Il cammino della vita

 

Da “Cio che credo” di Hans Küng

 

 

Le nostre tradizioni religiose e culturali assai diverse tra loro non possono impedirci di impegnarci insieme attivamente contro tutte le forme di disumanità e in favore di una maggiore umanità. I principi enunciati in questa dichiarazione possono essere condivisi da tutti gli uomini che hanno convinzioni etiche, motivate religiosamente o meno. Dichiarazione per un’etica mondiale del Parlamento delle religioni mondiali, Chicago, 4 settembre 1993, cap. I

 

 

Con fiducia e gioia nella vita lungo il suo cammino: ma come ci viene indicato questo cammino? Spesso, in riva al lago della mia città natale, in Svizzera, mi sono domandato come agiscono gli stormi di uccelli, storni, gabbiani, oche selvatiche, che lo popolano: non seguono nessun comandante; non c’è un’autorità che coordina i loro movimenti; il singolo volatile sembra non avere idea di una strategia di gruppo. Eppure, l’intero stormo si muove in un ordine ben determinato, compiendo evoluzioni spesso ardite, perfino le sterzate, quando c’è un rapace in avvicinamento. Le recenti ricerche di ornitologia hanno studiato il fenomeno e si parla a questo proposito così come per le formiche e i pesci di «intelligenza collettiva». Il singolo animale non comprende l’insieme, si inserisce semplicemente nel gruppo o nella colonia, ma trova la strada con istinto sicuro, grazie anche a determinate tecniche (suoni, odori).

 

Per gli uomini è diverso: nel loro caso ogni singolo individuo ha la responsabilità di trovare e percorrere la propria strada nella vita. Anzi, anche la razza umana in quanto tale ha dovuto cercare e trovare la sua strada all’interno del mondo animale nel corso di decine di migliaia di anni.

 

 

Il cammino di vita dell’umanità

 

In nessun luogo ho riflettuto con tanta intensità sulle origini dell’umanità come in Africa, al confine tra Zambia e Zimbabwe, dove le acque dello Zambesi formano le cascate Vittoria che precipitano rombando con un salto di cento metri. Alla fine degli anni Novanta giravamo proprio in quel luogo la prima parte della serie televisiva Ricerca delle tracce che aveva come sottotitolo Le religioni universali in cammino. Più a nord inizia la famosa Rift Valley, la grande fossa tettonica africano-siriaca. Da lì, ci dicono i ritrovamenti di utensili e scheletri, ha avuto inizio il cammino sulla terra dell’uomo così com’è oggi, l’Homo sapiens.

L’uomo è un prodotto particolarmente tardo dello sviluppo: nei 13,7 miliardi di evoluzione del cosmo l’Homo sapiens con ogni probabilità si è sviluppato solo circa duecentomila anni fa nell’Africa tropicale e subtropicale, una zona calda e ricca di selvaggina. Per me non ha mai rappresentato un problema il fatto che l’uomo, proprio a causa della sua evoluzione, abbia molto in comune con i suoi parenti prossimi, gli ominidi: dal numero di cromosomi alla posizione dei denti, dallo sviluppo del cervello fino al suo comportamento sociale e a determinati stadi iniziali dell’idea dell’Io.

Però mi ha sempre interessato molto anche ciò che rende l’essere umano diverso dagli altri animali e fa sì che occupi una posizione speciale all’interno del loro mondo. L’uomo si distingue per la posizione eretta (il tronco mantenuto in posizione verticale), oggi addirittura simbolo di un atteggiamento etico, e, naturalmente, per la coscienza di sé, anch’essa diventata un concetto etico, che costituisce il presupposto di un linguaggio dalla sintassi complessa. Solo l’uomo, dotato di linguaggio, è capace, come detto, di ragionamento strategico e astratto e di autoriflessione, ha stati mentali quali amore, odio, timori e speranze, convinzioni e desideri. Tutto ciò ha costituito la base su cui l’umanità ha potuto raggiungere un grado di sviluppo culturale più elevato e soprattutto fondare un’etica umana.

Questa struttura binaria dell’uomo ha segnato la mia fede e la mia spiritualità: io non sono solo intelletto e nemmeno puro istinto. L’evoluzione fa sì che coesistano sempre in me una natura spirituale e una natura istintiva. La mia «spiritualità» include sempre anche la mia «corporeità». Dunque non credo alla presunzione «spiritualistica» dell’uomo nei confronti dell’animale e neppure all’appiattimento «biologistico» dell’uomo sull’animale. Non appartengo alla schiera di quei credenti che pensano di poter cancellare, Bibbia alla mano, dati di fatto scientificamente dimostrati. Ma ho anche poca simpatia per quegli scienziati, per lo più ostili alla religione, che costruiscono un ateismo apparentemente scientifico - destinato a lettori ingenui - appellandosi ai risultati raggiunti nel loro campo e prendendo costantemente in prestito esempi dalla storia degli scandali e dei crimini commessi dai cristiani e dai membri di altre religioni, fatti che gli storici hanno analizzato a fondo e con onestà. Io prendo sul serio gli argomenti scientifici e la critica religiosa che si presentano come tali. Quelli poco seri mi permetto di ignorarli.

 

Imparare a comportarsi in maniera umana

 

É incontestabile che l’uomo, proveniente dal regno animale - come ho imparato dai biologi sociali -, era dapprima orientato all’egoismo: nelle prime fasi dell’evoluzione umana doveva essere per forza così, altrimenti avrebbe messo in pericolo la sua sopravvivenza. Ma che i geni siano esclusivamente «egoistici», e le nuove specie nascano solo per caso, come ha ricavato dalle sue ricerche Richard Dawkins, è solo una parte della struttura dell’evoluzione. La più recente ricerca genetica dimostra infatti che nuove specie e nuovi organismi nascono non solo dalla selezione, ma anche dalla cooperazione, dalla creatività e dalla comunicazione, e che solo così l’evoluzione ha potuto continuare a differenziare.

Ed è ancor più incontestabile che negli animali avanzati si può riscontrare un comportamento di cooperazione iscritto nel codice genetico, soprattutto fra parenti, che sono portatori degli stessi geni. Una sorta di «altruismo reciproco», quindi: «Io faccio per te quello che tu fai per me». Una prestazione in attesa di una contropartita, come si può osservare proprio tra gli ominidi. Di conseguenza, già nella natura biologica dell’uomo è ancorato un rudimentale comportamento etico. Lo sottolinea anche il famoso biologo evoluzionista di Tubinga, Alfred Gierer, da cui io ho imparato molto. Nel suo libro Was ist der Mensch? In vieler Hinsicht sich selbst ein Rdtsel... (Che cos’è l’uomo? Sotto molti aspetti anch’egli un enigma...), pubblicato nel 2008, scrive che del nostro patrimonio genetico fanno parte anche le capacità di empatia, cioè di immedesimarsi nelle situazioni e nei pensieri degli altri. Su queste e su altre predisposizioni al comportamento sociale si basa la grande capacità di cooperazione della specie «uomo», che costituisce un presupposto decisivo delle sue possibilità di vita e di sopravvivenza.

Contemporaneamente, gli studiosi di scienze sociali mi confermano nell’opinione che, l’interpretazione biologico-meccanicistica non e sufficiente a spiegare l’origine dei valori e dei criteri etici dell’uomo. Solo ed esclusivamente nell’uomo, infatti, si sviluppò, grazie alla capacità linguistica, una straordinaria capacità di cooperazione, e questa dovette essere appresa in un contesto sociale. Con l’evoluzione del pensiero strategico si sviluppò anche la capacita di empatia: condividere con gli altri paure, attese e speranze, addirittura, soprattutto all’interno del gruppo famigliare, la capacità di altruismo. Questo assunse un’importanza fondamentale per il comportamento sociale umano. Nel corso dell’evoluzione si sono formate emozioni e intuizioni morali che precedono gli argomenti e i giudizi morali. Così l’uomo imparò pian piano fin dalle origini a comportarsi umanamente. Ne consegue che l’uomo è l’unico essere vivente che è stato in grado sin dall’nizio di creare e sviluppare norme sociali e culturali.

 

Un’etica per la sopravvivenza

 

Dopo le riprese in Africa la nostra «ricerca delle tracce» ci condusse nel cuore dell’Australia, dove si trova l’imponente monolite Uluru, la montagna sacra degli indigeni locali, gli aborigeni. Ricordo ancora oggi lo sguardo profondo e calmo di molti di loro: era come se possedessero una sapienza che noi «civilizzati» abbiamo ormai perduto. Per me era quindi importante mostrare come questi aborigeni (dal latino ab origine, dall’inizio) non siano quello che in genere si definisce un «popolo primitivo», ma esseri umani che posseggono una propria cultura, una «cultura tribale». Fortunatamente, nel 2009, anche l’Australia ha adottato la Dichiarazione dei diritti delle popolazioni indigene approvata dall’Assemblea generale dell’ONU già nel 2007: un diritto all’autodeterminazione dei nativi, non tanto perché si possano creare le proprie leggi ma in primo luogo per poter decidere della propria vita e della sopravvivenza della loro cultura. Probabilmente

sotto la presidenza Obama seguiranno anche gli Stati Uniti, poi il Canada e la Nuova Zelanda.

Mi sono domandato spesso se gli indigeni possiedano davvero una «cultura». Bisogna ammettere che non hanno sviluppato né una scrittura né una scienza né una tecnologia complessa. Ma il loro pensiero, così mi spiegano gli antropologi culturali, è assolutamente logico, plausibile, anzi, segnato dalla passione per un ordine delle cose così come delle relazioni umane. E senza dubbio anche loro dispongono già di un’etica elementare, che li ha aiutati e li aiuta ancora a vivere e a sopravvivere, quella norma che fino a oggi è stata fondamentale per realizzare la convivenza umana.

Ciò mi ha aiutato a comprendere meglio un principio fondamentale dell’evoluzione antropologica: là dove, nell’età arcaica dell’uomo, emergevano bisogni vitali, là dove si manifestavano urgenze e necessità nel rapporto interpersonale, s’imponevano immediatamente alcuni orientamenti pratici di condotta: determinati costumi e convenzioni, insomma criteri, regole, norme, indicazioni di tipo etico. Tali orientamenti di condotta furono collaudati nel corso dei millenni, dovettero, per così dire, penetrare nell’umanità nel corso delle generazioni.

Naturalmente, questi valori e questi criteri nelle culture tribali primitive (e anche in quelle attuali), non erano scritti, non erano norme formulate in forma di frasi. Vennero tramandati oralmente, come etica famigliare, del clan della tribù attraverso storie, parabole, similitudini, usi. Ma non fu un caso che si svilupparono norme etiche simili nelle più disparate, regioni della terra. Si concentrarono su quattro campi di importanza vitale: in primo luogo sulla tutela della vita, stabilendo il divieto di uccidere altri uomini, a parte in determinati casi eccezionali (regolamentazione dei conflitti, punizione della violenza); quindi, contemporaneamente, sulla protezione della proprietà, sulla tutela dell’onore e infine sulla regolamentazione dei rapporti tra i sessi. Questi quattro punti di vista di un’etica originaria diventarono fondamentali quando mi accinsi a rintracciare gli aspetti comuni fra le diverse culture.

Occorsero lunghi periodi di prova e consolidamento di tali norme prima di giungere a riconoscerle ome tali e rispettarle. Solo dopo l’epoca delle orde di cacciatori e di raccoglitori, che nell’insieme contarono pochi milioni di uomini, si delineò uno sviluppo culturale più elevato. La diffusione dell’agricoltura, circa diecimila anni fa, provocò un forte incremento della popolazione e allo stesso tempo una differenziazione delle culture, che condusse infine alla nascita delle civiltà e delle religioni progredite. Le norme furono allora formulate in forma di frasi e messe per iscritto. In alcune civiltà furono attribuite alla volontà degli dèi o - come accade in forma esemplare nei Dieci comandamenti della Bibbia ebraica - di un unico Dio.

Tali comandamenti si tramandarono di generazione in generazione nel corso dei millenni. Oggi, però, mi si obietta di continuo che si è sempre agito contro i comandamenti e si continua a farlo. Io rispondo che è vero, ma cosa sarebbe il mondo, se i comandamenti non ci fossero? L’etica contiene sempre un messaggio di contraddizione rispetto alla realtà, non enuncia «lo stato delle cose quale è», ma «lo stato delle cose quale dovrebbe essere». Tuttavia, a me sembra più importante chiedersi: come si può, nella situazione attuale, far sì che le norme etiche acquistino nuovamente rispetto e sostenibilità come istruzioni per guidare gli uomini nel cammino verso il loro bene?

 

Indicazioni di percorso sbagliate?

 

Nessun uomo nasce adulto. Quello che il genere umano ha dovuto imparare sulla lunga strada della sua evoluzione, ogni neonato deve impararlo per sé sulla lunga strada per diventare adulto. Io l’ho potuto verificare di persona, nella mia famiglia e in altre: ogni uomo deve imparare daccapo a essere un uomo. Naturalmente non come Robinson Crusoe, da solo su un’isola deserta, ma in seno alla società.

Per parecchi secoli molti usi e costumi sono stati considerati ovvi nella società. Erano garantiti dall’autorità religiosa e patriarcale. In Europa, le norme elementari dell’essere persona - nonostante tutte le loro carenze e i loro limiti - furono trasmesse a lungo dalla famiglia, dalla scuola e dalla Chiesa. Ma nell’epoca moderna, con la diffusione della secolarizzazione, persero sempre più il carattere dell’ovvietà e diventarono sempre meno vincolanti per la comunità. Nelle singole culture vi sono anche periodi in cui tali norme vengono dimenticate e ignorate: epoche o ambiti in cui la morale viene trascurata, dei quali è corresponsabile anche la religione istituzionalizzata, spesso anch’essa in ritardo sui tempi e caduta in crisi.

 

Le religioni danno dunque indicazioni di percorso sbagliate? In questi casi, in Europa e in America, si pensa subito all’Islam privo di una tradizione illuminista. Per noi sarebbe più ovvio pensare alle correnti fondamentaliste presenti nel protestantesimo e soprattutto al carattere premoderno del magistero vaticano. Anche qui ci furono tempi pieni di speranza: che bello il 1963, quando attraversai gli Stati Uniti tenendo, conferenze sul rinnovamento e l’apertura della Chiesa cattolica all’ecumene cristiana e al mondo laico, con l’appoggio di papa Giovanni XXIII, un vero pontefice ecumenico, e del giovane presidente cattolico John F. Kennedy!

A quel tempo la Chiesa cattolica, con il concilio Vaticano II (1962-65) e il suo riconoscimento della libertà religiosa e dei diritti dell’uomo, aveva raggiunto un grado elevato di credibilità, e io, in quanto teologo, potevo richiamarmi a lei come istanza a cui orientarmi. Ma come si fece subito triste la situazione, durante la restaurazione postconciliare che ebbe inizio ben presto e implicò una fatale perdita di credibilità per la Chiesa. Lo spartiacque, per milioni di cattolici, fu l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (1968), che condannava come peccato ogni forma di contraccezione. L’«enciclica della pillola» mi spinse a porre una «domanda» al magistero papale con il libro Infallibile? (1970). Ma invece di accettare la proposta di una soluzione teologica costruttiva, le alte gerarchie della Chiesa tentarono di chiudere la bocca al teologo cattolico che poneva quella domanda: tentarono di screditarmi in seno alla Chiesa e di liquidarmi in ambito accademico revocandomi la missione canonica. In entrambi i casi senza successo, come si sa.

La morale sessuale enunciata dal magistero papale, che allora fu la pietra dello scandalo, oggi è accettata da una minoranza sempre più ristretta di cattolici, nonostante abbia ricevuto solenne convalida da parte dei papi successivi, nonostante tutti i viaggi, i discorsi e i documenti papali a suo sostegno. Ma l’autorità papale, l’infallibilità e l’incontestabilità del papa erano ormai scosse per sempre, come confermato dagli incomprensibili errori nel comportamento di papa Benedetto XVI nei confronti delle Chiese evangeliche, di musulmani ed ebrei, degli indios e anche dei milioni di persone infette dal virus dell’HIV in Africa, e infine dei reazionari lefebvriani.

Perché devo sottolinearlo? Perché da allora «ciò che credo» e «ciò che la Chiesa prescrive di credere» (questa è la formulazione del Catechismo) divergono ampiamente, nelle questioni morali come in quelle dogmatiche. Le Chiese protestanti, che difficilmente fanno sentire la loro voce contro l’autoritarismo di Roma nelle questioni inerenti alla fede e alla morale - autoritarismo che va contro la Bibbia e l’ecumenismo -, non possono evidentemente compensare la perdita di credibilità per il cristianesimo.

 

Oggi, nel XXI secolo la domanda sul prosieguo del cammino dell’umanità nel futuro s’impone con urgenza ancora maggiore. Dopo gli smarrimenti e le atrocità del Novecento, esistono ancora delle istruzioni di percorso, dei punti di riferimento a cui orientarsi, dei guardrail?

 

 

Dove orientarsi in un mondo povero di orientamenti?

 

Come ho descritto nelle mie memorie, tutte quelle esperienze e quei conflitti avevano trasformato il mio cammino personale in una grande avventura dello spirito, ricca di sfide sempre nuove. Grazie al sostegno di molti, dopo lo scontro con Roma del 1979-80 sono riuscito a elaborare l’idea di un dialogo tra le religioni e di un progetto per un’etica mondiale basato sulla fiducia di fondo, un’idea di cui avevo posto le basi gia in precedenza. L’ho approfondita e le ho dato forma attraverso il dialogo con studiosi di ebraismo, cristianesimo e Islam, di induismo, buddismo e religione cinese, ma anche con le ideologie secolari. Finalmente, nel 1990, dieci anni dopo il conflitto con Roma, fui in grado di presentare il «progetto per un’etica mondiale». In questi anni, «quello in cui credo» si è arricchito, approfondito e differenziato in maniera straordinaria.

Nei decenni passati, il cammino dell’umanità - nonostante gli immensi progressi, a partire dalla medicina e dalla farmacologia fino ai viaggi nello spazio e Internet - non è diventato più semplice. Il comunismo aveva sacrificato l’etica agli interessi di partito, il capitalismo l’ha sacrificata a quelli dell’economia. Molte persone di tutte le religioni si chiedono oggi quali siano le condizioni essenziali per poter sopravvivere come uomini su una terra abitabile e organizzare la nostra vita individuale e sociale in maniera umana, più umana. Il grado di progresso tecnologico-scientifico senza precedenti raggiunto dalla nostra generazione ci mette di fronte a una responsabilità di nuovo tipo: una responsabilità nei confronti dei nostri contemporanei e dell’ambiente, ma anche, se non si vuole che l’umanità precipiti nell’abisso di una guerra atomica o di una catastrofe ambientale, nei confronti dei posteri. Un concetto che Hans Jonas aveva già sviluppato nel 1979, nel suo libro Il principio di responsabilità.

Nel frattempo la globalizzazione dei mercati, della tecnologia e dei media ci ha purtroppo regalato anche una globalizzazione dei problemi: dai mercati finanziari e le nuove epidemie (Ams, aviaria, influenza suina) fino alla criminalità, alle droghe e al terrorismo. E la crisi dell’economia mondiale scoppiata nel 2008 - niente affatto imprevedibile - mi ha confermato nella mia idea: la globalizzazione, se non vuole avere effetti inumani, richiede anche una globalizzazione dell’etica. Di fronte ai problemi della politica, dell’economia e del sistema finanziario mondiali, è necessaria un’etica mondiale che possa essere condivisa dalle religioni del mondo, ma anche dai non credenti, dagli umanisti, dai laici. Spendo tutto me stesso per contrastare la sciocca tendenza a creare una divisione della società in secolare e religiosa. il mondo contemporaneo ha bisogno di entrambe, la dimensione secolare e quella religiosa. Ma soprattutto non ha bisogno di una cosa: il fanatismo. E i laicisti fanatici sono in errore tanto quanto i fondamentalisti religiosi fanatici.

Naturalmente so che oggi non si può riflettere sull’etica senza tener conto dell’individualismo e del pluralismo, due processi tipicamente postmoderni che stanno avendo luogo contemporaneamente nella società. Non è mia abitudine dare a tali processi un’interpretazione esclusivamente negativa e considerarli simboli di decadenza o di «scristianizzazione», come fanno alcuni uomini di Chiesa. Individualismo e pluralismo ci hanno dato molto in termini di libertà individuale, anche se bisogna ammettere che hanno contribuito alla perdita di orientamento.

In questa crisi di orientamento la psicologia e la psicoterapia possono essere di grande aiuto. Già nel 1987 avevo dedicato a Sigmund Freud uno studio molto empatico, ricevendo perfino un premio dell’American Psychiatric Association. Alcuni psicanalisti tuttavia hanno trattato a lungo la problematica dell’etica relegandola nell’ambito del Super-Io repressivo: come se la coscienza fosse solo un’istanza di controllo deputata a reprimere, prodotta da un’educazione sbagliata, addirittura una malattia nevrotica. Altrettanto parziale è la visione di quei teologi che rimandano alla libertà di coscienza e al giudizio individuale tutte le questioni morali dell’uomo. La libertà di coscienza non può essere intesa come discrezione individuale. Di conseguenza, per l’educazione così come per la condotta di vita, s’impone l’interrogativo di quali criteri debba seguire la coscienza, che è assolutamente plasmabile. Su quali coordinate debbo orientare la mia bussola interiore - in particolare di fronte alla marea straripante e ormai incontrollabile di informazioni presenti su Internet?

Il progresso tecnologico senza precedenti non ha reso superfluo, come si aspettavano in molti, l’interrogativo del progresso morale dell’umanità, bensì - in considerazione dei problemi sempre maggiori posti dalla tecnologia, dai geni all’atomo - l’ha ridestato. Non facciamo tutti sempre di più la stessa esperienza, ovvero che l’uomo riesce a venire a capo di tutto tranne che di se stesso? E per questo che un numero sempre maggiore di persone si chiede dove trovare un orientamento etico. E come deve affermarsi tale orientamento? Più precisamente: dove trovare e come mantenere il proprio cammino di vita in mezzo a tutte le possibilità di scelta offerte dal pluralismo odierno?

Le domande aumentano se riflettiamo sul fatto che noi viviamo per fortuna in una società aperta, vale a dire aperta all’apprendimento, al futuro e di conseguenza anche alla verità. Ma in una società liberal-democratica, in cui vige il libero gioco delle forze spirituali e sociali, come si può raggiungere un consenso minimo su valori; norme e comportamenti fondamentali? Un tale consenso è necessario per garantire una convivenza dignitosa già all’interno delle famiglie e delle classi scolastiche, ma anche nelle aziende e nelle comunità più ampie fino ad arrivare al funzionamento di uno Stato democratico. Quando la maggior parte degli uomini rifiuta, per fortuna, la discrezione del tutto soggettiva e l’anarchia, come stabilire criteri, priorità, ideali, dove trovare i segnavia che ci guidino lungo il cammino?

Quasi nessuno oggi difende apertamente e per principio una condotta amorale «al di là del bene e del male», perché ciò implicherebbe tollerare anche l’abuso sui bambini, perfino i più piccoli (in incremento con l’ausilio di Internet) e altri delitti. Ma oggi non vacillano forse alcuni criteri morali che un tempo erano dati per scontati? Nella primavera del 2009, ho messo di fronte a una provocazione un gruppo di studenti molto dotati. Spiegavo che la loro era praticamente la prima generazione in cui spesso perfino bambini e adolescenti violavano l’antichissimo divieto di uccidere: i bambini ammazzano i bambini, gli studenti ammazzano gli insegnanti, gli adolescenti ammazzano i genitori. Assistiamo sempre di più alla banalizzazione della violenza: la soglia della violenza si è abbassata, soprattutto nelle scuole. Ma anche la violenza contro se stessi è in aumento, com’è testimoniato dal bere eccessivo fino alla perdita di coscienza, e il fenomeno interessa fasce d’età sempre più giovani.

Naturalmente non si possono esprimere queste critiche senza fare autocritica, memori di una frase di Karl Valentin: «I bambini non si fanno educare, fanno comunque quello che facciamo noi!». È facile per le giovani generazioni puntare il dito sull’assenza di esempi nella generazione dei genitori. Quando per gli adulti i gomiti diventano la parte più importante del corpo, non ci si deve poi meravigliare se i giovani si comportano di conseguenza. Tutte le grandi menzogne dei politici agguerriti e i grandi imbrogli di certi manager, tutti i crimini e le guerre insensate sono esempi negativi il cui valore va al di là della situazione contingente.

Oggi tuttavia, per affrontare le innumerevoli inevitabili decisioni oggettive della vita individuale e politica, non possiamo più contare su soluzioni etiche cadute dal cielo o sull’interpretazione letterale della Bibbia, come facevano ancora agli albori dell’era moderna i teologi moralisti (per esempio nella questione della liceità del prestito a interesse). D’altra parte non possiamo nemmeno più dedurre soluzioni dall’idea di una natura intrinseca dell’essere umano, ritenuta immutabile e comune: il diritto naturale, come hanno fatto i papi del Novecento nella questione della contraccezione o dell’inseminazione artificiale. Piuttosto, per tutti i problemi e i conflitti complicati, dobbiamo cercare «sulla terra» soluzioni sempre nuove e differenziate, che si adattino di volta in volta alla situazione, ed elaborarle spesso in un gioco di squadra con gli esperti dei diversi campi.

In ogni caso, oggi un’etica ragionevole non può più presupporre l’accettazione passiva di un sistema di norme eterne, fisse, immutabili, tramandato da chi ci ha predeceduti. Si deve trovare una strada che tenga conto sia dello sviluppo storico delle norme morali sia della loro differenziazione culturale. Le norme senza una situazione concreta, infatti, sono vuote, ma le situazioni senza norme sono cieche. Tuttavia, di fronte a una permissive society - in cui tutto sembra relativo, dove niente può essere vero, tutto deve essere permesso e ciascuno può permettere tutto - la discussione pubblica sui diritti umani e i valori fondamentali, sulla morale politica ed economica pubblica e privata, mi suggerisce che esiste (ed è innegabile) una nuova esigenza di criteri attendibili, di norme vincolanti, di valori duraturi, di un orientamento etico che non sia, com’è spesso la morale tradizionale, repressivo, ma abbia un effetto liberatorio e persino ottimista.

 

 

Un’etica ottimista per tutti

 

Il 10 marzo del 1989, un anno di svolta per l’Europa, tenni una conferenza all’università di Chicago dal titolo Non c’è pace mondiale senza pace religiosa, in cui proposi di mettere la questione di un’etica fondamentale comune a tutte le religioni all’ordine del giorno dell’assemblea del Parlamento delle religioni mondiali. L’assemblea si sarebbe tenuta quattro anni più tardi, in occasione del centenario del primo Parlamento delle religioni mondiali riunitosi per l’esposizione universale di Chicago del 1893. il mio libro Progetto per un’etica mondiale uscì già nel 1991 a New York e a Londra con il titolo Global Responsibility. In Search of a New World Ethic. Allora il concetto di globalizzazione non era ancora sulla bocca di tutti. 1127 febbraio 1992, l’executive director del Consiglio del Parlamento delle religioni del mondo venne apposta a Tubinga per convincermi a preparare la bozza di una dichiarazione per un’etica mondiale da sottoporre al Parlamento.

Una sfida immensa! Il mio vantaggio fu che, come ho descritto, mi ero avvicinato a questa problematica fondamentale già due decenni prima; se così non fosse stato avrei fallito nel compito affidatomi, che si rivelo tanto impegnativo e coinvolgente da costringermi di fatto a riorganizzare la pianificazione del semestre accademico successivo. Non mi è capitato quasi mai di penare tante ore, giorni, mesi, per stendere un testo di così poche pagine. Per me e per tutti coloro che mi hanno aiutato, si trattò di un lungo processo fatto di consultazioni interreligiose e di molte discussioni e correzioni migliorative. Finalmente la nostra Dichiarazione per un’etica mondiale fu presentata ai delegati del Parlamento e, il 4 settembre 1993, accettata come dichiarazione iniziale verso un’etica globale. Mi pare interessante illustrare da quali riflessioni sono partito per redigerla. La critica pessimista alla morale cristiana, anzi alla religione in senso generale, di Nietzsche e di altri l’avevo già studiata a fondo. Perciò era mia intenzione sviluppare un’etica ottimista che completasse i precetti morali correntemente espressi m forma negativa con imperativi etici in forma positiva, senza affatto sostituirli.

Tuttavia, mi sarebbe sembrato presuntuoso voler reinventare la ruota - la ruota dell’etica. Mi premeva piuttosto richiamare alla mente quelle norme etiche così come facevano parte dell’eredità spirituale millenaria dell’umanità e come le avevo studiate a fondo. Non avrebbero dovuto rappresentare dei vincoli e delle catene che limitano inutilmente la vita, se non addirittura la soffocano. Piuttosto dovevano costituire degli ausilii, dei sostegni, dei segnavia appunto, per mantenere la direzione lungo il cammino della vita, per ritrovare i valori, gli atteggiamenti, il senso dell’esistenza e tradurli di nuovo in realtà. Tutto ciò, beninteso, non doveva valere solo per i religiosi, ma per tutti gli uomini. Per questo si dice nella Dichiarazione: «Confidiamo nel fatto che le nostre tradizioni religiose ed etiche, spesso già millenarie, hanno in sé sufficienti elementi di un etica comprensibile e praticabile da tutti gli uomini di buona volontà, siano essi religiosi o no». (Dichiarazione per un’etica mondiale, cap. II).

Naturalmente, durante la stesura del documento dovetti confrontarmi con decine di interrogativi, in particolare con il seguente: cosa dovrebbe essere valido per tutti gli uomini e contemporaneamente per ciascuno di loro? Esistono criteri immutabili, a cui debba attenersi perfino chi è a capo della politica, dell’economia,, della scienza e della religione? Può davvero esserci una norma fondamentale valida per tutti, senza eccezione?

Avevo allora e ho tutt’oggi due certezze. La prima è che noi viviamo in un unico mondo con una moltitudine di religioni e culture. Perciò non ci si può richiamare a una sola religione contro tutte le altre. La seconda è che non viviamo più nel Medioevo o all’epoca della Riforma. Di fronte ai milioni di persone che oggi non sono più religiose, non si può più fare riferimento, anche se si e credenti, solo alla religione. Ecco allora delinearsi l’interrogativo principale: partendo dal presupposto della pluralità delle religioni e delle ideologie, quale può essere oggi la norma fondamentale, il criterio fondamentale valido e vincolante per tutti gli uomini?

 

 

Il criterio fondamentale: l’umanità

 

Il 17 dicembre 2008, a Berlino, ho ricevuto il premio Otto Hahn per la pace. Il premio Nobel Otto Hahn, scopritore della fissione nucleare (1938), dopo la guerra si era battuto con convinzione per la pace e contro l’introduzione delle armi nucleari nell’esercito tedesco. La medaglia mi è stata assegnata dal sindaco Klaus Wowereit, in particolare per «l’impegno esemplare a favore dell’umanità, della tolleranza e del dialogo tra le grandi religioni del mondo, soprattutto nell’ambito del progetto per un’etica mondiale». Il discorso ufficiale che tenni per l’occasione mi diede l’opportunità di correggere di fronte a un pubblico formato in maggioranza da laici il diffuso malinteso che l’etica mondiale possa essere fondata solo dalle grandi religioni universali e di delineare una motivazione filosofica della mia idea, riprendendo quello che avevo già scritto trent’anni prima nel mio libro Dio esiste?. Su quella base potei in seguito inserire anche nel programma del Progetto per un’etica mondiale la necessità di una coalizione di credenti e non credenti.

Proprio con lo sguardo all’humanitas, la vera umanità, fui così in grado di formulare ben presto la seguente differenza elementare fra bene e male come norma fondamentale per una moralità umana autonoma.

Bene non è semplicemente quello che ha avuto valore sempre e ovunque, come ritengono i tradizionalisti e gli integralisti: la «buona vecchia» tradizione si rivela spesso misantropica.

Bene, tuttavia, non è sempre nemmeno il nuovo, come sostengono rivoluzionari e sovversivi: «la grandiosa nuova» rivoluzione si dimostra altrettanto poco filantropica.

Invece, detto in maniera molto semplice, per l’uomo è bene ciò che lo aiuta a essere autenticamente uomo, non importa se vecchio o nuovo.

Quante volte mi hanno domandato, in particolare dopo crimini o scandali incomprensibili, perché l’uomo creato da Dio può essere tanto cattivo! E un interrogativo che in determinate occasioni uno può porre anche a se stesso. La risposta più elementare è che l’uomo, provenendo dal regno animale, ha dovuto imparare a dominare, con la ragione, l’istinto a soddisfare i propri bisogni - fame, sesso, autoconservazione - e a comportarsi umanamente con i suoi simili.

Anche oggi ogni uomo deve non solo sviluppare da bambino una fiducia di base, ma anche imparare a controllare le sue motivazioni, i suoi bisogni e i suoi interessi - perfino quelli segnati da impulsi psichici più elevati come per esempio il desiderio di mettersi in luce e quello di potere. Deve imparare a svilupparli a sublimarli, a spiritualizzarli. Solo così il giovane può plasmare in maniera umana la propria vita. E un processo che dura per tutto il corso dell’esistenza, che riuscire più o meno bene ed è segnato anche da contraccolpi ed errori.

Considerato da questa prospettiva male è tutto ciò che ferisce, danneggia, ostacola l’uomo. Male è oprattutto ciò che fa precipitare l’uomo a un livello inumano, comportandosi come un animale feroce, una bestia, in modo bestiale, appunto. Per impedirlo, si sono sviluppati nel corso dei millenni alcuni criteri che definiscono ciò che è umano. Si riscontrano in tutte le grandi tradizioni dell’umanità, in ambito non solo religioso ma anche filosofico. Che cosa unisce Immanuel Kant, Henry Dunant, Rosa Luxemburg, Thomas Mann, Albert Schweitzer, Hannah Arendt, Martin Luther King Jr., Nelson Mandela e il grande musicista Yehudi Menuhin, che fin dall’inizio mi ha sostenuto più di altri nel mio progetto per un’etica mondiale? Sono tutti portavoce dell’humanitas, di qell’umanità autentica, e come tali vengono presentati nella mostra itinerante della Fondazione per un’etica mondiale. Già negli anni Ottanta Walter Jens e io avevamo tenuto tre lezioni su Heinrich Bòll, Hermann Hesse e appunto Thomas Mann, indicando questi premi Nobel come «portavoce dell’umanità».

L’umanità è di conseguenza il primo principio fondamentale di un’etica umana comune, un’etica universale, come spiega la Dichiarazione per un’etica mondiale del 1993 redatta a Chicago dal Parlamento delle religioni mondiali: «Ogni uomo deve essere trattato in maniera umana». È forse una tautologia o un luogo comune? Niente affatto, se si legge come la dichiarazione illustra in concreto questo principio di umanità: ogni essere umano deve essere trattato in maniera umana e non inumana, o addirittura bestiale, indipendentemente che sia uomo o donna, bianco o di un altro colore della pelle, giovane o vecchio, ricco o povero.

Noti rappresentanti di inumanità come Stalin, Hitler, Mao e Poi Pot, non hanno bisogno di essere rappresentati con parole e immagini.

Considerata da questo punto di vista, «umanità» come «arte» o «musica» è un concetto che necessita di una definizione precisa per essere attuata. Con «umanità» non s’intende una determinata «concezione dell’uomo». Le «concezioni dell’uomo» derivano sempre da una determinata prospettiva: cristiana, giudaica o musulmana, socialista o liberale, biologica o economica... Sono spesso in conflitto tra loro. «Umanità» significa qui un patrimonio comune fondamentale di valori e di standard etici condiviso da tutti gli uomini, indipendentemente dalle loro rispettive concezioni.

Ed eccomi giunto a uno degli aspetti più gravidi di speranza dell’idea di etica mondiale, idea in grado di adempiere una funzione mediatrice anche nella discussione odierna sull’insegnamento dell’etica e della religione. Di certo non farebbe piacere solo a me se le alte gerarchie ecclesiastiche comprendessero finalmente che potrebbero contribuire con maggiore efficacia all’affermazione dei valori cristiani solo nel contesto di valori umani comuni, e non schierandosi contro di essi, e se adottassero la strategia della soli- darietà e della comprensione, invece dello scontro e della polarizzazione. Nel 1994 ho dedicato il mio libro Cristianesimo. Essenza e storia a quattro personalità cristiane di Chiese diverse che incarnano in maniera esemplare proprio questo approccio: papa Giovanni XXIII, il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora, l’arcivescovo di Canterbury Michael Ramsey, e il primo segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese Willem Visser’t Hooft.

 

 

L’etica umanista e le religioni del mondo s’incontrano

 

L’etica umanista e l’etica delle religioni del mondo s’incontrano in un punto: proprio quella di un’umanità elementare. Anche Confucio, Buddha, Mosè, Gesù di Nazaret e - molto importante per i musulmani - il profeta Maometto sono, ognuno a suo modo portavoce dell’umanità. Quanto a me, mi considero allo stesso tempo un cristiano e un umanista. E un concetto che mi è stato chiaro fin dai miei anni di ginnasio umanistico statale a Lucerna e che in seguito ho motivato e chiarito sotto tutti gli aspetti nel mio libro Essere cristiani (1974).

Anche la Dichiarazione per un’etica mondiale del Parlamento delle religioni mondiali è un documento umanista, condivisibile anche dalle persone non religiose. Vi si legge: «Di fronte a ogni manifestazione di disumanità le nostre convinzioni religiose ed etiche proclamano: Ogni uomo deve essere trattato in maniera umana. Ciò significa che ogni uomo - senza differenza di età, di sesso, di razza, di colore della pelle, di doti fisiche o spirituali, di lingua, di religione, di convinzione politica, di origine nazionale o sociale – possiede una dignità inalienabile e intangibile. Tutti, l’individuo come lo Stato, sono perciò tenuti a rispettare questa dignità e a garantirne un’efficace difesa». I diritti e i doveri dell’uomo hanno qui il loro fondamento.

Non si tratta di un’etica di stampo individualista: il principio di umanità vale per l’uomo in quanto individuo, per il singolo e le sue azioni, ma nello stesso tempo anche per le istituzioni e le strutture umane. Queste ultime devono essere al servizio degli uomini, devono promuovere la persona, l’umanizzazione della società, non devono arrecarle danno, ma agire per il bene del suo insieme.

L’esigenza fondamentale dell’umanità viene precisata in quell’antica regola aurea che e il principio della reciprocità. Io lo conosco bene fin da bambino nella forma «non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te», ma solo nel contesto di un’etica mondiale ho compreso il suo significato fondamentale e universale per la società. La troviamo già cinquecento anni prima della nascita di Cristo, in Confucio - «ciò che vuoi non sia fatto a te stesso non farlo agli altri» - ed è poi riscontrabile, espressa in varianti molto simili, in tutte le grandi tradizioni religiose ed etiche dell’umanità. Ha trovato la sua forma cosiddetta secolare nell’imperativo categorico di Immanuel Kant. Una delle sue tre formulazioni recita:  «Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come scopo e mai come semplice mezzo». Oppure, ancora prima, nel XVII secolo, nell’enunciazione dell’«Ippocrate inglese», il medico Thoma Sydenham: «Nessuno è stato da me curato diversamente da come vorrei essere curato io, se mi capitasse la stessa malattia».

La regola aurea della reciprocità rappresenta il secondo principio fondamentale di un’etica comune dell’umanità. Ho avuto occasione di dirlo anche ai rappresentanti della politica, dell’economia, della cultura e dello sport: questa regola aurea deve valere non solo tra i singoli individui ma anche tra i gruppi sociali ed etnici, tra le nazioni e le religioni. Tuttavia, spesso mi si chiede come esprimere in forma di criteri concreti questi principi fondamentali di umanità o di etica mondiale.

 

 

Istruzioni di percorso per una maggiore umanità

 

Ho riflettuto a lungo su questa domanda mentre preparavo la Dichiarazione per un’etica mondiale, e ne ho discusso anche con altri studiosi nell’ambito di un colloquio interdisciplinare e interreligioso tenutosi nel semestre estivo del 1992 all’università di Tubinga: secondo quali punti di vista fondamentali si doveva ordinare il restante imprescindibile materiale etico per questa Dichiarazione? Una possibilità era raggrupparlo secondo le virtù classiche, quelle cardinali - prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - che spesso vengono scambiate per le virtù teologiche o teologali, ovvero fede, speranza e carità. Ma sembrava un’ottica troppo individualistica. Un’altra possibilità era organizzarlo secondo determinati ambiti problematici, come l’etica sessuale e la bioetica, l’etica economica, medica e statuale. Troppo complesso, però, per prospettive globali.

Alla cena che si tenne dopo il mio seminario, ebbi una conversazione animata con studiosi di tradizione induista, buddista, cinese, musulmana e cristiana che mi portò a decidermi per una terza possibilità su cui avevo riflettuto a lungo. Il mio rapido sondaggio a tavola ebbe come risultato un fondamentale consenso empirico: ci sono quattro imperativi etici, che non si trovano solamente nei Dieci Comandamenti della Bibbia ebraica, confermati anche nel Nuovo Testamento e nel Corano, ma anche in Patanijali, il fondatore dello yoga, nel canone buddhista e nella tradizione cinese: «Non uccidere, non rubare, non mentire, non compiere atti impuri». Che questa coincidenza non sia un caso me lo indicava la preistoria. Già allora su questo pianeta gli uomini erano ovunque interessati, come ho già sottolineato, a proteggere la vita, la proprietà, l’onore e i rapporti tra i sessi. Alla base di un’etica mondiale c’è l’etica originaria (Ur-Ethos).

La Dichiarazione per un’etica mondiale del 1993 non ha perso nulla in attualità, e questo oggi m’incoraggia. Anzi, dallo scoppio della crisi economica e finanziaria mondiale del 2008 - che io temevo, com’è dimostrabile, da più un decennio - ha acquistato un’importanza ancora maggiore. Accanto al fallimento dei mercati e delle istituzioni è palese anche quello dell’etica. Perciò in relazione a questa crisi si parla ovunque di un «ritorno della morale», della necessità di un’etica in economia, in politica, nella scienza e soprattutto nello sport, ambiente scosso da innumerevoli scandali.

Ma non è sufficiente che i filosofi parlino solo di imperativo categorico, i teologi solo in senso astratto di coscienza e i politici, e i leader economici, gli scienziati e i dirigenti e funzionari sportivi di necessità della fiducia, della coscienza delle proprie responsabilità e della coscienziosità. Si deve piuttosto essere concreti, pratici, avere il coraggio di parlare di valori e di standard etici con un contenuto ben preciso: senza restare ingarbugliati in discussioni su dettagli morali, ma riflettendo su quelle norme che hanno guidato l’umanità fin da tempi antichissimi e che, nella nostra epoca, sono state ignorate in maniera imperdonabile dal fascismo, dal nazismo, dal socialismo di Stato e in seguito dal turbocapitalismo. Abbiamo un bisogno urgente di un fondamento etico, senza il quale una società alla lunga non può essere tenuta insieme né in grande né in piccolo, di un quadro normativo etico senza il quale non può funzionare nemmeno un nuovo ordine mondiale una nuova architettura della finanza.

E’ necessario dunque promuovere una cultura dell’umanità da quattro punti di vista. Delineo qui molto brevemente ciò che si esposto in maniera più ampia nella Dichiarazione per un’etica mondiale, per il testo della quale si veda il sito www.weltethos.org. Ogni persona e ogni istituzione devono assumersi una quadruplice responsabilità:

- la responsabilità di una cultura della non violenza e del rispetto per ogni vita: abbiate rispetto per la vita! Secondo l’antichissima norma: «Non uccidere», non torturare, non far soffrire, non ferire;

- la responsabilità di una cultura della solidarietà e di un ordine economico giusto: agisci in modo giusto ed equo! Secondo l’antichissima norma: «Non rubare», non sfruttare, non derubare, non corrompere;

- la responsabilità di una cultura della tolleranza e di una vita nella sincerità: parla e agisci sinceramente! Secondo l’antichissima formulazione: «Non mentire», non ingannare, non falsificare, non manipolare;

- la responsabilità di una cultura della parità di diritti e della solidarietà tra uomo e donna: rispettatevi e amatevi a vicenda. Secondo l’antichissima formulazione: «Non commettere atti impuri, non fare cattivo uso della sessualità», non tradire, non umiliare, non avvilire.

Le linee direttrici della Dichiarazione per un’etica mondiale del Parlamento delle religioni mondiali, si ritrovano, identiche dal punto di vista contenutistico, ma espresse nel linguaggio dell’ONU, nella proposta di una Dichiarazione univerale delle responsabilità dell’uomo presentata dall’InterAction Coundil degli ex capi di Stato e di governo nel 1997, sotto la presidenza dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt (su Internet: www.interactioncouncil.org). Ma, per evitare malintesi, è bene sottolineare che gli imperativi etici non sono leggi, che vanno prima decise da qualche tipo di organo. Sono date fin da principio e mirano all’impegno volontario. Ma potrebbero e dovrebbero assolutamente essere confermate da un organo della comunità mondiale e poi trasmesse in modo tale da diventare parte della consapevolezza collettiva.

Tutte queste norme valgono naturalmente anche per la mia persona. Ma in conclusione a questo capitolo sul cammino di vita si pone la domanda: queste norme sono sufficienti a farmi percorrere la mia strada? Ovviamente no.

 

 

Andare per la mia strada

 

É stata proprio la severa educazione preconciliare ricevuta a Roma durante i sette anni in cui ho studiato là a insegnarmi a non farmi intimidire dalle autorità ecclesiastiche e andare per la mia strada assumendo sempre un atteggiamento di solidarietà critica verso la mia Chiesa. In ogni scontro, so di avere sempre al mio fianco, vicino e lontano, compagni e compagne di viaggio fedeli. Di questo fatto ero e sono riconoscente. Going my way (La mia via): quando studiavo a Roma era il titolo originale di un film con Bing Crosby, a quei tempi uno degli attori e cantanti americani più amati. Significa letteralmente «andare per la mia strada» e Bing Crosby interpretava la parte di un giovane vicario anticonformista che andava allegro e deciso per la sua strada nonostante la resistenza dell’anziano parroco conservatore.

I miei conflitti non si risolsero in modo così innocuo come in quel film. Perfino se si ha molta fiducia nella vita e molta gioia di vivere, perfino in presenza di valori e norme consolidati a cui ispirarsi, non è affatto facile trovare la propria strada, prendere decisioni sempre nuove e ripetersi in continuazione: sii quello che sei. Non lasciare che siano gli altri a stabilire come devi agire, definisci tu stesso il tuo ruolo. Ma non mettere sempre te stesso al centro di tutto, non essere egocentrico. Non tirarti indietro. Vai avanti. «Avanti Savoia!» (il motto dei combattenti del Risorgimento) scrisse di suo pugno il grande Karl Barth sul biglietto che accompagnava la lettera di raccomandazione per la mia tesi dottorale sulla giustificazione.

Per le attuali giovani generazioni alcune decisioni scelta della professione e del compagno o della compagna, della residenza... - sembrano più facili da prendere. La sfera di libertà personale è aumentata e nell’era dei mass media è molto più facile procurarsi informazioni di ogni tipo. Ma d’altra parte l’abbondanza di informazioni non mitiga affatto il disorientamento, anzi lo acuisce. Quello che manca non sono le competenze specifiche, ma un sapere che serva a orientarsi.

Molte scelte esistenziali si devono prendere senza scendere a compromessi. Ma a procedere a testa bassa, tuttavia, si finisce quasi sempre per andare a sbatterla, la testa. D’altra parte agire da banderuola non è proprio segno di un carattere franco. Io ho cercato, dove è possibile, di trovare una strada tra l’ottusità dogmatica e la mollezza opportunistica, di coniugare stabilità e capacità di adattamento.

Ci sono tuttavia situazioni critiche che richiedono all’uomo una scelta di vita difficile e gravida di conseguenze. Un tempo si parlava di «Ercole al bivio»: l’antica leggenda narra che il giovane eroe si era ritirato in un luogo remoto per riflettere sulla strada da intraprendere nella vita. Allora gli si presentarono due figure femminili molto diverse tra loro: prima «Piacere», che gli promise una vita di godimenti e agi. Quindi «Virtù», che gli prospettò un cammino difficile, percorrendo il quale avrebbe avuto tuttavia la possibilità di conquistare eterna gloria come campione di bontà. Entrambe le donne gli illustrarono con abbondanza di dettagli e chiarezza i loro pregi e i punti deboli della concorrente. Ercole poteva scegliere: tra il cammino facile dei piaceri della vita e quello faticoso della virtù. Scelse il secondo.

Molti giovani oggi si trovano di fronte a una scelta ancor più fondamentale: non solo tra «Piacere» e «Virtù», ma tra una vita piena di senso e una che ne è priva. E se si parla di senso sorge subito la domanda: qual è il senso della vita, della mia vita? A questo interrogativo è dedicato il prossimo capitolo.

 

 

 

 

 

 

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