisti laici, per cui nulla è vero se non lo si può misurare e monetizzare).

Anche i teologi stanno recependo il messaggio, ed ecco allora emergere alcuni modi in cui cercano di imprimere, per così dire, un “effetto teologico” all’interpretazione tradizionale dell’inferno.

Piuttosto che consegnare la gente alla punizione eterna, alcuni teologi suggeriscono che sarebbe più appropriato parlare di annichilimento eterno, un’indicazione in base alla quale l’amore di Dio si può conciliare più agevolmente con il dissolvimento perpetuo delle sue creature piuttosto che con il loro supplizio eterno.

Altri suggeriscono che, poiché l’umanità fu creata per stare con Dio, sia ragionevole credere che coloro i quali, alla fine, vengono separati da Dio all’inferno non siano più pienamente umani. Semiannichiliti, soffrirebbero di meno.

Alcuni teologi cattolici, come già detto, adottano un approccio all’apparenza più legalistico e osservano che i cattolici sono obbligati a credere nell’esistenza dell’inferno, ma non a credere che sia abitato da qualcuno. Sostengono, cioè, che l’inferno sia più una possibilità minacciosa che una realtà certa. All’inferno, si potrebbe dire, «can che abbaia non morde».

Un numero limitato di pensatori cristiani, infine, porta il discorso alle estreme conseguenze e sostiene quello che chiamano “universalismo”, cioè che tutti saranno “salvati”.

 

I fautori di quest’interpretazione fanno notare che nei Vangeli la nozione di inferno appare circa quindici volte, ma che il sostantivo è preceduto dall’aggettivo “eterno” soltanto due volte e unicamente nel Vangelo di Matteo (Mt 18,8 e 25,41). Questo suggerisce l’ipotesi plausibile che i teologi della chiesa delle origini abbiano costruito una dottrina ermetica in tema di punizione eterna, desumendola soltanto da alcuni aggettivi, usati a mo’ di iperbole, che, per giunta, non siamo sicuri se siano stati davvero pronunciati da Gesù in persona. Secondo questa visione, dunque, i peccatori incalliti potrebbero dover passare attraverso una sorta di punizione (che allora somiglia da vicino alla nozione cattolica di purgatorio) che non durerà per sempre. Alla fine, tutti riescono a tornare all’ovile.

 

Penso che mi collocherei comodamente in quest’ultima categoria di teologi, ma vorrei soltanto rifinire questa tesi con qualche sforbiciata e qualche toppa buddhiste. Nel tentare quest’operazione, credo di essere in illustre compagnia: Karl Rahner, in uno dei suoi rari e suggestivi incisi, osservò che forse gli sforzi dei cristiani volti a ricavare un senso dalla dottrina tradizionale su Novissimi quali il purgatorio potrebbero trovare un sostegno prezioso nella nozione orientale di reincarnazione. Sto cercando di seguire il consiglio di Rahner e di metterlo in pratica.

Ritengo che il significato pratico, sotteso alle dottrine buddhiste del karma e della rinascita, sia essenzialmente lo stesso di quello delle dottrine cristiane relative al paradiso e all’inferno: il nucleo centrale di entrambe consiste nel fatto che il nostro libero arbitrio non è, come si dice, “uno scherzo”, e che, quindi, non va preso alla leggera. Le scelte che compiamo hanno infatti gravi e durevoli conseguenze e l’immagine buddhista di rinascere lumaca, o in un’altra forma di vita chiaramente inferiore, come pure l’immagine cristiana del fuoco infernale, ci dicono che, quando tali scelte sono egoistiche e dannose per gli altri, le conseguenze sono così serie da potersi estendere anche a ciò che viene dopo la nostra morte personale.

 

Quello che i cristiani chiamano il “prezzo del peccato” e quello che i buddhisti chiamano “Karma negativo” dovranno solitamente essere pagati nel corso della vita presente. L’effetto boomerang delle conseguenze del male causato egoisticamente agli altri si farà sentire, provocandoci angoscia e danni abbastanza immediati. Se anche non è così, se qualche forma di “comunità chiusa” riesce a tenere per lo più lontani dai nostri occhi gli esiti negativi della nostra avidità, il messaggio dell’inferno” e della “rinascita” è che ciò che può non averci perseguitato in questa vita lo farà nell’altra. Gli esiti delle nostre libere scelte sono talmente seri che si estendono oltre la tomba influenzando, nel bene e nel male, ciò che avverrà dopo. Così, anche quando non prendiamo “rinascita” o “inferno perpetuo” alla lettera, anche quando li consideriamo come dita puntate verso una luna più grande, il significato (la luna) somiglia più o meno a questo: il danno provocato dalle nostre scelte peccaminose o egoistiche si estende perfino oltre la durata della nostra vita; anzi, il danno da noi prodotto può essere però maggiore, dopo che passiamo a miglior vita, di quanto non possa essere mentre siamo ancora in circolazione. E si perpetua tanto per noi come per gli altri. Il «male che si fa» [Wilm Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena ii, v. 75, N.d.T.] durante i pochi anni in cui si calca tronfi questa terra può essere di tale portata da avere conseguenze anche molto tempo dopo che le nostre orme si sono cancellate: in ciò sta, io credo, il messaggio centrale della dottrina cristiana dell’inferno. Questo messaggio, poi, anche se non prende alla lettera l’aggettivo “eterno”, può ancora influenzare e guidare la nostra vita allo stesso modo in cui dovrebbe farlo la fede tradizionale nell’inferno. Può ancora metterci in guardia sulla gravità degli eventuali esiti delle nostre libere scelte; e per quanto questi esiti possano non durare per tutti i secoli dei secoli, essi possono ancora provocare conseguenze, come ci dice la dottrina buddhista delle rinascite multiple. Esse durano un tempo dannatamente lungo e producono una macchia disastrosa, che potrebbe durare secoli prima di essere lavata. Come esattamente queste disastrose conseguenze si manifesteranno e ci toccheranno singolarmente e socialmente non possiamo dirlo, perché le nostre credenze sono come “dita”, ma non la luna stessa.

 

Quel che sappiamo, però, è che se il nostro egoismo o karma negativo non viene affrontato in questa vita si prolungherà al di là di questa. È sufficiente, mi sembra, crederlo, anche omettendo l’aggettivo “eterno”, per alimentare le “buone azioni” in questa vita, che rappresentano il criterio del “buon credere”.

 

 

La speranza può sgorgare eternamente

 

Dunque, la concezione buddhista del karma e della rinascia, mescolata con la visione cristiana dell’inferno, non liquida i potenziali effetti davvero orribili delle nostre scelte e azioni egoistiche. Ma le cognizioni buddhiste spingono felicemente i cristiani verso una necessaria reinterpretazione delle proprie credenze tradizionali circa l’altra vita in un ambito che si potrebbe definire la faccia positiva del karma: indipendentemente dalla dimensione abominevole e infernale del karma negativo dei nostri atti di egoismo, esso non ha mai l’ultima e definitiva parola, ed è qui che i sospetti di Rahner che le visioni orientali della rinascita possano aiutare i cristiani hanno fatto centro! Rahner si era accorto che tramite il simbolo del purgatorio i credenti e i teologi cristiani hanno riconosciuto come spesso non basti una vita per lavare l’onta delle proprie azioni, al fine di procedere al mistero perenne della vita eterna. Lo scopo del purgatorio, espresso in simboli buddhisti, era di “estinguere” il karma negativo.

I cristiani, però, hanno limitato gli effetti purificanti del purgatorio a quello che i buddhisti potrebbero chiamare “il karma negativo leggero”, che in termini cristiani sono i peccati veniali, con cui si intendono i saltuari atti di egoismo di basso profilo e non l’egocentrismo pervasivo del “peccato mortale”, che trasforma ogni persona e cosa in strumento del proprio profitto. In base al credo cristiano tradizionale, gli effetti dei peccati veniali, ovvero il karma negativo, si possono lavare in purgatorio, mentre i peccati mortali sono macchie indelebili.

Il dialogo con il buddhismo mi ha aiutato a capire meglio quello che i teologi citati sopra cercavano a tentoni: se davvero crediamo nei simboli che adoperiamo, chiamando Dio Padre, o in quelli che ci dicono che il Divino è Amore, allora non possono esistere macchie indelebili, permanenti, oppure inferno perenne o eterno. Come Rahner forse sospettava, i buddhisti stanno spingendo i cristiani a espandere il significato del simbolo del purgatorio; possiamo essere “purificati” non solo dei nostri difetti, ma anche delle grandi macchie, sebbene non basterà una vita. Il processo continua. E continua perchè, in termini buddhisti, il karma negativo non ha mai l’ultima parola, essendoci sempre la possibilità che esso offra un’opportunità per produrre del karma positivo. Nel linguaggio cristiano, si direbbe che le decisioni umane, indipendentemente dalla loro cattiveria e letalità per gli altri, non hanno mai l’ultima parola sull’Amore Divino. Quello che il poeta mistico inglese Francis Thompson chiama «Il Segugio del Cielo» non si mai per vinto.

Così, nonostante la precisione con cui l’Inferno dantesco possa aver descritto l’orrore che rappresenta il karma negativo dei nostri peccati, Dante stesso aveva torto a mettervi sulla porta il cartello: «Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate». Se cristiani hanno ragione a chiamare Dio Amore e i buddhisti a identificare nella compassione una qualità del continuo processo dell’Interessere, allora c’è sempre una speranza. I buddhisti mi hanno ricordato (e penso possano ricordare ai critiani come me) che quanto noi cristiani diciamo di credere risponde sul serio a verità: l’amore è più forte  dell’odio, il bene è più forte del male ossia il bene che compiamo, o che possiamo compiere, sarà più duraturo  o controbilancerà il male da noi compiuto però potrebbe volerci più di quella che noi diciamo un'unica vita.

Che questo sia vero sono fermamente convinto; come funzioni non posso dirlo con chiarezza, o, per usare la metafora buddhista, la luna è troppo lontana dal dito. Il vetro attraverso il quale vediamo l’altra faccia è sempre oscurato. I nostri simboli sono molto più efficaci come indicatori che come illustratori. Ma se, come confido, la Vita Divina esiste veramente, se lo Spirito interconnesso continua ad agire, se il processo dell’Interessere prosegue, allora, dopo la mia morte, quello che ho fatto e sono stato sarà elevato nel bene e nel male, in quella Vita, in quello Spirito, in quell’interconnessione. Confido che il bene e il male da me compiuti “faranno la differenza” nel modo in cui il processo si svilupperà, ovvero nel modo in cui quello che noi cristiani chiamiamo il Regno di Dio prenderà forma. Quanto il male e l’egoismo nella mia vita, in modo particolare, faranno la differenza, dopo che sarò morto, non posso dirlo con precisione, ma ancora una volta confido che qualsiasi karma negativo io abbia prodotto e qualsiasi male abbia arrecato agli altri in qualche maniera diventeranno, un giorno, lentamente e dolorosamente, occasione di una vita e di un bene superiori, o verranno assorbiti in essi.

In tale visione di come quello che siamo e facciamo si perpetui e faccia la differenza dopo la nostra vita presente, la chiara distinzione tra “chi” e “che cosa” è necessariamente destinata a scomparire, rimandandoci così alla questione di “chi” e “che cosa” si perpetui.

 

 

Quello che troviamo non è quello che abbiamo perso

 

Le dottrine buddhiste della rinascita, per come sono state interpretate dai buddhisti di oggi, mi hanno aiutato a giungere a un’immagine dell’immortalità più vicina al messaggio di Gesù, ritengo, di quanto mi sia stato insegnato durante gran parte della mia istruzione cristiana.

 

VITA TRASFORMATA DOPO LA MORTE

«C’è quello che rinasce», dice il Buddha, ma “quello” rinato è molto diverso da quello che ero in vita. Per dirla altrimenti, secondo l’espressione adoperata nella liturgia cristiana: «la vita [dopo la morte] sarà trasformata, non eliminata». “Trasformata” significa che la “forma” della nostra identità sarà diversa; vi sarà continuità, ma anche vera discontinuità. Noi cristiani siamo stati abili nel parlare della “continuità”, ma non altrettanto nell’accettare e nel tentativo di affrontare la “discontinuità”. Ho il sospetto che il “chi e cosa” siamo ora non sarà in grado di riconoscersi nel “chi e cosa” saremo dopo la morte.

 

Lo dico non soltanto perché ho imparato molto dal buddhismo, ma perché il buddhismo mi ha insegnato anche a gettare un altro sguardo più profondo su quanto credo da cristiano. Diciamo che la vita eterna è “vivere in Dio”, ma se, come suggerito nel primo e nel secondo capitolo, offendiamo il Mistero del Divino; limitando quel Mistero ai limiti di una “persona”, se Dio è “indicato” con più precisione quale presenza personale o quale energia-Spirito che fonda e connette tutto, ora, come Dio non è letteralmente una persona, così la nostra a vita eterna in Dio non si identificherà alla lettera con chi siamo qui in questa vita. Se l’identità più profonda di Dio non può e non dovrebbe essere imprigionata nella nozione di un sé individuale, allora sicuramente la nostra vita perpetua nel Divino non può e non dovrebbe essere simboleggiata da un’estensione del sé individuale chiamato Paul o Cathy. Infatti, questa vita, questa nostra identità, sarà trasformata.

Possiamo attenderci che l’esperienza occasionale (ma frequente fra noi cristiani per santi, mistici e poeti) di trascendere la nostra limitata coscienza personale, in determinati momenti spirituali o mistici, sarà intensificata in quel che segue dopo la morte, nel nostro vivere eterno in Dio. L’esplosione etica di T. S. Eliot che ho citato prima, che “siamo la musica” potrebbe assolutamente servire come metafora per la vita dopo la morte, in cui “io divento il Divino”.

 

L’io non è infatti totalmente annichilito , però, esiste com’era, visto che si perpetua come qualcosa di più, di più grande di quanto esperito in questo stadio della nostra esistenza.

 

Nel ripassare dal mio dialogo con il buddhismo alla mia identità e tradizione cristiane, ho scoperto che molte delle parole che avevo ripetuto o letto per anni e anni cominciavano a risplendere di un significato nuovo, specialmente per come noi cristiani potevamo immaginare la “vita eterna” che chiamiamo paradiso. L’affermazione paolina ricorrente in questo libro (specialmente nel sesto capitolo, dedicato alla preghiera e alla meditazione) ci fornisce un’indicazione generale di cosa possiamo attenderci sarà la nostra vita dopo la morte. Paolo, scrivendo ai Galati, esclama: «Da quando sono stato crocifisso con Cristo, non sono più io quello che sta vivendo, ma è Cristo che sta vivendo la vita in me!» (traduzione libera dal greco di Gal 2,19- 20).

 

L’ideale della vita cristiana consiste nel perdere la propria identità personale egocentrica nell’agire più ampio del risorto Cristo-Spirito, il che significa fare un passo indietro e lasciare che lo Spirito viva in noi e si immedesimi con noi. Di certo sarà questa la realtà ulteriore e assai più profonda della vita dopo la morte. L”io” che continua a vivere è il Cristo-Spirito che continua a vivere in tutti (san Paolo non vedeva infatti alcuna differenza tra il “Cristo risorto” e lo “Spirito”).

 

Il buddhismo proietta inoltre una luce nuova e secondo me più piena su un passo spesso citato del Vangelo di Giovanni: «Se un chicco di grano cade in terra e non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24), un passo in cui Gesù, nel gettare uno sguardo anticipatore verso la sua morte, parla della morte per tutti noi. La morte significa, cioè, che come “chicchi singoli” moriamo davvero e che la “singolarità” della nostra identità non è più rintracciabile, ma il “frutto” che ne deriva è diversissimo dal singolo piccolo seme. Di nuovo, siamo qui alle prese con simboli, con dita puntate, eppure essi sembrano indicare una vita dopo la morte che non è più una vita quali singoli individui.

 

PERDERE LA NOSTRA VITA PER SALVARLA.

Il medesimo messaggio, visto nel raggio del mio faro buddhista, emerge da cinque diversi passi dei Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), nei quali Gesù ci dice che, se davvero vogliamo «trovare» o «salvare”la nostra vita, dobbiamo davvero «perderla».

 

Nelle mie letture passate, ponevo generalmente l’accento sul trovare e sul salvare; il buddhismo, invece, mi ha spinto a prendere più seriamente la parte del perdere. Il vocabolo greco apoltein, ‘perdere’, ‘liberare’, significa che non si ha più quello che si aveva in precedenza, ossia che la vita come la concepivi, dopo la morte, scompare. Il “tu” che pensavi di essere non è più in circolazione. Quello che trovi non è quello che hai perso: ecco la “buona novella” circa il paradiso! (Se siete interessati a verificare questi passi, sono Mt 1O,39;16,25; Mc 8,35; Lc 9,24;17,33).

Chiedere che cosa troveremo è chiedere troppo: è il mistero della luna. Però penso che possiamo dire, in maniera semplice quanto profonda, che la vita dopo la morte non sarà più vissuta da singoli individui. E quanto Karl Rahner insinuava perché suonava come un’eresia) negli anni Sessanta, quando lessi per la prima volta il suo libricino Sulla teologia della morte. La terminologia che adoperò allora, per parlare della vita dopo la morte, oggigiorno suonerebbe un po’ new age. Rahaner argomentava che nell”altra vita”, dal momento che non saremmo più oppressi dalle limitazioni del nostro corpo materiale, avremmo un’esistenza «pancosmica», in cui la nostra coscienza o consapevolezza non sarebbe più la nostra e personale, bensì avremmo tutti una sorta di coscienza condivisa,

una reciprocità più profonda che ci permetterebbe, per così dire, di condurre una vita comune in Dio.

“Che stranezze! “, pensavo allora; eppure, il mio dialogo con buddhismo e l’enunciato centrale buddhista che la nostra esistenza reale, in questa vita e in qualsiasi cosa venga dopo, conta nel “non-sé”, mi hanno consentito, sono sicuro, di giungere a una comprensione più profonda e a un maggiore rispetto quanto il mio grande ma semplice maestro stava indagando. “Pancosmico” potrebbe essere un simbolo suggestivo (o dito new age) di ciò che troviamo dopo aver perso la vita. Nel 2002, durante un ritiro all’abbazia di Getsemani, penso essere stato trascinato da qualche immagine floreale, nel tentare di esprimere quello che credo sulla mia vita ultraterrena:

 

IL DIVINO CHE REALIZZIAMO IN NOI E’ CIO’ CHE RIMANE

 

La nozione buddhista di impermanenza mi ha aiutato a individuare la mia strada per addentrarmi nella questione di che cosa venga dopo la morte. Continuerò a vivere? Sì e no. La natura della realtà e del Divino è l’impermanenza, il che significa mutamento e, a sua volta, soprattutto alla luce di quanto la scienza sembra dirci circa l’evoluzione, un mutamento reale. Lo scopo dell’esistenza, di ogni esistenza, degli esseri umani e di ogni altro essere, è di essere condutture, ovvero incarnazioni, degli sforzi dello Spirito di produrre sempre maggiore bellezza e unità in questo meraviglioso copione dell’esistenza. Il modo principale in cui viene prodotta tale bellezza è tramite le interconnessioni tra esseri sempre più vari [...]. Un altro termine per questa vivificante interconnessione è compassione - cura amorevole, amore.

Nelle mie letture di ieri è emersa l’immagine di un giardino, la bellezza del giardino nella sua varietà sempre mutevole, una bellezza che prende forma nella variabile schiera dei fiori e nelle loro espressioni sempre mutevoli, sia che vivano sia che muoiano. Io sono chiamato a essere un fiore in questo giardino Divino. Ciò che sono forgerà ciò che è e che sarà. Ne farò parte in futuro? Sì, senz’altro. Ma non come quello splendido fiorellino che ero, piuttosto come gli splendidi fiori che continuano a essere.

Non è forse questa la parte più profonda, ma più impegnativa e appagante, della chiamata cristiana all’amore, al dono di sé, a morire, perché il pianeta possa fiorire? Una nozione troppo personalizzata della vita dopo la morte può essere molto egoistica, al limite del capriccio. Nel dono di me stesso scopro me stesso; quanto scopro però può essere molto diverso da quanto il sé pensava di essere, allettantemente diverso.

 

 

Oscurità, vecchia amica mia

 

Ho parlato comunque troppo. Non ho seguito le esortazioni mie, o del Buddha, a non porre troppe domande e a non dare troppe risposte. Immagino, però, di non poterne fare a meno. Sono un cristiano e, per giunta, un teologo. Ho bisogno di parole e continuo a porre interrogativi e a esplorare possibili risposte. Può anche andar bene, purché mi ricordi che tutte le mie parole sono simboli e che tutte le mie risposte non sono che dita puntate. Alla fine, dopo aver offerto parole potenzialmente utili per me e per gli altri, dopo aver provato a indicare la luna, devo mettermi a braccia conserte, chiudere la bocca e adorare il Mistero della vita e della morte.

Alla fine tutto quel che mi resta è la fiducia. Quale che sia il valore o l’esattezza delle parole e delle dita che ho adoperato per esprimere il contenuto della mia fiducia, alla fine nutro soltanto fiducia. Confido che, dopo la mia morte, la nostra morte, la morte di questo pianeta, ci sarà vita, ovvero, per dirla con Giuliana di Norwich, «ogni specie di cosa sarà bene».

Durante un ritiro nel marzo del 2004, mia moglie Cathy e io, seguendo i consigli e l’esempio di alcuni amici intimi, cercammo di mettere nero su bianco i nostri desideri per i nostri ultimi momenti in compagnia di famiglia e amici e per i nostri funerali. Ne venne fuori un esercizio che non solo sarà molto comodo in futuro, ma fu molto illuminante per il prete. Riporto qui di seguito gli appunti preparatori all’esercizio, trascritti sul mio diario, che penso offrano parole adatte a chiudere questo capitolo:

 

UN’OSCURITA’ DI GRANDE RICCHEZZA.

 

“Adorate il Mistero”: è così che vorrei esprimere il motivo conduttore della mia messa funebre. Onorate il Mistero, non violatelo; lasciatelo essere tale. Dire troppo significa sminuirlo; tutto ciò che voglio dire è che sarà un’oscurità di grande ricchezza e che sarà anche qualcosa di più grande del piccolo vecchio me. Reale e molto più grande di qualsiasi cosa io possa ora immaginare.

Così, sarà bello morire. Per dirla con papa Giovanni XXIII, qualsiasi giorno è buono per nascere e qualsiasi giorno è buono per morire. Quella che è stata la struttura elementare, ontologica della vita varrà anche al momento della morte: come in tutta la vita è stato bello inspirare ed espirare, trattenere e poi lasciar andare, così sarà bello essere coscienti e pienamente presenti a quello che sembra essere l’ultimo respiro, l’ultimo lasciar andare. In tutta la vita non ho mai potuto avere la precisa sicurezza di quello a cui avrebbe portato quel lasciar andare e questo vale anche per l’ultimo abbandono. Così come in tutta la vita ho confidato che “qualcosa accade” nella mia vita nel momento in cui lascio andare, così accadrà qualcosa in quell’ultimo minuto. Ciò che è fa parte dell’amorevole Mistero ovvero, in termini buddhisti, del meraviglioso Dharma.

Al mio funerale vorrei che il linguaggio dei testi e delle preghiere e tutte le osservazioni che saranno fatte rispettassero il Mistero della morte e quello a cui essa conduce. Voglio morire confidando in questo Mistero, confidando che come è stato bello vivere, così sia bello morire e che i valori che ho voluto nutrire, facendone il principio regolatore di tutte le mie decisioni siano gli stessi che mi guideranno nella morte. Così, per favore, rispettate il Mistero, non levatemi le ragioni di cui dispongo per aver fiducia, per sperare.

Vorrei che il canto di ingresso al mio funerale fosse The Sound of Silence di Paul Simon.

 

 

 

 

 

 

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