Da considerare con
grande attenzione. Sono illuminati poiché riguardano la nostra costituzione di base
Le
formule fondamentali
Da Rifondazione della fede di Vito Mancuso
Siamo tutti contenuti nella minuscola
sfera di fuoco primordiale che, esplodendo, ha dato origine all’universo. Tutto
viene da lì. Tutto è energia. Anche noi siamo energia. L’energia è la capacità
dì produrre lavoro. Il lavoro più insigne che l’uomo può compiere si chiama
amore. Il cristianesimo ne è la dottrina pratica.
La formula della natura
Esso
= Esso.
Il primo livello è il mondo della vita
naturale. La sua formula è trascrivibile mediante questa equazione: Esso = Esso. È logica del branco, o
della specie, ciò che domina il mondo vegetale e animale. L’individuo non
esiste, l’unico individuo (cioè l’elemento non ulteriormente divisibile) è il
branco, in funzione del quale tutto è compiuto. Anche l’uomo all’inizio della
sua storia (filogenesi) e all’inizio della sua vita (ontogenesi) è riconducibile
al noi del branco, del clan, della famiglia. Questo, però, è un noi che non è
l’unione di tanti Io, come avviene nella comunità, ma è piuttosto la finalizzazione dell’Io
in funzione di una struttura anonima, di un Esso, di cui il singolo è solo
uno dei tanti ingranaggi.
Si potrebbe esprimere la formula Esso = Esso tramite questa semplice
rappresentazione grafica

laddove «i» sta per il singolo che non è ancora
Io.
Il venir meno di un singolo «i» è ampiamente compensato dal
contributo da lui dato prima al branco E,
a Esso. Ne consegue che la morte non
ha potere su E, E va avanti inevitabilmente però lo fa secondo ciò che è
contenuto all’origine perché il
contributo di ogni singolo «i» è interamente normato
dalla sua totale appartenenza a E.
Le scimmie di centomila anni fa si
comportano esattamente come le scimmie di oggi e come si comporteranno quelle
di domani.
La
natura le definisce totalmente, non c’è alcuna forma di civiltà, di
possibilità di uscire dalle necessità naturali.
Si potrebbe obiettare che vi è
l’evoluzione della specie, che ogni specie si è formata e a sua volta dà
origine ad altre specie, ad altri Esso.
È vero, ma l’evoluzione è data sempre
da un singolo «i» che casualmente muta; la
mutazione di «i», casuale, può risultare così fortunata da diventare, da caso
che era, necessità, e formare una nuova specie, un nuovo Esso.
Già
a livello naturale quindi il progresso non viene mai dal branco, ma sempre e
solo dal singolo.
La formula del mondo umano
(Io = Io) + (Io = Esso).
È una formula a due equazioni quella
che descrive il mondo umano. La prima di esse consegue dal fatto che il singolo
si emancipa dal branco e afferma se stesso come superiore rispetto al branco.
Il branco non è più l’indivisibile; a essere indivisibile (individuo), ora, è
il singolo, è l’Io che vive della sua consapevolezza. La legge che esprime
questa fase è Io = Io.

L’Io
è una grande acquisizione per l’uomo, e non è per nulla scontato che tutti gli
esseri umani vi arrivino o che tutti riescano a conservarne integra
l’esperienza. Non bisogna mai sottovalutare la grandissima acquisizione
dell’autocoscienza, dell’autostima, del sapere
aude.
Ma l’Io, emancipatosi dall’Esso che per
lui è il sociale, si rende presto conto del lato negativo di tale emancipazione: l’Io sente il vuoto dei
giorni, sente il freddo del nulla, sente avanzare lo zero della morte. Così, l’Io emancipato cerca
di nuovo l’Esso del sociale nel quale annullare la sua angoscia.
Eccoci alla seconda equazione del mondo
umano: Io = Esso.

Le due equazioni che stanno alla base
della civiltà umana, sempre in rapporto
dialettico l’una con l’altra, ne formano una terza (Io = Io) + (Io = Esso)
la cui espressione è la seguente:

Ogni
uomo gioca la sua vita nell’equilibrio mai raggiunto di Io
= Io (libertà) e di Io = Esso (necessità).
Ma, ultimamente, più forte è Io = Esso,
più forte è la necessità. Questa è anche la ragione per la quale lo zero della morte non vince, nel senso
che non riesce a cancellare, quando arriva, il lavoro dell’Io che è confluito nell’Esso
del sociale. Per questo la società va avanti. Il progresso è per lo più una
costruzione orizzontale, nella quale lo zero della morte non ha potere sul
lavoro dell’Io confluito nella società.
Il
progresso è possibile solo grazie all’Io.
L’Esso
= Esso della natura è statico. Tutto lì è già definito. Ogni specie
vegetale o animale è ora quello che era già ai suoi inizi, e tale rimarrà fino
alla sua estinzione. L’Esso = Esso della natura contiene tutto già all’inizio e mira solo alla riproduzione della
medesima eterna noiosa struttura.
Il
progresso viene solo dall’Io. È l’Io che,
contrapponendosi all’Esso, vede ciò che nell’Esso non c’è, e (per sete di gloria,
di dominio, di autostima, di denaro, di affermazione di sé, per sete
ultimamente di se stesso, per trovare la più alta realizzazione di sé
all’interno della vita) crea qualcosa di
nuovo che prima nella struttura sociale non c’era. E dalla libertà che può
venire il progresso, solo dalla libertà.
La morte del Singolo non ha un effetto nullificante per l’insieme
perché la sua azione si è estesa, è confluita, nell’Esso sociale, e quindi continua a produrre frutti anche quando
il singolo viene meno (e questo vale anche per la dimensione morale, sia per il
bene sia per il male).
Gli Io sono tutti concentrati sui
confini di Esso, che è la società. Per questo la società e in continua
evoluzione un pò come l’universo a seguito del Big
Bang, un’evoluzione che riguarda tutte le direzioni, ma non, contrariamente a
quanto sappiamo dell’universo, in ugual modo. Infatti
i singoli Io si concentrano per lo più nella parte centrale della sfera,
producendo un progresso orizzontale (tecnologico) molto più accentuato rispetto
a quello verticale (di tipo morale).
Se all’inizio la società si poteva
raffigurare così:

ora l’azione dei
singoli sui confini della zona centrale dell’insieme ha fatto sì che si sia
passati a una figura più o meno di questa forma, che è l’immagine della storia:

La
crescita orizzontale è stata molto più
accentuata rispetto a quella verticale, della quale peraltro si deve dire
che è esattamente simmetrica: quanto più
cresce verso l’alto, tanto più cresce verso il basso; vale a dire che quanto
più aumenta la possibilità del bene, tanto più aumenta la possibilità del male.
La storia del ‘900, dove mai si è raggiunto un tale livello di male e, insieme,
un tale livello di bene, ne è l’attestazione.
L’Esso in cui gli uomini sono inseriti,
il grande E, si struttura a più livelli in piccoli «e». Ogni uomo appartiene a
diversi organismi, è parte di numerosi sotto-insiemi,
grossomodo identificabili in questi: el = la famiglia di provenienza; e2 = gli amici; e3 = l’azienda, la struttura
produttiva; e4 = i movimenti
politici e sociali; e5 = la religione
e le sue chiese; e6 = la famiglia che si
forma.
Quella presentata è una gerarchia
puramente esemplificativa, perché essa varia da uomo a uomo: per uno è
l’azienda a stare al vertice; per un altro, la famiglia; per un altro,
l’appartenenza politica; per un altro, l’appartenenza religiosa. E sicuro,
però, che più si sale, più
l’appartenenza a un «Esso» è forte, può giungere persino a delimitare ogni
altra cosa, a definire completamente ogni altro rapporto. Fino a qualche anno
fa c’era anche la politica che aveva un tale potere integrale sull’anima degli
uomini; oggi invece è rimasta solo la religione a potersi presentare come unico
pensiero-forte in grado di gerarchizzare a sé ogni altra struttura, ogni altro
piccolo «e». Per questo la religione può essere una terribile prigione.
Nessun
uomo è totalmente risolvibile nell’Esso della società; c’è sempre un
momento in ognuno di autocoscienza, di distacco, che ha il suo risvolto
positivo nella creatività e il suo risvolto negativo nel sentimento di
solitudine, di noia, di vuoto. Non c’è mai per l’uomo la situazione animale di

Che
cos’è che fa staccare l’uomo, unico caso nella natura, dall’Esso della specie (perché il
sociale è la sua specie)? Che cosa spinge l’uomo a oltrepassare i confini, che
cosa fa di lui un grande trasgressore
dei limiti naturali? La presenza
dell’anima. Ma a questo livello l’anima non è immortale, se si fermasse
solo qui l’anima morirebbe come tutte le altre componenti del corpo. Perché l’anima possa attingere la dimensione
dell’immortalità, deve entrare in gioco la dimensione etica. La quale entra
in gioco inevitabilmente nella vita di ognuno. Nessun uomo si può sottrarre dal
mangiare il frutto del bene e del male.
Ma
nella dimensione naturale dell’umanità, definibile nella formula che
scaturisce dall’unione delle due equazioni (Io = Io) + (Io = Esso), non c’è né la pienezza del bene né la
pienezza del male. La violenza, che pure c’è, non è il male, è solo una modalità
di affermare sé, di celebrare la prima equazione. Vi sono anche delitti
oggettivi in questa prima sfera, ma che, in sé esecrabili e da condannare, non
sono definibili come «il male». Sono furti, delitti, omicidi, che la società
giustamente punisce, ma che per quello che sono non riescono a farci
comprendere che cosa è il male in sé e per sé, nella sua nera essenza. Chi ruba
vuole per sé le ricchezze degli altri; magari giunge anche a uccidere, ma
voleva «solo» sbarazzarsi del nemico, non uccidere l’altro per se stesso, non vi
era odio per l’altro in quanto tale. Perché
si possa raggiungere tale livello e cogliere il male in sé e per sé, prima
deve nascere la visione dell’altro in quanto realmente altro, in quanto Tu,
deve cioè prima nascere il bene, perché il male è una corruzione del bene.
Il bene, oggettivamente posto, ma posto da un Io inserito in una struttura che
glielo comanda, conta poco. È la struttura che preme sui singoli e li porta a
quelle azioni, in sé positive. Si tratta di bene, certo, ma produce poco merito
(per usare questa categoria cara alla teologia controriformistica), perché l’Io
è legato all’Esso che lo guida. Se la struttura (politica o ecclesiale che sia)
non è al servizio della libertà dell’Io, se non
favorisce e alimenta la vera libertà interiore, si trasforma in una prigione
dell’anima. Non serve a nulla che faccia pregare, visto che non serve a nulla
aver solo detto «Signore, Signore». Se invece della libertà dell’anima del
singolo, cresce la potenza dell’istituzione di cui il singolo si è messo al servizio,
si è solo prodotta un’altra forma di «sabato» a cui asservire l’uomo.
La
libertà deve stare sempre sul confine. Ma ogni istituzione, ogni Esso, ha
una forza di gravità che attrae ogni singolo Io verso il proprio centro.
L’istituzione, l’Esso, per sua natura non vuole la libertà dell’Io, non vuole la trasgressione, non tollera l’oltrepassamento del confine. La gran parte degli uomini
depositano la propria libertà nelle braccia di un’istituzione, e se ne mettono
al servizio. Così ricevono pace e sicurezza. Sono tornati nell’utero da cui la
violenza del parto li aveva scagliati fuori. Si diventa dei funzionari: di
partito, di azienda, di un movimento, della Chiesa... Ci si lascia vincere
dalla gravità dell’istituzione; e questa, generosamente, ricompensa. Più si è dediti
all’istituzione, più si sale nella sua scala gerarchica, e sempre meno si è sul
confine dove deve stare la libertà, un confine che mai si oserebbe
oltrepassare. Ma nella misura in cui si è rinunciato alla propria libertà, si
farà di tutto perché anche gli altri, sotto di noi, rinuncino, per noi, alla
loro.
Chi
è un servo dentro di sé, vuole dei servi sotto di sé.
La formula del bene
Anch’essa è composta da due equazioni: (Io = non-Io) + (Io = non-Esso).
Qui si parla del bene nel suo stato più puro, si parla della radicale esperienza del
bene, assolutamente incontaminata, si parla del Bene con la maiuscola. È
possibile descriverlo.
Lo
si fa ponendo il superamento, mediante negazione, della situazione naturale.
La situazione naturale è data dalla
dialettica dell’equazione Io = Io con l’equazione Io = Esso. Il Bene nasce dal
superamento, mediante negazione, di questa situazione. Il che produce: Io =
non-Io, e Io = non-Esso.
L’Io
incontra, anzi vede per la prima volta, il Tu. Gli uomini
credono di vedere gli altri. In realtà nella maggior parte dei casi vedono solo
se stessi, gli altri sono solo funzione dei loro bisogni e dei loro desideri.
Può capitare che un uomo e una donna passino insieme la vita intera, e mai
nessuno dei due ha visto l’altro per quello che è, mai ha conosciuto la sua
anima. E tipico al riguardo il modo con cui gli uomini
parlano tra di loro; quasi mai c’è vero dialogo, quasi mai si ascolta veramente
l’altro per quello che vuole dire, quasi sempre gli uomini usano l’interlocutore
per dire se stessi, i loro bisogni, le loro ansie, o per celebrare la propria
intelligenza. Raramente si lascia che l’altro finisca la frase, meno che mai
gli si lascia esprimere il pensiero compiutamente. Prima che l’altro abbia finito,
l’Io insorge, interrompe, prevarica. Siccome l’altro Io fa lo stesso, il più
delle volte ci si parla tirandosi addosso le parole,
parole come frecce. Questo avviene perché in realtà c’è solo l’Io che non
riconosce l’altro, che non riconosce il Tu. Ciò che gli uomini pensano essere
conversazioni, spesso sono solo solitari monologhi dove ognuno ascolta solo se
stesso e se ne esce più vuoto e più solo di prima.
Ma
può avvenire che l’lo scopra il Tu, lo scopra per se stesso, non in funzione di
sé. Qui gli innamoramenti non c’entrano. Gli innamoramenti non sono in
alcun modo la scoperta del Tu, ma solo dell’Io, di cui
l’altro è una funzione, un soddisfacimento, una fonte di energia, uno specchio.
Quando viene meno il bisogno/desiderio dell’Io, anche
l’altro appassisce nel suo significato. Così finiscono molti di quelli che si
chiamano amori, e che l’amore forse l’hanno visto solo di spalle.
Ma il Tu può essere percepito come
tale. Non solo, l’Io può anche giungere
a ritenere (con la vita, non con le parole) il Tu importante quanto sé, a volte
persino di più. Perché questo avvenga, l’Io innanzitutto deve negare se stesso. Ecco
l’importanza decisiva della negazione su cui insistono le grandi tradizioni
spirituali dell’umanità, in particolare il buddhismo e il cristianesimo; eccoci
a Io = non-Io.
L’Io si nega in funzione del Tu e in funzione del Noi: l’Io = non-Io
diviene
Io = Tu (l’amore personale) e Io = Noi (l’amore comunitario).
Ma qui, ancora, non siamo in presenza
del bene compiuto. Siamo sulla via, ma non siamo ancora in cima. Qui c’è un
bene oggettivo, ma non c’è l’esperienza
del bene assoluto. Perché questa possa nascere, deve essere negata anche
l’altra equazione dello stato naturale, Io = Esso.
Il Tu, infatti, può diventare per l’Io
un Esso più grande, per il quale l’lo si nega vedendovi comunque un guadagno,
anche se più profondo e più puro rispetto a quello naturale. Si pensi ai
sacrifici degli innamorati o dei genitori. Le madri degli uomini non sono diverse
dalle leonesse o dalle gatte le quali pure arrivano a rischiare la vita per i
propri piccoli. Certo, siccome nell’essere umano si è sviluppato l’egoismo
naturale dell’Io = Io, quando si vede una madre che
agisce eroicamente per i figli si pensa di trovarsi di fronte al vertice
dell’amore. Invece qui non siamo ancora dinnanzi all’esperienza del sommo bene,
perché qui l’Io sì riconosce ancora in ciò in cui si nega, c’è ancora lo =
Esso.
L’esperienza
del bene assoluto è Martino che taglia il mantello, è Francesco che bacia il
lebbroso, è Teresa che assiste i moribondi.
(Io = non-Io) +
(Io = non-Esso): l’Io si ritrova circondato da negazioni, si ritrova nel vuoto.
È l’esperienza della croce. Dovunque si volti, non vede un punto d’appoggio;
non c’è più nulla che possa guadagnare, ha rinnegato veramente se stesso. Così si può raffigurare l’Io che si colloca
nel vuoto (pur continuando a vivere e a operare dentro la famiglia,
l’azienda, la società,

Per raggiungere la compiutezza del
bene, non c’è bisogno che l’Io vada chissà dove o faccia chissà che. Il suo non
è un viaggio o un operare fisico, non si tratta di andare nei paesi di missione
a curare i malati o nelle periferie a curare i dogati. Queste cose si possono
fare, sono lodevoli e giuste, ma non sono in sé l’esperienza del bene assoluto.
Qualcuno le può fare ed esserne lontanissimo: «E se anche distribuissi tutte le
mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l’amore,
niente mi giova» (1 Corinzi 13,3).
L’esperienza
del bene è un viaggio dell’anima, un esodo da se stessa, è il rinnegamento di
sé per amore, per amore degli altri e più ancora per amore del bene in sé (ciò
che tradizionalmente chiamiamo Dio).
L’amore
di Dio è l’amore del bene in sé, della verità. E’ questo amore che spinge l’Io
fuori di sé, lo distacca da tutto e lo deposita nell’esperienza eterna del bene.
Eterna perché, quando l’Io agisce così
innaturalmente, in modo così sovra-naturale, esce dal tempo. Vi esce, perché
porta la morte già ora dentro di sé. Vive la morte qui e ora. E come il seme
caduto nel campo di cui parla il maestro. Rinnega se stesso. Prende la sua
croce. Guarda alla morte come a «sora nostra morte
corporale», come fece Francesco. E per questo si trova nella gioia
sovrannaturale, il dono più alto che l’adesione incondizionata al bene fa alle
anime.
Quello che dice Paolo, di continuare a
fare le cose che si fanno ma col cuore altrove «perché passa la scena di questo
mondo» (1 Corinzi 7,31) è l’immagine del viaggio dell’anima verso il bene.
Non è che così le cose del mondo si
fanno peggio; al contrario, avendo il cuore altrove, le si fa meglio, perché si
è più leggeri, perché si servono le cose per quello che sono, senza cercare in
esse gratificazioni o compensi per sé. Si è liberi.
E’
solo il bene che fa nascere la vera libertà, perché è solo il bene che distacca
l’anima
dalle
cose del mondo.
Un bene così è raro, ma esiste. Di esso
si ritrovano come dei semi, diffusi più o meno dovunque. L’amicizia, l’amore
naturale, il ricordo generoso dei benefici ricevuti (non è facile nutrire
gratitudine perché si ferisce l’orgoglio dell’lo che
ricorda la sua miseria e vorrebbe cancellare tutto) sono alcuni dei luoghi
dell’esperienza del bene a livello naturale. Ma è solo l’amore soprannaturale il luogo dove si ha l’assoluta
manifestazione del bene, la sua epifania.
L’unica spiegazione del ribaltamento
sovra-naturale delle due equazioni è di tipo sovra-naturale; è ciò che la teologia
chiama grazia.
La formula del male
Eccola: (Tu / Noi = Io) = (Tutto = Io)
= 0.
Se a guardare il mondo ci si pone da un
punto di vista morale, sembra che il male regni dovunque. Per questo a più di
una coscienza il mondo è apparso nelle mani di Satana. Ma non è così, Satana
non costruisce nulla. Sa solo distruggere. Questo mondo non potrebbe andare
avanti come va, non potrebbe neppure stare in piedi, se fosse dominato da
Satana. Questo mondo, in realtà, sta in piedi da sé, e lo fa in base alla
forza. È tutto, solo, un processo naturale; è tutto, solo, forza di gravita, forza elettromagnetica,
forza nucleare forte e forza nucleare debole, le quattro declinazioni
fondamentali della forza.
Il male qui non c’entra. Il bene
nemmeno. Il male entra in scena solo dopo che è entrato in scena il bene, come
sua corruzione.
La formula del male si relaziona
direttamente a quella del bene, perché il male è una corruzione del bene. Senza
il bene, il male non potrebbe esserci come appare evidente nella natura dove
non ci sono nè il bene nè
il male. E anche nella società umana per lo più non vi è il bene puro (il Bene)
così come non vi è il male puro (il Male), ma semi dell’uno e dell’altro che si
innestano sulla struttura naturale.
L’errore di una certa parte del
pensiero religioso è consistito nel pensare il male come direttamente contrapposto
al bene; ne è venuta l’infelice identificazione del male con la sfera naturale,
perché il bene per nascere è proprio a essa che si contrappone. Ma il male non
si contrappone al bene, come se fossero due grandezze sullo stesso piano.
Il
bene si contrappone alla natura, nel senso che la supera come sovra-natura. Il
male utilizza lo slancio del bene, cioè la dimensione spirituale che sola rende
possibile il distacco dall’interesse naturale e la corrode all’interno la corrompe
Il male vive della negazione, è solo
negazione. Il bene è affermazione, affermazione dell’altro che comporta una
negazione dell’Io, un suo passo indietro in favore
della realtà altrui, della realtà del Tu e del Noi. Il male è negazione della
realtà del Tu e del Noi a favore dell’Io. E
riconduzione voluta di ogni cosa all’Io, una
riconduzione ben diversa da quella naturale che è solo sano e grossolano
egoismo; questa del male è una riconduzione nella forma della negazione
assoluta, in odio verso ogni essere che non sia Io.
Il bene ragiona così: Io = non-Io,
ovvero Io = Tu e Io = Noi.
Il male corrompe il ragionamento, lo
deforma completamente in questo senso: Tu = Io, e Noi = Io. Il male è prigioniero
di sé, conosce solo sé. L’inferno, diceva Hegel, è
stare eternamente soli con se stessi, nel freddo del proprio cuore isolato.
Il male parte dal bene, dal
riconoscimento del Tu: Caino conosceva perfettamente
il fratello Abele. Il male parte dal Tu in quanto
reale alterità. Vede nel Tu non solo un’occasione per
l’accrescimento dell’Io, come avviene abbastanza banalmente nella sfera
naturale; il male è più raffinato, vede nel Tu ciò che va distrutto. Il male
conosce il Tu e lo odia. Vuole la sua distruzione, non ne sopporta l’esistenza.
Perché? c’è qualche interesse? c’è
qualcosa da guadagnare? Sì, il male non
è mai gratuito, è sempre interessato: c’è il sottile piacere del male, il
piacere glaciale che può dare la sofferenza altrui.
Il male odia la purezza, non ne
sopporta l’esistenza, vuole macchiarla, vuole distruggerla. Perché? c’è qualche interesse? c’è qualcosa
da guadagnare? Sì, il male non è mai gratuito, cerca sempre se stesso, anche
quando si auto-distrugge: c’è il piacere spirituale del male, il godimento
dell’anima pervertita che sentendo di sprofondare nel nulla vuole portare tutto
il mondo con sé. Infatti questa riconduzione di ogni
cosa, di ogni alterità, all’Io, fa sì che, arrivando la morte, si precipiti nel
nulla assoluto. Per questo il male non produce nulla, è solo un vorace buco
nero che vuole divorare ogni cosa, soprattutto la luce.
Le due vie
Se tu hai sempre moltiplicato, cioè hai
fatto di ogni incontro e di ogni uomo un’occasione per accrescere te e per guadagnare, quando arrivi di
fronte allo zero della morte, anche tu sarai ridotto a zero (perché si sa,
qualunque numero moltiplicato per zero dà zero).
Se tu hai, non dico sempre ma di
frequente diviso, cioè hai fatto di
ogni incontro e di ogni uomo un’occasione non per accrescere te e neppure
semplicemente per accrescere l’altro ma per servire il bene (tuo e dell’altro)
arrivando anche alla perdita sul piano immediato dell’essere (perché questa è
la divisione), quando arrivi di fronte allo zero della morte, tu non sarai
ridotto a zero ma sarai spinto all’infinito (perché si sa, qualunque numero
diviso zero dà infinito).
L’individuo
è colui che non si divide, come dice il termine.
La
persona, invece, è essere-per, si divide. In questi
due termini ci sono due filosofie di vita, quella naturale e quella
sovra-naturale, e i loro destini.
(pp.
283-296)
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