STUDIO DELLE RELIGIONI OGGI

 

di R. Panikkar

 

 

1. La crisi una percezione inadeguata della situazione

 

La tesi che propongo è semplice. La crisi che mette in discussione oggi l’identità degli studi sulla religione in campo universitario è una conseguenza delle tante urgenze che gravano su questa disciplina emergente. Si esige oggi che gli studi sulla religione tentino di risolvere vecchi enigmi e raccolgano le sfide lanciate oggi dalla realtà della vita umana e del pianeta. Non molto tempo fa in tutto il mondo accademico dell’Europa e degli Stati Uniti sono nati programmi e dipartimenti di studi sulla religione dando luogo ad ambiziose aspettative su molti fronti. Tra le poche università, però, che possono permettersi il «lusso» di studi veramente umanistici, questa disciplina sembra oggi venirsi a trovare di fronte al pericolo di trasformarsi in una branca accademica, riconosciuta ma marginale. Ciò detto, mi si consenta di delineare brevemente le sfide più importanti che si propongono oggi allo studio della religione.

Il «campo» vero e proprio di tali studi, a mio avviso, è la dimensione religiosa dell’uomo. È certo che questa dimensione religiosa trascende i limiti del mondo accademico e delle religioni riconosciute, ma spesso in tali istituzioni trova modo per esprimersi. Le istituzioni vive non prosperano tagliando le proprie connessioni e interazioni con la vita nel suo insieme. Ne sono prova, a volte gravemente negativa, gli esempi delle scienze naturali, le quali operano in stretta simbiosi con l’industria, la difesa, l’economia e molte altre specifiche esigenze sociali. Gli studi sulla religione non tendono ad autolegittimarsi ricorrendo a esempi di altre discipline, ma al tempo stesso si deve ammettere che questa disciplina corre il considerevole pericolo di perdere il contatto con la realtà se non conserva con forza una qualche specie di connessione con le problematiche genuinamente umane del nostro tempo. Lo studio della religione non è mero scolasticismomera archeologia. Non dovrebbe ritenersi tanto sicuro, o tanto insicuro, da ostacolare a priori l’interazione con il mondo circostante. E, ovviamente, non dovrebbe nemmeno restare legato a termini quali «santo», «sacro» e simili, che implicano lontananza e superiorità, separando le sue preoccupazioni ultime dalle crisi umane e secolari immediate.

 

Da una prospettiva secolare, proporrei di definire la dimensione religiosa come l’aspetto umano implicito in qualsivoglia avventura dell’uomo. Matematica, fisica, politica, musica e così via sono tutte attività dello spirito umano che trattano aspetti specifici della realtà da determinate prospettive. Quando e nella misura in cui hanno a che fare con ciò che ho chiamato aspetto umano, esse stanno toccando la dimensione religiosa. La dimensione religiosa del fenomeno sta proprio nel come tali discipline elevano, aiutano o trasformano la vita umana, positivamente o negativamente.

Da una prospettiva più tradizionale potrei descrivere la dimensione religiosa come il riferimento alla trascendenza implicita in tutta l’avventura umana. La geometria, la chimica, la sociologia, l’architettura e così via, sono tutte attività dell’essere umano che rivolgono l’attenzione a determinati obiettivi. Quando si trovano di fronte un elemento estraneo, un plus o un più irriducibile ai parametri propri delle singole discipline, ma relazionato con le stesse senza dissociazione possibile, toccano ciò che potremmo chiamare trascendenza, scoprono la dimensione religiosa.

Ammetto che ci troviamo qui di fronte a due linguaggi che non esprimono la «stessa» cosa ma si riferiscono allo stesso problema: la questione della dimensione religiosa dell’uomo. Alludo qui semplicemente al fatto che il sacro si contrappone al profano ma non necessariamente al secolare.

 

La sfida che si trovano a dover affrontare gli studi sulla religione è quella di penetrare nel mondo della vita di oggi e non eludere la responsabilità di criticare e di ispirare anche azioni, questioni e persone nell’ambito del pubblico. Non mi si deve fraintendere. Non sto proponendo di «politicizzare» gli studi di religione. Sto suggerendo di recuperare a questi studi i significati tradizionali sia del termine «religione» sia del termine «studio». Sto sostenendo la necessità, anche, di non sentirci soddisfatti del ruolo di conservatori di antichità o collezionisti di antichi tesori. C’è qualcosa che non funziona bene nella società quando le signore conservano ben nascosti i loro smeraldi e sfoggiano in pubblico cianfrusaglie di cristallo (per paura di essere derubate ai nostri giorni o per paura dell’invidia come avveniva nell’«antico regime»). Del pari «c’è del marcio in Danimarca» quando gli studiosi della religione rimangono in un vistoso silenzio di fronte a molte delle questioni religiose più importanti del nostro tempo. Questi studi hanno senza dubbio un aspetto politico.

Voglio che sia chiaro che non sto difendendo una incursione superficiale in discussioni à la mode come se l’unico dovere degli studi della religione fosse quello di offrire cliché fissi o magari teorie brillanti, prive di radici vitali nella storia o nella tradizione. Al contrario, dobbiamo mantenere un dialogo serrato sulle questioni più urgenti del nostro tempo. Questo compito dovrà arrivare a far risplendere tutta la preziosa e indispensabile sapienza umana accumulata nel corso di generazioni e in tutto il mondo. Non bisogna in nessun caso abbandonare l’osservazione dei tesori del passato e neppure lo sviluppo di ricerche puramente teoriche o «disinteressate». Dobbiamo però anche mettere in atto il compito incessante di offrire tutto quel tesoro al mondo umano del presente e di esporre tutti questi gioielli nell’ambiente specifico e globale nell’insieme del compito che incombe agli studi sulla religione.

La sfida cui ci troviamo di fronte è quella di avanzare dal passato al presente, passando da una mera descrizione di ciò che è stata la religione a una comprensione di quale sia oggi la dimensione religiosa dell’uomo. Dobbiamo analizzare le cosmovisioni dell’antichità e le diverse forme di pensiero, ma dobbiamo anche assimilare i modi alternativi di essere, conoscere, operare e svilupparsi. E necessario raggiungere la miglior conoscenza possibile sugli antenati bantu, il sacrificio vedico, i misteri eleusini e così via, ma non si può dimenticare che tutta questa conoscenza fa parte della conoscenza di noi stessi. Essa deve essere integrata non solo nella nostra comprensione di come è stato Homo sapiens, ma anche di come siamo noi, quali individui, collettività ed esseri nel cosmo. La sfida nasce dal fatto che le nostre teorie sulla religione e le questioni religiose non sono indipendenti dalla nostra prassi. Lo studio della religione non è una disciplina accademica «normale». È un’attività umana sui generis proprio a causa della natura del suo oggetto: la religione. Dobbiamo tener conto dello scenario mondiale dei nostri giorni per vedere come il mondo del nostro tempo ha subìto un cambiamento radicale e come questo cambiamento esige ora una trasformazione parallela della religione.

 

 

2. Il grande confronto: né Dio, né la Natura, né l’Uomo, ma un Mondo artificiale

 

Il «grande confronto» dei nostri giorni non è più la vecchia lotta con il Divino e/o gli sforzi umani per dominare la Natura. Sino a un’epoca recente, le grandi sfide erano Dio e la Natura. Mettendo a confronto le questioni ultime, l’uomo doveva competere con Dio, placare gli Dei, implorarli, obbedire alle norme divine e osservare le leggi supreme. Tale era il dominio classico della Religione. Per uno spostamento kairologico (che non aveva bisogno di procedere secondo un ordine strettamente cronologico), l’uomo di fronte alle questioni ultime si rese conto che era categorico conoscere anche la natura, scoprirne le regole, predirne il comportamento e osservarne le leggi, proprio al fine di portare la natura a una forma più elevata di armonia con l’essere umano. E questo il dominio classico della scienza. Al contempo, in terzo luogo, l’uomo ha avuto sempre coscienza del pericolo che gli altri esseri costituiscono per lui. L’uomo ha dovuto competere con l’uomo: le donne con gli uomini e viceversa, una generazione con la seguente, le persone del popolo con le autorità e così via. Una «tribù» poteva rappresentare sempre una minaccia per gli altri, siano essi famiglie, clan, nazioni, imperi, corporazioni o superpotenze. È, questo, il dominio classico della Politica. Il divino, il cosmico e l’umano costituivano l’habitat naturale dell’uomo. Religione, scienza e politica erano le tre sfere principali della vita umana. Al presente sta sorgendo qualcosa di nuovo. Gli esseri umani hanno sempre minacciato gli altri ma l’uomo non era il nemico dell’umanità né era abbastanza potente da fare scomparire tutta la specie umana o alterare la composizione genetica di intere razze. Quando l’autocomprensione cessa di essere una autentica comprensione del proprio soggetto (Self), l’antico paradosso della conoscenza quale «scienza del bene e del male» riprende tutto il suo potenziale diabolico.

 

Oggi, preparata dalla tecnologia moderna (che è più che «scienza applicata») e spinta dalla divisione dell’indivisibile (l’atomos), la grande sfida posta all’uomo è quella di un mondo fabbricato dall’uomo, che però si è reso indipendente dal suo artefice. Il «grande confronto» non è quello dell’uomo di fronte a Dio, la natura o l’uomo, ma quella dell’uomo di fronte alle forze storiche, tecnologiche, scientifiche ed economiche che un certo potere umano calcolatore ha messo in moto, creando un sistema artificiale in cui l’individuo si sente più sperso e dimenticato di quanto non si siano mai sentiti gli umani davanti al divino, al naturale o ai mondi umani. Nessuno si sente responsabile dei disastri che oggi ci minacciano. Il sistema, al contrario di Dio/Dei, la natura o la società umana, si oppone a qualunque «antropomorfizzazione»: non può essere personalizzato; è anonimo, nulla sembra avere su di esso un reale controllo. In questo «quarto mondo» gli Dei restano silenziosi, il cosmo è morto o sul punto di morire e gli uomini sono impotenti. É patetico ascoltare i politici delle grandi potenze del mondo dire che desidererebbero ci fosse un futuro privo di armi nucleari ma che non è possibile: è un sogno irrealizzabile o improbabile. Che genere di potere è questo che gli stessi controllori non riescono a controllare? Non dobbiamo in alcun modo ridurre la nostra preoccupazione all’idea di un olocausto atomico; dovremmo anche tener conto di alcune iniziative perturbatrici intraprese di recente in psicologia, genetica, biochimica e così via, che dispongono anche di una loro autonomia e sembrano essere sfuggite al controllo umano.

 

Dobbiamo anche prendere più consapevolezza della prigione nella quale ci siamo imprigionati da soli con la scusa della difesa e della sicurezza. Le città moderne ergono mura di cinta infinitamente più alte di quanto fossero le porte medievali, specialmente per coloro, la maggioranza, che non possono permettersi di sfuggire le zone della periferia. Il lavoro sotto la luce elettrica e in climi artificiali, con la megalomacchina della metropoli industriale e sottomessi a tutta una impalcatura di routine e regole che determinano tutte e ognuna delle transazioni dell’uomo e così via, ci rende terribilmente vulnerabili a ogni errore del sistema e ci deruba della spontaneità umana in misura quasi inimmaginabile. Non è sorprendente che, dopo esserci costruita una prigione tanto splendida, ci spazientiamo tanto facilmente quando il sistema di controllo subisce un’avaria, come è successo di recente in catastrofi naturali o di mezzi di trasporto o di viaggi spaziali.

In sintesi: il destino globale dell’umanità nel momento attuale ha cessato di essere soggetto principalmente alla volontà di Dio, ai «capricci» della natura o ai «programmi» dei politici; è soggetto alla «sfinge» del complesso tecnocratico disumanizzato e artificiale. Dio, la Natura e la Società possono giocare per molti un ruolo importante, ma per le élite del Complesso tecnocratico il loro predominio non è più in vigore. La fame, per esempio, che mai è stata così diffusa come ai nostri giorni, non è considerata oggi un castigo divino né un disordine nel ritmo della natura e neppure come conseguenza di manovre politiche. La fame è più un problema di logistica tecnica ed economica.

 

 

3. Una questione religiosa basilare: la civiltà come progetto umano

 

È ovvio che il mondo si trova oggi in un enorme vicolo cieco: viviamo immersi in uno stato di malessere globale che reclama ad alta voce un’analisi delle proprie radici occulte. Il cosiddetto «Sistema» della civiltà moderna, il complesso interdipendente dei meccanismi economici, politici e tecnologici, è giunto oggi al punto di minacciare realmente non solo i suoi «nemici» ma anche la maggior parte dei popoli della terra e di certo anche la vita stessa del pianeta. Stiamo prendendo coscienza che quello che si è infiltrato in un qualche punto del sistema e si è allargato su tutta la linea è qualcosa più che un mero errore o uno sbaglio del computer. La pericolosa situazione moderna ci mette sull’avviso che alla base profonda della nostra civiltà c’è qualcosa di profondamente errato. La «questione nucleare» è proprio la punta dell’iceberg, la cui mole è nascosta da tutti gli improvvisi cambiamenti tecnici, politici ed economici attuali. In fondo, la mia ipotesi è che colpevole di tutto questo sia il progetto di civiltà che ha prevalso negli ultimi 6.000 anni.

 

Le radici di questo problema risalgono alla trasformazione che ha avuto luogo nel periodo neolitico, dai villaggi con una agricoltura decentralizzata alla organizzazione di città e Stati centralizzati, nonché nel passaggio dal matriarcato al patriarcato. In una parola, le radici del problema sono da attribuire alla rivoluzione urbana che abbiamo definito civiltà (in cui la civitas si trasforma nel centro della vita «civilizzata»). Esistono alcune differenze fondamentali tra cultura e civiltà, cioè tra vita di paese e vita di città. Mentre la città ha delle barriere, come sta a significare la sua stessa etimologia, il paese ne è privo o ha, al massimo, delle porte. Mentre la città è in gran parte parassitaria nei confronti delle province agricole, il paese e le sue genti vivono in simbiosi con la terra e i suoi ritmi. Mentre ogni polis richiede che si dia loro un nome o un altro, schiavi, il paese determina solo un certo tipo di sistema di caste (che, come è ovvio, possono anche degenerare). Mentre la città non è autosufficiente, il paese in genere si autosostiene con un commercio o un interscambio naturale di beni. La città moderna ha bisogno di una tecnologia, il paese solo di una tecnica (stabilisco una distinzione fondamentale fra technē, tecnica, che è un dato culturale invariabile, e la tecnologia moderna, prodotto della civiltà moderna). La città, per essere tenuta sotto controllo, necessita di un potere politico, militare o poliziesco; alla tribù agricola o alle culture di cacciatori sono sufficienti strutture giuridiche che conferisca no autorità. Solo nella città si acuisce la divisione tra autorità e potere: quest’ultimo presuppone la capacità di controllo fisico, psicologico ed epistemologico. Il termine stesso di «autorità» suggerisce una sorta di sanzione che consente alle cose e alla gente di crescere e svilupparsi. C’è chi (Qualcuno) ha il potere o è un’autorità riconosciuta. Certo, anche il paese ha delle falle. Non si tratta di disurbanizzare totalmente la civiltà o di idealizzare la vita di paese. Ciò di cui abbiamo bisogno è la paganizzazione della cultura ovvero l’integrazione dei pagi (i paesi e quindi coloro che ci vivono, i «pagani») nel progetto umano di vita che oggi deve superare non solo le dicotomie dovute all’iperspecializzazione (ivi compresa la dissociazione corpo-anima) ma anche i dualismi uomo-natura e mondo-Dio. Tutto ciò può essere compreso e messo in atto solo se integriamo nella nostra visione della realtà prospettive diverse dalla prospettiva «moderna» oggi imperante.

 

Mi si consenta di fare un esempio. Siamo abituati a vedere la storia come un succedersi di guerre seguite da tregue più o meno stabili. Ci vien detto che le guerre sono state occasioni di grandi scoperte, opportunità per l’esercizio di virtù eroiche e (sfoghi) per scaricare l’aggressività accumulata da un popolo. Siamo capaci di vivere con queste razionalizzazioni per il semplice motivo che esse costituiscono mezze verità. Nel corso dei secoli le caste militari delle diverse culture hanno avuto il sacro dovere di preservare il mondo dalla disgregazione o di impedire che il kosmos si disintegrasse nel caos. Ci si dice o, meglio, siamo noi stessi a voler credere che le guerre siano fenomeni naturali senza voler prendere atto del fatto che la guerra è un fenomeno altamente istituzionalizzato della civiltà. Nessun’altra specie animale intraprende guerre.

 

Oggi cominciamo a percepire il cambiamento che ha avuto luogo nei confronti del concetto stesso di guerra. Dopo la fissione dell’atomo, tutti gli atteggiamenti tradizionali hanno cominciato a subire un cambiamento radicale. Stiamo finalmente entrando nell’ordine di idee che il progetto umano deve cambiare direzione. La maggior parte di noi può non preoccuparsi - forse non dovrebbe o magari non può preoccuparsi - di ritornare allo stile di vita semplice dell’agricoltura. Siamo però ugualmente consapevoli del fatto che le semplici riforme, con qualche piccola messa a punto dell’attuale sistema tecnocratico, non possono più reggere a lungo. Quello che sta emergendo in realtà è un mutamento completo della vita umana; la fine della egemonia della coscienza storica. Se non passiamo per questa trasformazione, questa metanoia, l’umanità commetterà presto un terricidio. La ricerca di gruppo su questa questione aiuterà forse a scoprire le nuove direzioni che l’umanità deve prendere per sopravvivere in questa «era nucleare».

E molto significativo che poeti, pensatori, artisti e anche autorità religiose, abbiano nell’ultimo secolo previsto e richiamato l’attenzione sulla fine di questa civiltà occidentale. Le loro previsioni hanno avuto un impatto minimo sulla situazione mondiale perché non erano ancora abbastanza percettibili da parte della gente comune. Oggi si coglie in tutto il pianeta un clima neomillennarista, anche se diverso sotto molti aspetti da precedenti movimenti millennaristi e portatori di elementi escatologici più ridotti. Dobbiamo essere prudenti sia nei confronti di profeti di catastrofi sia nei confronti di messia dell’ottimismo.

 

Sto suggerendo che ci stiamo avvicinando alla fine della civiltà storica e siamo testimoni al contempo del discreto sorgere di una cultura meta o trans-storica.

Faccio queste affermazioni provocatorie, molto più perturbanti (che ho cercato di sottolineare e spiegare altrove) per dimostrare che il problema è basilare. Esso mette in discussione i veri fondamenti della civiltà umana e richiede una metamorfosi culturale, la già citata metanoia, che deve essere percepita in modo corretto. In quanto tale, essa costituisce una questione specificamente religiosa. Non la si può risolvere tecnicamente, politicamente o economicamente. Esige una trasformazione culturale di prima grandezza. Questa questione tocca la base stessa dell’esistenza umana, il cuore vero della vita stessa. Se questa non è una questione che compete alla religione, mi chiedo che cosa sia allora la religione.

 

4. Definizione della religione: cammino verso la pace

 

Forse ci troviamo qui di fronte a un problema semantico. Dovremmo riservare ciò che chiamiamo Religione solo per riferirci al primo conflitto, quello dell’Uomo con il Divino, e il nome di Scienza al secondo, il conflitto dell’Uomo con la Natura? Dovremmo designare col termine di Politica l’arte del rapporto degli uomini con altri uomini quale terza attività umana più importante? Che ne è, dunque, del quarto mondo presente? Deve essere questo il terreno dell’ingegneria umana e fisica? I quattro non sono interrelati? La religione non è stata sempre in relazione con le questioni vitali di una particolare tradizione? Dobbiamo limitarci a essere sacerdoti al servizio del passato e rinunciare a trasformarci in profeti - o anche martiri al servizio del futuro? Non possiamo poggiare saldamente i piedi sul terreno della tradizione, fissare lo sguardo sull’orizzonte del futuro e cominciare così a levare le nostre voci nel grido di allarme del presente? «Religione e scienza» e «religione e politica» sono problemi classici. «Religione e ingegneria», nel senso citato, è una questione moderna urgente.

 

Da tempo la mia definizione di religione, che ha per lo meno il vantaggio della brevità, è questa: Cammino ultimo. Il greco la esprime con una sola parola: eschatodos. Se vogliamo dare un contenuto specifico a questa definizione potremmo tradurre «Cammino ultimo» con «Cammino verso la salvezza» - un termine tradizionale rispettabile che equivale a liberazione, compimento, cielo, gioia, Dio, giustizia o qualsivoglia altro dei molti equivalenti omeomorfici delle varie tradizioni religiose. Il compito dello studio sulla religione è di investigare criticamente questi «cammini», con tutte le serie concomitanti di simboli, miti, credenze, riti, dottrine, istituzioni e così via che gli uomini credono racchiudano in sé il significato ultimo del pellegrinaggio umano o dell’esistenza in generale. Propongo di attualizzare l’idea stessa esprimendola nel modo seguente: Religione è il cammino alla Pace. Pace viene a essere l’attuale equivalente omeomorfico di tutte le interpretazioni precedenti di «salvezza». É ovvio che questa pace non è solo una pace esclusivamente politica o una concordia interna. É un simbolo complesso e polisemico che esprime l’armonia cosmica e personale della (e nella) realtà. É qualcosa di simile a quanto Paolo esprimeva come la «ricapitolazione di tutte le cose in Cristo». Con piena coerenza la Lettera agli Efesini parla di Cristo come Pace. Pace è la fusione di armonia, libertà e giustizia. Alcune culture mettono l’accento sulla libertà, spesso solo la libertà individuale. Esse sono sensibili alle pressioni esterne che impediscono lo sviluppo umano. La vita umana è vista come sviluppo. Ne è esempio l’ideologia moderna dello sviluppo che porta a parlare di paesi sviluppati o sottosviluppati (o, ciò che è peggio, LDC, paesi meno sviluppati, lesser-developed countries).

Altre culture enfatizzano la giustizia, spesso concepita collettivamente. Esse sono sensibili agli ostacoli strutturali che impediscono la costruzione di un ordine sociale «giusto». La vita umana è vista come benessere e questo benessere viene definito generalmente in termini di necessità materiali del popolo.

Altre culture ancora mettono l’accento sull’armonia, vista generalmente in relazione alla natura. Esse sono sensibili alla felicità umana che nasce dall’assolvere il proprio ruolo nella vita dell’universo. Vita è quindi la categoria più importante e l’integrazione umana nella vita è il valore principale.

La libertà mira alla giustizia, la giustizia alla bontà e l’armonia alla bellezza.

La vera pace deve fondere questi tre valori, visioni, esperienze, sia in forma atemporale o di tempo pieno («tempiterna») sia in forma personale e cosmica. La parola tradizionale per questa fusione è Amore. Tutte queste sono categorie religiose.

Uno dei compiti più urgenti degli studi di religione è oggi quello di riconsiderare il loro stesso tema. Questi studi non possono limitarsi a lasciare semplicemente le questioni ultime dell’umanità alla mercede delle risposte volubili consistenti in «soluzioni» meramente tecniche o alla mercede delle analisi generate solo da scienze che lavorano in un’unica cosmovisione, anche se essa è quella predominante, o delle ideologie dei politici, ivi comprese quelle dei corpi religiosi istituzionalizzati. Ciò non significa cercare di soppiantare gli sforzi tecnici e scientifici o abbandonare totalmente tutte le chiese. Significa, sì, che è proprio acquisire una coscienza più acuta della condizione umana attuale e della sua continuità o discontinuità rispetto alle tradizioni religiose e culturali del mondo. Il peggior servizio alla tradizione è ibernarla.

 

Cercherò di riformulare quanto sopra. L’obiettivo della religione non è Dio, ma il destino dell’uomo: dell’uomo non solo come individuo ma anche come società, come specie e genere, come microcosmo, come un elemento costitutivo della realtà che al tempo stesso riflette e ‘conforma la realtà. La vita sulla terra può non essere, come dicono alcune tradizioni, il destino ultimo dell’uomo, ma anche la vita eterna, nirvaza e brahman dipendono, per loro definizione, dall’esistenza che continua oltre questa vita terrestre. Che il pianeta terra sia minacciato e dimenticato può essere una tragedia ultima per l’insieme della galassia, ma qui sulla terra è senza alcun dubbio un motivo di preoccupazione religiosa universale. Dio è un nome tradizionale per l’oggetto della religione e «lui» può certo rappresentare il vero destino dell’essere umano, ma «lui» non è senza dubbio l’unico simbolo. Lo studio della religione non è incentrato di fatto su un unico simbolo, ma su ogni simbolo che rappresenti il significato ultimo della vita e i mezzi per raggiungerlo. In una parola, preoccupazione della religione è il destino umano. E questo destino che è oggi incerto.

 

5. Cambiamenti esterni

 

Qualsivoglia approccio attuale a un problema veramente umano che non parta da una prospettiva interculturale sa di etnocentrismo culturale. Questo etnocentrismo è l’erede intellettuale dell’atteggiamento colonialista. Bisogna studiare il problema dell’uomo tenendo conto nello studio stesso delle diverse autocomprensioni dei popoli della terra dato che il vero essere dell’uomo comprende giustamente questa auto comprensione. L’uomo è l’essere che ha quale sua caratteristica più importante una autocomprensione. Non possiamo studiare l’uomo senza includere nello studio il modo in cui l’essere umano comprende se stesso. Questa autocomprensione può variare a seconda delle epoche e delle diverse culture. Gli studi sulla religione offrono spazio a rappresentanti delle cosmovisioni più diverse, come se fossero realmente tali e consente loro di dire qualcosa nelle rispettive lingue: devono però anche riconoscere che invitarle a riunirsi costituisce un’avventura rischiosa, un’avventura che mette a fuoco con grande precisione le questioni di cui abbiamo parlato prima. A questo punto (qui) dovremmo forse solo fermarci un momento e considerare:

a) le sfide di fronte alle quali si trovano gli studi sulla religione; e b) le sfide che questi stessi studi lanciano allo status quo esistente (lo studio di Scott Eastham è un esempio di questa sfida multipla).

 

 

a) Sfide agli studi sulla religione: nuovi compiti per la religione

 

Se le precedenti riflessioni non sono fuori luogo, le sfide che si trovano di fronte gli studi sulla religione nel momento in cui entriamo nell’era dell’Acquario possono essere numerose, complesse e preoccupanti. Per cercare di essere chiaro, ne raggrupperò la maggior parte in tre punti:

 

I) Il mondo nel suo insieme pone chiaramente gli studi di religione di fronte a tutta una serie di problemi nuovi e urgenti. Pace, giustizia, fame, guerra, armamenti, nazionalismi, intolleranza, ignoranza reciproca e ideologie di ogni genere (politiche, economiche e religiose) rappresentano un coacervo di problemi che non si possono affrontare e nemmeno comprendere adeguatamente, se la dimensione religiosa non viene essa pure inclusa nella stessa problematica. I problemi umani, al contrario dei puri problemi oggettivi, non si possono risolvere mediante la regola cartesiana che ne presuppone la divisione in componenti per quanto possibile minimi. Il tutto è ben più che la somma delle sue parti. Tutti i problemi menzionati esigono dagli studi della religione un’analisi che contribuisca alla loro chiarificazione e, del caso, a una presa di posizione nei loro confronti. In gran parte questi studi non sono abbastanza preparati a far fronte a queste questioni. Scopro in essi un residuo di teologia, qualcosa come una Chiesa che cerca di mantenersi al di sopra delle dispute puramente umane perché la sua meta è il destino sovrannaturale dell’umanità. Coloro però che temono il rischio di prendere partito possono aver già preso un partito errato e si vedranno probabilmente emarginati. Gli studi di religione non possono restare in silenzio di fronte a tali questioni.

 

II) Le religioni organizzate si trovano di fronte a una serie di situazioni nuove che le obbligano non solo ad adeguarsi, ma a trasformare la visione che hanno di se stesse e del proprio ruolo nel mondo. L’islam, l’induismo o il cattolicesimo contemporanei, per esempio, non possono essere studiati muovendo semplicemente da libri e documenti tradizionali o canonici. Il dinamismo interno di ciascuna religione esige, nella misura in cui sottostà a un cambiamento, che gli studi di religione mettano in atto nuove categorie di comprensione, forgiate nelle analisi di questi nuovi fenomeni. Non mi riferisco alle cosiddette «Nuove religioni», ma piuttosto al nuovo spirito religioso che concerne al contempo istituzioni sacre e secolari. Secondo la mia opinione, queste questioni non sono marginali nel contesto di tali studi e la mera ricerca sociologica, pur essendo oltremodo necessaria, non è certo sufficiente.

 

III) Il mondo accademico pone, finalmente, agli studi sulla religione le questioni più imbarazzanti. Nell’ambito dell’università tutti gli altri dipartimenti hanno certo pieno diritto a farlo. Troppo di frequente non si giunge neppure e cercare la critica reciproca, dato che gli «esperti» in religione ignorano in molti casi i linguaggi della maggior parte delle altre discipline e ancor più le cosmovisioni che tali linguaggi implicano. La biologia, per esempio, presenta oggi una serie di questioni cruciali in relazione alla composizione ultima della biosfera e il significato della vita nell’insieme della stessa. Tali questioni hanno origine da una approssimazione estrinsecamente biologica a problemi che sono apparentemente pure questioni biologiche ma che, tuttavia, in senso lato, trascendono l’ambito di quelle scienze e si estendono su tutto il dominio della vita umana. Senza un contatto reale tra le diverse discipline, lo studio della religione presto si trasformerà in una branca della storia, dell’antropologia o della filosofia e perderà la sua raison d’étre nel mondo accademico. Non pretendo affermare che gli studi di religione hanno una risposta. Dico che dovrebbero contribuire a stabilire l’ambito delle proprie domande. Si tratta di una grande sfida, ma non è l’unica.

 

 

b) Sfide degli studi di religione: lo status quo in dubbio

 

Nella misura in cui gli studi sulla religione non sono abbastanza preparati ad affrontare le sfide del mondo esterno, devono prepararsi da soli a questo importante compito. Nella misura in cui, però, hanno cominciato ad affrontare tali questioni, gli studi sulla religione presentano alcune sfide sconvolgenti al mondo in generale, alle religioni ufficiali in particolare e al mondo accademico.

 

I) il fatto che questi studi non siano un’attività di carattere secolare, anche se accademico, li pone allo stesso livello di qualunque altro compito secolare. Essi devono occuparsi dei problemi umani nei campi dell’industria, della politica, del governo, dell’economia, del diritto e così via, senza far ricorso a nessuna autorità esterna di rango superiore. Allo stesso tempo, però, gli studi di religione non possono ridursi artificialmente e rinchiudersi in un compartimento stagno, dedicandosi esclusivamente ai problemi che sono loro propri. Il campo degli studi di religione non può essere obiettivamente separato dal campo generale dell’umano, anche se esso si concentra principalmente su un aspetto specifico dell’attività umana. Questo aspetto, però, altro non è che un aspetto, una prospettiva, che non può essere separata artificialmente da tutto ciò che è umano. Gli esseri umani hanno una dimensione religiosa costitutiva. Ogni attività culturale comprende elementi religiosi più o meno patenti nella misura in cui è un’attività dell’uomo nella sua totalità. Gli studi di religione hanno una parola da dire sulla ricerca atomica, il consumismo, la democrazia, i livelli di benessere, il nazionalismo, la giustizia e così via, al punto che questa disciplina può dare di frequente l’impressione di lanciare una sfida alle ideologie predominanti. Se gli studi di religione cessano di fare questo, tralasciano di portare avanti uno dei loro compiti primari. Anche se si dicesse che questi studi non vertono su ciò che «è» l’uomo, ma su ciò che egli crede di essere, le credenze in quanto credenze (e non come mere dottrine) non possono essere separate dall’uomo, dal credente.

 

II) Gli studi di religione lanciano una sfida anche alle istituzioni religiose sia nella loro attività quotidiana sia nelle loro ipotesi chiave. Nelle forme e nei modi più vari, le organizzazioni religiose si dedicano a perseguire o mettere in pratica un determinato ideale religioso. In molti paesi queste istituzioni sono sottomesse all’intervento dello Stato e in molti altri devono agire in uno spazio determinato stabilito dallo Stato. Nonostante ciò, esse cercano di preservare la propria autonomia. Gli studi di religione si trovano in una situazione peculiare. Non sono completamente fuori e nemmeno unicamente dentro. Molti dei problemi che occupano il tempo e l’attenzione delle diverse organizzazioni religiose sono anche i problemi trattati dagli studi di religione, ma da una prospettiva diversa. Questi studi non sono confessionali né normativi; non costituiscono un’apologetica, né si preoccupano dell’apologetica della religione. Il fatto che la religione sia necessariamente qualcosa di buono non è uno dei presupposti degli studi di religione. La religione può anche essere diabolica o alienante. La critica radicale della religione è parte essenziale degli studi sulla religione. Questo lo si può percepire di frequente, a ragione o meno, come una minaccia a più di una organizzazione religiosa. Non sto affermando che le religioni organizzate siano in sé e per se stesse esclusiviste e proselitarie, ma non v’è dubbio che la disciplina accademica degli studi di religione, in particolare nell’ambito di organizzazioni religiose, costituisca di frequente un ospite molto imbarazzante.

 

III) Al mondo accademico questa sfida può apparire a volte così grande da essere percepita come una minaccia in piena regola. Gli studi sulla religione, così come li sto descrivendo, presuppongono in effetti una sfida a una certa visione liberale e individualistica delle cose che negli ultimi tempi si è imposta sempre più nel mondo accademico in generale. Tali studi sembrano mettere in discussione la sovranità quasi totale di molte facoltà o dipartimenti, non solo per il fatto che pongono dilemmi etici inevitabili e inerenti le varie discipline, ma anche per il fatto di mettere in luce i presupposti cosmologici, antropologici e anche religiosi delle specifiche scienze. Questi studi pongono interrogativi molesti, di cui molte delle scienze, sia quelle «naturali» sia quelle «umanistiche», preferiscono non sentir parlare. Chiedersi se si debbano fare esperimenti su esseri vivi può essere una questione etica legittima, ma chiedersi se la fissione atomica alteri i ritmi naturali della materia, può essere una questione cosmologica derivata da una cosmovisione completamente diversa ma altrettanto legittima. In tal senso gli studi sulla religione tendono a confrontarsi con le scienze, creando però loro al contempo problemi che non esisterebbero se esse continuassero le loro ricerche in totale isolamento. Dovremmo forse consentire agli scienziati dell’energia atomica di svolgere il loro lavoro senza interferenze, anche se dovessero portare all’esplosione del pianeta? L’aborto umano è senza dubbio una questione religiosa, ma l’aborto cosmico, la fissione del nucleo dell’atomo è esso pure un problema religioso e forse di portata ancora maggiore. Riassumendo: gli studi di religione contribuiscono all’unità della conoscenza, affrontando la frammentazione delle attuali discipline accademiche. Aiutare a superare la frammentazione della conoscenza è uno dei compiti più importanti della nostra cultura.

 

 

 

6. La sfida interna: la questione della verità

 

Ho già detto prima che non si può continuare a ridurre la comprensione della religione a fenomeni del passato. Nella stessa parola dobbiamo abbracciare reazioni umane e questioni ultime completamente nuove. A mio avviso la storia delle religioni è già un nome obsoleto per lo studio contemporaneo della religione. Del pari, gli studi sulla religione possono avere anche la funzione di ricordare che studium significò un tempo (e potrà significarlo di nuovo) l’impegno totale, diligente ed entusiasta del nostro intero essere. Alcuni di noi possono anche ricordare le parole di Cicerone che definiscono studium come animi assidua et vehemens ad aliquam rem applicata magna cum voluntate occupatio: l’attività intensa ed entusiasta dello spirito volta verso qualcosa con grande volontà, vale a dire con tutto il potere del nostro sforzo e del nostro impegno.

 

In altre parole, gli studi di religione quale disciplina dovrebbero essere in grado di superare l’inclinazione mortale dei nostri tempi, avendo l’ardire di essere studi di religione, cioè studio intellettuale ed esistenziale delle radici del nostro essere, del nostro stare nel mondo e del nostro destino quali esseri umani coinvolti nel tessuto della realtà nella sua totalità.

La sfida finale deriva da una caratteristica degli studi di religione, una questione che può essere facilmente evitata in altre discipline, ma che, di fatto, è costitutiva di questi studi in tutta la loro estensione. Si tratta del livello assiologico. Questi studi possono permettersi di essere estranei ai valori solo nel caso in cui si tratti di un valore positivo e non negativo. Nella pratica tali studi non sono mai noncuranti dei valori. Non possono ovviare la componente assiologica. L’impresa verso una comprensione autentica dei problemi religiosi non può fermarsi proprio di fronte alla valutazione di qualsiasi ipotesi studiata. E certo che lo studio della religione non si identifica con la religione stessa; non è confessionale, ma ha la caratteristica di una professione. Lo studio della religione non può mai essere esattamente uguale allo studio della cristallografia, per fare un esempio. Questa è una questione delicata. Ammetto che esiste una via media tra ciò che è normativo e ciò che è puramente descrittivo. Gli studi di religione non possono essere normativi. Non hanno né gli strumenti né il potere per stabilire delle regole. Ma non sono neppure puramente descrittivi. La manipolazione genetica umana, le ideologie totalitarie, il genocidio sociale, la deforestazione della natura, le leggi ingiuste, la degradazione della dignità umana e molti altri problemi potrebbero essere citati tra le questioni nei cui confronti gli studi di religione devono prendere posizione. Una posizione che deriva direttamente dalla comprensione interna del problema in questione e dall’analisi dei suoi presupposti. Là dove altre discipline possono fermarsi al livello di descrizione e continuare tuttavia a funzionare, lo studio della religione deve prendere posizione per mettere in relazione questioni specifiche con la visione totale della realizzazione umana. Qualunque presa di posizione è naturalmente provvisoria e soggetta alla critica, al dialogo e alla confutazione, ma è in ogni caso una presa di posizione. Non esistono terreni neutrali. Evitare di prendere posizione equivale a una tacita accettazione dello status quo. La sfida finale può apparire terrificante: le armi nucleari, l’aborto, il terrorismo di Stato, la segregazione razziale, la militarizzazione, ma anche il liberalismo, il capitalismo, il socialismo, il nazionalismo, la non violenza e così via possono servire qui da esempio. Si tratta di un rischio e di una responsabilità.

Per essere più precisi, possiamo dire che le discipline scientifiche attuali non si curano direttamente della verità. La loro prima preoccupazione consiste nel fare una descrizione quanto più possibile esatta di dati oggettivabili, di attuare (sviluppare) una conoscenza pragmatica di come funzionano le cose e disporre, in caso, di questa conoscenza per un «buon» uso della stessa.

 

La verità, però, è più che esattezza (matematica), consistenza (fisica), coerenza (storica), efficienza (politica) o plausibiità (filosofica). La vita umana non può prescindere dalla questione della verità. Gli studi di religione sono in tal senso più vicini al senso comune e alla vita umana così come la si vive: la questione della verità non può essere disattesa. La verità è qualcosa di centrale e inevitabile negli studi di religione. Proprio per questo essi scoprono subito che la verità stessa è polivalente, polisemica, senza dubbio relazionale e, in ultimo termine, presumibilmente pluralista.

 

 

7. La natura interculturale e interdisciplinare dello studio sulla religione

 

Ho messo in chiaro tutte queste questioni tanto dibattute all’unico scopo di chiarire quale è il compito degli studi di religione. Esistono quell’ambito. Se non possiamo parlare di una tradizione religiosa senza almeno una certa empatia e una conoscenza profonda della tradizione stessa, come speriamo di poterlo fare in altre branche della conoscenza umana? I metodi sono intrinsecamente correlati ai risultati dello studio in questione. Molte idee sorprendentemente inesatte sulla fisica moderna, per esempio, scomparirebbero immediatamente se coloro che pensano le particelle elementari e l’energia quantica come un «materiale» piccolo e oggetti «energetici», conoscessero i metodi mediante i quali i fisici moderni sono arrivati a parlare di tali «entità». Questi studi sono una «camera di compensazione», non un deposito di mercanzie varie. Non possiamo procedere con idee prefabbricate. Il carattere dialogico degli studi di religione è centrale per il suo metodo.

Si potrebbe dire che sto proponendo di sostituire l’antico ruolo della filosofia e che i membri di una facoltà di studi di religione dovrebbero essere una specie di filosofi dislocati in ogni dipartimento. In certo senso si potrebbe dire anche che sto resuscitando l’idea classica dello «Studium Generale». Dovrei rispondere: «sì e no». «Sì» in quanto l’università deve essere fedele al suo nome e non trasformarsi in una «Multiverità» o in aperta «Diversità». Per evitare questo, qualche istanza o disciplina deve cercare di unire le diverse branche di studio e riflessione sulla realtà; deve fare lo sforzo, per quanto pluralista sia, di riunire e integrare i vettori divergenti della consapevolezza umana nel quadro intellettuale più ampio possibile. Dovrei rispondere «No», d’altra parte, poiché gli studi di religione non dispongono di una fonte superiore di conoscenza né di un metodo a priori e ancor meno del potere o della tendenza, nella scia della teologia medievale, di incoronarsi «regina» delle altre scienze e discipline.

La sfida imposta oggi agli studi di religione è di comprendere in profondità e affrontare tutte le implicazioni, a volte terribili, della libertà umana, trarre le opportune conclusioni, agire su di esse con responsabilità e subirne le conseguenze.

 

(da R. Panikkar, La Religione, il Mondo e il Corpo, pp. 11-30)

 

 

 

 

 

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