Il
senso della vita
Di H. Kung
Possiamo quindi, se comprendiamo bene il nostro compito (il che
deve essere qui
presupposto), costringere l’individuo, o per lo meno aiutarlo, a
rendersi conto del senso ultimo del suo proprio operare. Questo non mi sembra
troppo poco, anche per la vita puramente personale.
MAX WEBER, sociologo ed
economista, La scienza come professione, conferenza tenuta agli studenti
dell’università di Monaco nell’inverno 1918-19.
Con fiducia nella vita e gioia di vivere lungo il cammino della
vita: ma qual è il senso della vita?
Seguire la propria strada non è sempre facile nemmeno per i
teologi: non dimenticherò mai com’ero
solo e abbattuto nella mia Volkswagen
durante il viaggio di ritorno da Monaco a Tubinga del
3 maggio 1962. «Sarebbe meglio andare a sbattere contro un albero. Cosa vuoi
continuare con la teologia se perfino il teologo che ti dovrebbe comprendere
meglio di chiunque altro, non capisce?». Avevo trentaquattro anni e da due -
contrariamente ai miei progetti originari - occupavo la cattedra di Teologia
fondamentale all’università di Tubinga. La mia
lezione inaugurale sulla teologia del concilio, che avrebbe dovuto cominciare
nell’ottobre del 1962, l’avevo ampliata e trasformata in un libro (Strutture della Chiesa). Quest’ultimo si differenziava in maniera fondamentale dalla
dogmatica tradizionale cattolica poiché si basava totalmente sulla Bibbia e
trattava la storia delle Chiese, dei concili e anche dei papi mantenendo sempre
una prospettiva storica. A causa del manoscritto in quel giorno, a Monaco,
avevo avuto una discussione violenta sulla definizione di primato e di infallibilità
del concilio Vaticano I (1870) con il dogmatico cattolico di punta in Germania,
il gesuita Karl Rahner, che
veneravo. Io però avevo bisogno che lui desse un giudizio positivo alla mia
opera sia per poterla pubblicare presso la casa editrice cattolica Herder sia per ottenere l’imprimatur ecclesiastico
necessario per la stampa. Allora, la fiducia e la fede mi permisero di far
prevalere la ragione sulle emozioni. Il contrasto infine si ricompose e il
libro poté uscire puntualmente ancora prima dell’apertura del concilio. Ho
descritto in dettaglio come si svolsero i fatti nel mio libro di memorie La mia battaglia per la libertà. Che
dopo il concilio a me, e in un certo senso anche a Rahner,
sarebbe dovuto capitare anche di peggio, potevo solo immaginarlo in quelle ore
cupe. L’interrogativo sul senso del mio percorso di teologo, anzi sul senso
della mia vita in generale, mi si impose allora con urgenza ancora maggiore di
quand’ero studente.
A che scopo siamo
sulla terra?
L’interrogativo sul senso della vita può sorgere per chiunque, in
ogni momento dell’esistenza. Non sarebbe dunque meglio porselo in maniera
consapevole per sapere come orientarsi sul proprio cammino, prima di cadere in
una crisi profonda? Meglio, in ogni caso, che logorarsi la mente cercando una
risposta tra le elucubrazioni più o meno brillanti e talvolta anche noiose di
filosofi e letterati sui concetti di «vita, senso, senso della vita»?
Naturalmente non giudico del tutto inutile dibattere su quella che
è una questione controversa fin dal tardo Medioevo, ovvero se i nostri concetti
siano solo nomi (nomina) per indicare le singole manifestazioni della realtà,
come sostiene la corrente di pensiero dei cosiddetti «nominalisti», o se i
nostri concetti astratti abbiano un fondamento nel mondo reale, come ritenevano
i «realisti». Tradotto in interrogativi attuali sarebbe come chiedersi: il
senso delle cose si trova nelle cose stesse o solo nella nostra testa, nel
nostro pensiero? Le cose hanno un senso inerente, che alberga in esse, oppure
siamo noi a costruirlo e ad attribuire alle cose le nostre convenzioni verbali?
A livello teorico si può riflettere e speculare molto sulla questione: ci si
può domandare se ci siano molti sensi o uno solo; se ci sia un senso per
determinati ambiti della realtà o fasi della vita, o invece un senso per
l’intera vita di una persona, l’intera realtà. Su alcuni di questi punti
tornerò più avanti.
Ma più che dilungarmi in elucubrazioni sul senso dell’interrogativo
sul senso, mi sembra importante mettere subito in chiaro una cosa: per secoli
gli uomini non si sono assolutamente posti l’interrogativo sul senso della vita
in questi termini. Per gli uomini della Bibbia ebraica, così come per quelli
del Nuovo Testamento, e anche nel Medioevo, interrogarsi sul senso della vita
era irrilevante. Perché? Perché partivano dal presupposto che questa domanda
aveva già una risposta. Da sempre. Il senso della vita era certo: era Dio e
l’osservanza dei suoi comandamenti. E questa
fede del singolo era condivisa dall’intera comunità dei credenti. Perché
preoccuparsi allora di indagare se la vita del singolo in quanto individuo
avesse un senso particolare?
In questa prospettiva, l’interrogativo sul senso della vita è
tipico dell’età moderna. Il primo a formularlo, precisamente come prima domanda
del suo catechismo, fu il giurista e teologo franco-svizzero che, grazie alla
sua devozione, alla sua chiara sintesi teologica e al suo senso
dell’organizzazione e delle relazioni internazionali della Chiesa, portò il
protestantesimo di tradizione riformata ad assumere importanza mondiale: Giovanni
Calvino. Mentre Martin Lutero si concentrò sulla
problematica della legge e del Vangelo, Calvino fa iniziare il suo Catechismo
del 1542 con la domanda: «Qual è il principale fine della vita umana - la
principale fin de la vie humaine?» La risposta è lapidaria:
«C’est de connattre Dieu -
è conoscere Dio». E continua: perché? «Perché ci ha creati e fatti nascere
affinché Egli sia glorificato in noi.» Senso e fine della vita umana è dunque
la gloria di Dio, la gloria Dei.
I catechismi cattolici introdussero la domanda soltanto nel XVII
secolo. E la risposta standard diventò quella della formula che mi ricordo
anch’io da quand’ero bambino: «Perché siamo sulla terra? Per conoscere, amare e
servire Dio sulla terra, per goderlo poi in cielo (o: giungere alla vita eterna)».
Il Catechismo olandese del 1948 è il primo a parlare di felicità
sulla terra e recita: «Per essere felici qui e dopo». Ma sarà in seguito al
concilio Vaticano Il con il Nuovo catechismo olandese, pubblicato nei Paesi
Bassi nel 1966, diffusosi rapidamente in tutto il mondo e subito preso di mira
dall’Inquisizione romana, che la domanda sul senso della vita verrà trattata in
tutta la sua portata: ora si parla di desiderio di felicità nel contesto
personale e in quello universale, di desiderio di essere buoni, ma anche del
fatto che «debolezza, malvagità, egoismo, colpa» ci feriscono. Non voglio però
liquidare in fretta l’interrogativo sul senso della vita per passare a quello
che riguarda Dio; voglio invece affrontarlo in modo diretto, ovvero
nell’odierno contesto secolare.
L’interrogativo sul
senso nella scienza e nell’economia
Dopo
Il sociologo Max Weber, uno dei maggiori pensatori degli inizi del
Novecento, nella conferenza che tenne di fronte agli studenti dell’università
di Monaco nel difficile semestre invernale del 1918-19, dal titolo La scienza come
professione, spiegò: «E destino della nostra epoca, con la razionalizzazione e
l’intellettualizzazione a essa propria, e soprattutto
con il suo disincantamento del mondo, che proprio i
valori ultimi e più sublimi si siano ritirati dalla sfera pubblica per rifugiarsi
nel regno oltremondano di una vita mistica o nella fratellanza delle relazioni
immediate tra gli individui».
Non è un caso quindi che gli uomini nel nostro mondo «disincantato»
fatichino a raccapezzarsi in mezzo a tutte le teologie e le filosofie, le
concezioni del mondo e le religioni, che si offrono tutte quante come istanze
portatrici di senso. Molti si sentono insicuri perché in questo nuovo contesto
il proprio punto di vista religioso (o non religioso) sembra radicalmente
relativizzato. In una situazione simile Max Weber pensa che un docente non deve
trasformarsi in profeta, demagogo, messia, che impone o suggerisce agli
ascoltatori una presa di posizione. Deve invece sforzarsi, con onestà
intellettuale, di aiutare i suoi ascoltatori a conseguire la «chiarezza». Deve
«costringere l’individuo, o per lo meno aiutarlo, a rendersi conto del senso
ultimo del suo proprio operare» per decidere quale scegliere tra «i punti di
vista ultimi possibili in generale di fronte alla vita». Abbiamo visto come una
decisione fondamentale nei confronti della vita abbia già luogo quando si
sceglie la fiducia o la sfiducia di fondo, ovvero si dice di sì o di no al
senso e al valore della realtà. Ma anche nelle scienze, diversamente da quanto
riteneva allora Max Weber, non si tratta solo della «oggettività libera da
valori morali» che il docente universitario dovrebbe sempre osservare. Perfino
nelle scienze naturali e in quelle economiche gli interessi hanno un ruolo importante,
perfino qui bisogna sempre porsi l’interrogativo sul senso. La crisi economica
mondiale ha reso evidente il pericolo di un’economia e di una tecnologia prive
di senso. Economisti, dirigenti di banca, analisti e agenzie di rating, giornalisti
e politici hanno diffuso la fede cieca che l’economia fosse prevedibile e
controllabile «scientificamente», senza curarsi affatto dei fattori irrazionali
e dei pericoli o effetti collaterali ovunque in agguato. Ma ora abbiamo avuto
la dimostrazione che tutte le estrapolazioni matematiche e i modelli
economico-sociali non sono in grado di prevedere con sicurezza lo sviluppo economico,
anzi, che tutti i calcoli si basavano su supposizioni dettate per lo più da un
ottimismo esagerato e una fede ingenua nel progresso.
Anche negli Stati Uniti le voci critiche verso una scienza di
questo tipo sono in aumento. Già lo storico vittoriano Thomas
Carlyle aveva definito l’economia «the dismal science», la scienza
triste, un concetto ripreso nel 2008 dall’economista Stephen
Marglin, docente ad Harvard,
in un libro dal sottotitolo How Thinking
Like an Economist
Undermines Community (Come il pensare da economista
indebolisce la società). Può sembrare un’esagerazione, se si intendesse ogni
tipo di pensiero economico. Ma in Europa la crisi economica mondiale ha dato
impulso a quegli economisti che non condividono la cieca fiducia nella
matematica degli americani e pensano meno in termini di numeri e statistiche e
più secondo «ordinamenti», valori e contesti sociali. Per questi ultimi il
senso dell’economia è una compensazione tra l’individualismo del mercato e la
giustizia sociale, è un ordine liberale dignitoso per l’uomo, un’economia di
mercato ecologico-sociale fondata sull’etica.
L’interrogativo sul senso della vita del singolo individuo deve
essere quindi visto in rapporto al senso della società, della natura e
dell’umanità. Ma ora, dopo aver riflettuto sulla domanda sul senso nella
scienza e in economia, voglio tornare al singolo individuo, e in particolare
alla mia vita. In questo modo, nel corso della nostra scalata lasciamo la
vallata e cominciamo a salire verso la vetta.
L’interrogativo sul
senso del singolo individuo
Nemmeno la mia vita è trascorsa senza intoppi e senza conflitti.
Nessun percorso esistenziale è privo di crisi. il termine «crisi» deriva dal
verbo greco krinein,
vale a dire «separare, distinguere», e designa il momento culminante di uno
sviluppo difficile. Come accade per altre parole chiave che per me sono molto
importanti (fiducia, coraggio civile), anche la parola «crisi» è stata a lungo
tralasciata dai dizionari e dai manuali di teologia. Nella nostra situazione,
in cui si può parlare di un’accumulazione di crisi, anzi di una massa di crisi,
addirittura di una crisi fondamentale, questo fatto assume un significato
particolare.
Ogni essere umano, lungo il cammino della sua vita, può cadere in
una crisi: dovuta alla malattia, che riguardi la fede, perfino una che investa
tutti gli ambiti dell’esistenza. In questi casi spesso l’uomo non ha a
disposizione un’unità di crisi e deve gestire da solo la situazione. Ogni
scelta esistenziale comporta un rischio. Lo sviluppo della vita di un uomo è
altrettanto poco prevedibile e controllabile quanto quello dell’economia. Anche
qui, comunque, si dovrebbe calcolare per quanto è possibile il rischio a cui si
va incontro e considerare sempre accanto al best case, il caso migliore, anche
il worst case, quello peggiore.
Anche le scelte esistenziali, in determinate situazioni, sono
revocabili: si può studiare economia invece di teologia e viceversa. Ci si può
cercare un ambito di attività completamente diverso. La maggior parte delle scelte
tuttavia potrebbero essere irreversibili: «resteremo sempre nell’abito che ci
siamo cuciti addosso». Uno ha studiato e si è preparato per una professione e
non per un’altra. Ha poco senso affliggersi tutta una vita per aver scelto la
professione sbagliata (penso per esempio a un imbianchino con la vocazione del
pittore o a un giurista con quella del sacerdote). Se non si può o non si vuole
seriamente cambiare la propria decisione è meglio restare fedeli alla scelta
fatta e cercare di trarne il meglio.
Anche da un punto di vista religioso l’uomo si trova sempre di
fronte a nuove decisioni da prendere: conosco persone che non hanno ricevuto
un’educazione religiosa e fanno a meno della religione, altre che proprio per
questo motivo si sono messe a cercarne una. Ne conosco altre, cresciute nelle diverse
religioni o confessioni, rimaste irrigidite nella fede della loro infanzia e
altre ancora che si sono sforzate di acquisire una fede illuminata. So di molti
cattolici che si sono allontanati dalla loro Chiesa, ma anche di non pochi che
s’impegnano nella comunità parrocchiale malgrado non siano contenti della
gerarchia ecclesiastica, e so di alcuni credenti - cattolici, evangelici o ortodossi
- che hanno cambiato confessione. E un fatto degno di lode: nell’odierna
società laica, alle nostre latitudini, il potere ecclesiastico fatica a tenere
le persone avvinte alla fede. Ognuno di noi è libero di scegliere la fede che
vuole e di cambiarla qualora precipiti in una crisi religiosa. Oppure di abbandonarla
definitivamente.
E la vita, dobbiamo tenerlo a mente, può avere un fondamento etico
anche senza la religione. Ma indipendentemente dalla natura di tale fondamento,
sulla base della mia esperienza personale posso confermare quanto sostengono
alcune ricerche sociologiche, e cioè che è più facile che siano le persone con
un orientamento etico, e non i cosiddetti gaudenti, a tracciare un bilancio
positivo della loro esistenza. In tale affermazione c’è almeno questo di vero:
fare la bella vita e il senso autentico della vita sono due cose diverse.
La perdita di senso
Capisco che le persone, in determinate situazioni di grande
difficoltà, mettano in dubbio tutto: che senso ha «tutto quanto»? Cosa dà una
direzione, un senso alla mia vita? Sono evidentemente domande che, immersi
nelle faccende quotidiane, mentre ci si deve dare un gran da fare per sopravvivere,
nella maggioranza dei casi si evitano, si allontanano da sé.
Niente e nessuno può costringere una persona a interrogarsi sul
senso della vita. È una domanda che si può mettere facilmente sotto chiave. Hartmut von Hentig
(classe 1925), un professore di pedagogia che stimo molto, per esempio, spiega
di non sapere qual è il fine della sua vita e di non sentirne affatto la
mancanza. «La vita stessa è il suo fine» ha scritto una volta sulla rivista «Christ in der Gegenwart»
(n. 36, 1999).
Con tutto il rispetto: non è una risposta troppo piatta? Alle
innumerevoli persone che stanno vivendo una crisi esistenziale dalla quale non
vedono vie d’uscita e sono disperate, potrei davvero rispondere che dovrebbero
vedere il fine della vita nella vita stessa?
Naturalmente per un professore è più facile affermare una cosa
simile. Gettando uno sguardo retrospettivo alla propria esistenza, è lecito
pensare, facendo il bilancio di successi e fallimenti, di «aver avuto una buona
vita». Potrei dirlo anch’io di me stesso. E ovviamente nessun potere su questa
terra può «imporre» un senso. Ma come la mettiamo con la difficoltà delle
persone che non hanno affatto una buona vita, e con quelle che pensano anche a
una buona morte? Non si dovrebbe forse riflettere più a fondo, e quindi vedere,
con von Hentig, che i
nostri diversi impegni sono i «mezzi della vita» non il «fine della vita»?
Cercare un senso più profondo, un senso dell’esistenza nell’epoca
di una crisi di senso percepita a livello mondiale? Ne ho fatto spesso
esperienza di persona, purtroppo: in compagnia, alle feste e all’interno dei
gruppi, sui giornali e nelle riviste su queste domande si preferisce scherzare,
ci si comporta in modo distanziato, ironico, da uomini di mondo... Ma ho visto
anche che se si rivolge espressamente quella domanda a una persona, o se uno è
costretto a porsela perché si ritrova in una situazione limite, le risposte
possono essere dettate dalle emozioni: che senso ha tutto questo? Perché
accade, a che scopo, perché? Non lo so...
Naturalmente ci sono anche individui cinici, oggi perfino tra i
giovani, che liquidano in fretta la questione cavandosela con frasi del tipo:
tanto c’è comunque corruzione dappertutto, in politica, in economia e nella
società. Tutto è rovinato, senza senso. A volte vorrei controbattere: davvero?
Proprio tutto? O questa realtà ti sembra così solo perché sei tu a vederla in
questo modo? Un rapporto di coppia o gli affari non hanno tutto un altro
aspetto quando funzionano bene rispetto a quando sono in crisi? E le persone
non provano un sentimento diverso di fronte alla rottura di un matrimonio o a
una bancarotta quando ne sono coinvolti in prima persona e non si limitano solo
a leggerne divertiti sulla stampa scandalistica?
Comunque sia, per dare un orientamento alla propria esistenza mi
sembra consigliabile interrogarsi su quello che in genere si definisce il senso
del tutto, ovvero sul contesto spirituale della nostra esistenza di uomini,
prima di subire uno shock esistenziale, uno di quei colpi del destino, che alla
lunga non risparmiano nessuno. Una perdita di senso che può facilmente portare
alla depressione, all’aggressività o a una dipendenza.
Ho davanti agli occhi la perdita di senso di tante persone che, per
qualche motivo, hanno assistito al crollo dei loro sistemi di senso religiosi o
politici, della loro Weltanschauung, della «visione
del mondo». Penso a chi ha lavorato per anni in un’azienda o in banca e perde
all’improvviso il posto di lavoro e si sente superfluo. Oppure a imprenditori
rispettati che nella crisi economica hanno perduto l’azienda messa insieme in
tanti anni di fatica o a chi si è comprato una casa e ha dovuto rinunciarvi,
come è successo a molti in America. Penso alle persone di mezza età, che hanno
raggiunto tutto quanto poteva essere raggiunto mentre molto di ciò che resta da
raggiungere (un lavoro da sogno, uno stipendio da sogno, un partner da sogno) è
ormai diventato irraggiungibile. Penso all’uomo o alla donna che hanno perduto
il compagno o la compagna della loro vita o il figlio amatissimo. Oppure a chi
è rimasto invalido a causa di un incidente, o è stato colpito inaspettatamente
dal cancro. Penso alle innumerevoli persone anziane, che vedono indebolirsi i
loro sensi e i loro organi e hanno paura della demenza senile. Anche loro
s’interrogano sul senso della vita. E penso ai più giovani che vorrebbero
sapere che fine deve avere la loro vita nella crisi odierna e cercano
affannosamente di comprendere il mondo e il senso della loro esistenza.
Tuttavia, non voglio continuare a parlare dei casi negativi, quelli
che ci opprimono, ci annientano. Mi preme di più riflettere in tutta
tranquillità, senza inscenare finti drammi, sulle diverse possibilità
fondamentali che oggi il singolo individuo ha o utilizza per dare, o ridare, un
senso alla sua vita. Forse, sepolto sotto le azioni e le passioni, gli affari e
le storie della nostra esistenza, scopriremo un contesto più profondo.
Qual è dunque il senso della vita? Chi è nato, come me, nel 1928,
un anno prima del grande crollo della Borsa ed è cresciuto nell’epoca del
nazismo, del fascismo, del comunismo e della Seconda guerra mondiale, lo sa:
per molte persone di quella generazione rispondere a questa domanda non
presentava particolari difficoltà. Per chi deve ammazzarsi di lavoro per
garantirsi la sopravvivenza, per chi deve letteralmente guadagnarsi il pane con
il sudore della fronte, infatti e in molti Paesi dell’Asia o dell’Africa queste
persone sono ancora la maggioranza la vita ha un senso immediato: lo scopo
della vita è una serie di obiettivi a breve termine, ovvero procurarsi il cibo,
da vestirsi, un tetto. Queste persone non soffrono di crisi legate alla perdita
di senso dell’esistenza.
Nell’epoca successiva alla Seconda guerra mondiale, in Europa, al
centro della vita delle persone c’era, comprensibilmente, il lavoro: in primo
luogo per sopravvivere, poi per vivere sempre meglio. In questa società di
lavoratori il tempo libero aveva un ruolo secondario, il lavoro non portava soltanto
sicurezza e uno standard di vita sempre più elevato. Su di esso si venne anche
a fondare una nuova etica, l’etica della prestazione e del successo. Anzi, il
lavoro garantì addirittura un nuovo senso della vita: «Voglio far carriera per
me e per la mia famiglia». Ascesa sociale e benessere.
A questo riguardo, per me personalmente non è cambiato nulla fino a
oggi. O forse la vita dovrebbe avere un senso senza il lavoro? Non facendo
niente? Solo tempo libero e piaceri? Godendosela e basta? O rinunciando
completamente a impegnarsi nel lavoro, rassegnandosi, diventando fatalisti, o
ancora mollando tutto, optando per il gran rifiuto? La tentazione di mollare
tutto potrà sembrare talvolta allettante anche ai manager e ai politici
oppressi dal troppo lavoro, perfino agli scienziati. Ma in questo modo non è
detto che ritrovi me stesso per quello che veramente sono, probabilmente troverà
solo gli abissi della mia persona, ma non il senso della vita. Allora il senso
si trova nel lavoro?
Ho fama di essere un lavoratore instancabile. In effetti,
appartengo ai fortunati che possono dire che il lavoro per loro è un hobby. In
verità per me il lavoro non è un passatempo e ancor meno un impiego, quanto
piuttosto una vocazione. So di essere chiamato a grandi compiti che richiedono
tutte le mie forze. Lavoro perfino durante le «ferie». Cioè leggo, studio,
scrivo e sono contento di farlo, soprattutto quando riesco a svolgere queste
attività immerso nel bel paesaggio del luogo dove sono nato, dedicando un po’
di tempo anche al nuoto e all’ascolto della musica classica.
Malgrado ciò non sono affatto un workaholic
che non vede altro che il suo lavoro. Mi piace conversare con altre persone.
Non sono uno «sgobbone» che porta a termine il lavoro in modo meccanico,
istintivo, cieco, solo per amore del denaro. No, sono sempre concentrato su
quello che faccio, ma senza perdere di vista me stesso. Lavoro
appassionatamente, ma senza accanirmi. Vado d’accordo con coloro che mi stanno
intorno, i quali spesso lavorano in modo altrettanto intenso. Ma anche per me,
naturalmente, con l’avanzare dell’età si pone una domanda.
Vivere per
lavorare?
Invecchio, ogni essere umano invecchia. Il senso della vita può
mutare, non secondo i decenni che passano ma secondo l’età. Con Karl Rahner e Joseph
Ratzinger, ho partecipato al concilio Vaticano II (1962-65).
Nonostante la stima reciproca Ratzinger e io non ci
troviamo sostanzialmente d’accordo nel giudicare la rivoluzione culturale del
Sessantotto e le sue richieste illuministiche di emancipazione, riforma,
trasparenza e tolleranza. Le rivolte studentesche del 1968, partite da Berkeley in California e Ann Arbor nel Michigan, e giunte fino a Berlino e a Tubinga passando da Parigi e Francoforte, scossero per sempre la società del lavoro e del successo,
anzitutto il «mondo sano» del cittadino borghese, religioso o laico che fosse.
il lavoro, il successo, il denaro, la carriera, il prestigio sociale, infatti,
non erano più al centro dell’interesse della giovane generazione in rivolta, degli
studenti e dei loro simpatizzanti nei media e nei partiti politici. Al loro
posto c’erano adesso l’utopia, la critica sociale e l’azione, l’ostilità alle
convenzioni, l’assenza di vincoli, l’autonomia e l’autorealizzazione.
Era questo il nuovo motto in cui personalmente, malgrado ogni critica e a differenza
di Joseph Ratzinger,
scoprii molte cose vere e buone.
È evidente che si palesava qui un nuovo atteggiamento nei confronti
della vita: non si trattava più della mera sopravvivenza e nemmeno di
raggiungere un migliore standard di vita, ma sempre più di un vivere nuovo. Mi
sembrava legittima almeno la domanda: «Lavorare, lavorare: è questo il vero
senso della vita?». Era ora di far sentire un’altra voce: non è solo il lavoro
a dare un senso alla vita. La vita umana è più del lavoro. Quest’ultimo
è una parte importante della mia vita, ma non la sua ragione. L’attività umana
non comprende solo il lavoro, ma tutto ciò che si svolge in ambito personale e
famigliare, l’agire sociale, politico e culturale; non comprende solo i nostri
affari, cioè il negotium,
ma anche l’otium,
l’inattività. Quest’ultima non si deve equiparare
all’inoperosità, all’indolenza, alla pigrizia; vuoi dire anche rilassarsi,
comprende il tempo libero, il gioco, lo sport, la musica, la tranquillità.
Questo dovetti dirlo anche a me stesso: le mie discussioni in
ambito teologico, ecclesiastico e sociale - spesso purtroppo in veste di
guerriero solitario - mi sottopongono talvolta a un carico di lavoro enorme. Ma
se malgrado tutto il lavoro non arrivassi a riposarmi, se facessi del lavoro,
soprattutto di quello retribuito, un fine in sé; se arrivassi a essere sempre
teso, anzi iperteso; se m’affannassi a correre da un appuntamento all’altro
arrivando al punto in cui l’iperattività si trasforma
in un senso di malessere, di abbattimento, in una sensazione di esaurimento,
infine in burnout, quello stato in cui ci si sente
bruciati, svuotati di ogni energia, allora proverei, in una forma moderna, ciò
che san Paolo e Lutero hanno chiamato «la maledizione della legge». Sono in
moltissimi oggi a soffrire a causa della «legge del lavoro»: soffrono sotto la
pressione della prestazione, della mossa obbligata, del successo, del lavoro. E
comprensibile che ci si debba chiedere se non esista un modo per liberarsi di
tutta questa pressione.
Vivere la vita
Negli ultimi decenni del Novecento, nei Paesi laici si è sviluppata
quella che i sociologi della cultura, come Gerhard Schulze, hanno definito una Erlebnisgesellscbaft,
la società dell’esperienza vissuta. Una società che non ha più al centro il
lavoro ma il vivere esperienze sempre nuove, l’«evento». In una società di
questo tipo, l’esperienza diventa spesso un fine in sé, perfino nella forma di
happening religiosi.
Nemmeno io faccio eccezione: le cose che non ci servono, ma che ci
piacerebbe tanto avere, sono molte. Dal nuovo guardaroba fino alla nuova auto,
il valore dell’esperienza è spesso più importante del valore d’uso. Il senso
della vita non sta tanto nel lavoro quanto nella ricerca della bella esperienza
e della, come si dice oggi, «estetizzazione» della
quotidianità: tutto deve diventare più piacevole, più bello, anche più
divertente. E quello che diverte deve anche essere lecito.
Tuttavia, come molti altri anch’io vedo come un problema il fatto
che nella nostra società il mercato dell’esperienza domini la nostra vita
quotidiana insieme a quello del lavoro. Gli offerenti si fanno sempre più
furbi, ma anche noi, che costituiamo la domanda, siamo sempre più rodati. Ci
siamo abituati da tempo a volere sempre qualcosa di nuovo. L’industria pubblicitaria
odierna, che ha un fatturato di miliardi, ci mostra ogni giorno volti felici,
per lo più giovani. Ma tutti gli esseri umani - malgrado i successi della
cosmesi e dell’industria del benessere - invecchiano e alla fine diventano
anziani. L’orientamento attuale verso l’esperienza non dovrebbe trasformarsi in
stress da tempo libero, la voglia di vivere non dovrebbe divenire frustrazione
esistenziale.
Io non ho nulla contro le esperienze. Lo testimoniano le mie
memorie: ho avuto infinite esperienze piacevoli, ma anche alcune spiacevoli.
Una vita ricca di incontri con persone di religioni e modi di vita diversi,
avvenimenti e viaggi straordinari, successi e amici, e talvolta - anche qui è
l’esperienza che parla - sofferenze e sconfitte.
Nonostante ciò, tutte queste esperienze non mi hanno reso un «uomo
di mondo», uno che vuole godersi il lato migliore della vita. I bonvivants mi divertono, ma non li invidio. I playboy,
soprattutto quando hanno ormai i capelli grigi, li trovo ridicoli. Un
«edonismo» fatto solo di piacere e godimento sensuale non porta a una felicità
durevole. Perciò mi chiedo se il senso della vita consista davvero nel vivere
senza rinunciare a nessuna esperienza. In effetti molti lavorano - svolgendo
magari un’attività veramente noiosa alla catena di montaggio o in ufficio -
soltanto per poter fare sempre più esperienze. Così molte conversazioni, come
io stesso ho modo di constatare nei cosiddetti «ambienti elevati», vertono solo
sul tempo libero, il calcio, la salute, la televisione, le ferie, i viaggi eccetera.
Fin qui tutto bene.
Ma basta a rendere più felici gli uomini? Che cosa meglio
dell’attuale società dell’abbondanza dimostra che nessun genere di abbondanza
può saziare davvero la fame di esperienza dell’uomo?
Una vita piena?
Perché gli uomini da un punto di vista soggettivo possono trovare
soltanto un appagamento transitorio? La ricerca sulla felicità mi ha fornito
due importanti risposte a questa domanda. Anzitutto, la bella esperienza,
indipendentemente dal tipo, si può in parte programmare, ma non «fare». L’ho
provato io stesso. Anche le cose programmate nel migliore dei modi possono
sfociare in una delusione, e la seconda volta che si va in vacanza nello stesso
posto non sembra tutto così straordinario come la prima.
In secondo luogo, le nuove offerte sono sempre migliori di quelle
precedenti. Rendono noioso ciò che è vecchio e spingono a nuove esperienze.
Altrimenti la nostra economia dell’offerta non funzionerebbe. Perfino quando
viviamo un momento di piena soddisfazione, ci chiediamo subito quando sarà il
prossimo.
In realtà è un paradosso: più gli uomini si sono abituati a
ricercare la propria soddisfazione meno la raggiungono. Non un teologo come me,
ma il sociologo Gerhard Schulze,
citato poco sopra, parlando della nostra società ha affermato: «Le aspettative
che si creano nei riguardi del fine settimana e delle ferie, ma anche del rapporto
con il proprio partner, della professione e in altri ambiti dell’esistenza
finiscono per provocare una pressione che genera delusioni. Quanto più le
esperienze fatte per dare un senso alla vita sono sfrenate tanto più aumenta la
paura che esse vengano a mancare».
Ne sono convinto anch’io: così come non lo è il lavoro, cioè il
lavorare in modo intenso e indefesso, neanche l’esperienza, il provare costantemente
cose nuove, è sufficiente per soddisfare appieno un uomo, per garantire un
senso alla sua vita. Dietro tutta questa frenesia di lavoro e di esperienze si
cela un interrogativo esistenziale: per che cosa vivere?
Ecco un altro paradosso: ora andiamo in pensione sempre più presto,
ma allo stesso tempo siamo in grado di lavorare e di provar piacere sempre più
a lungo, e di conseguenza cerchiamo di avere giustamente una vita piena. Ma le
persone che si preoccupano solo di se stesse avvizziscono, quelle che si
prendono cura degli altri, ricevono. L’attività non retribuita richiede tempo,
lavoro ed energia, ma dà gioia e soddisfazione e fa sì che, anche in età
avanzata, la naturale stanchezza della vita si faccia sentire di meno.
Qui s’impone un’importante presa di coscienza: tutto questo
lavorare e provare nuove esperienze nella professione, nel tempo libero e
durante l’età della pensione ha un senso solo se lo ha la vita stessa
dell’uomo. Per me quindi il punto centrale è il seguente: dove è il senso della
vita in quanto tale? Intendo un senso duraturo, un senso portante che si
conservi tale in tutte le diverse fasi ed età della mia vita. Ci sono ancora
valori esistenziali destinati a rimanere tali nel tempo?
Realizzare se
stessi
Oggi nessuno può più ignorare che molto di quanto un tempo, accanto
al lavoro e all’esperienza, contribuiva a dare senso alla vita, è entrato in
crisi, perché non solo è minacciato il fondamento economico-finanziario della
nostra società, ma si stanno anche erodendo i valori che stanno alla sua base.
Naturalmente in molti casi si tratta di un mutamento e non di una perdita di
valori. Ma dopo che alcuni sistemi e istanze di senso nella Chiesa e nella
società hanno perduto gran parte della loro forza persuasiva, non si può
ignorare che la morale, che un tempo s’imparava fin da bambini - ciò che è bene
e ciò che è male, ciò che è umano e ciò che non lo è - è diventata sotto molti
aspetti un fatto discrezionale e che, per esempio, i Dieci comandamenti sono
finiti nel dimenticatoio. I bambini, trattati come «partner», possono
trasformarsi in «piccoli tiranni» (sono parole dello psichiatra dell’infanzia Michael Winterhoff). A dare il
cattivo esempio siamo noi adulti con il nostro atteggiamento improntato all’anything goes - tutto è permesso.
In politica, la mera volontà di potere viene troppo spesso lodata come una
qualità positiva. Nel mondo della finanza e in quello dell’economia reale la
brama del profitto, il delirio di onnipotenza e la corruzione si diffondono in
una misura finora sconosciuta. Alcuni mezzi di comunicazione propagandano un esibizionismo
decadente e la perversione viene presentata come «normale merce
d’intrattenimento» nell’ambito della sessualità.
Non voglio lamentarmi, non voglio fare il moralista amareggiato.
Tuttavia, non sono il solo a constatare che in questa situazione non è facile
fare pubblicità a una vita autenticamente buona e quindi prendere le parti dei
legami, del dovere e della responsabilità che durano più di un giorno: in particolare
non è facile farlo di fronte all’ultima generazione. I buoni consigli costano,
come quelli di molti psicologi e psicoterapeuti che pure loro, come mostrano
alcune pubblicazioni, sono alla ricerca di un senso.
Non di rado il loro consiglio suona: alla luce delle relativizzazioni e rivoluzioni in ambito economico,
politico e religioso, alla luce del vuoto di senso sempre più palese, devi
trovare il senso della tua vita in te stesso. «Lavora sul tuo sé, sfrutta fino
in fondo il tuo potenziale, crea da te i tuoi fini, la tua morale, scopri il
senso della tua esistenza. Definisci tu stesso quello che per te ha senso e
decidi i princìpi secondo i quali vuoi vivere».
Dovrei dunque consigliare anch’io di realizzare se stessi? E questo
il senso della nostra vita? Io però controbatto con un’altra domanda: l’autorealizzazione conferisce davvero il senso ultimo alla
vita, quello che le imprime la direzione? Si ottiene davvero ciò che ha importanza
per gli psicologi: l’identità e l’integrità personali, un sentimento di
coerenza e stabilità che aiuta a superare anche le crisi più dure?
Non chiediamo
troppo al Sé?
Di sicuro sono l’ultima persona che direbbe qualcosa contro l’autorealizzazione. Nell’ambito della tradizione cristiana
troppo spesso questa è stata denunciata come egoismo, pretendendo la rinuncia
alla propria identità, l’ascesi in quanto tale e la resa. Ho sempre criticato
questa tendenza e anche nel contesto delle nostre riflessioni ho sottolineato
fin dall’inizio che la fiducia nella vita e in se stessi costituisce la pietra
angolare di una personalità sana.
Così considero una combinazione straordinaria che io - grazie a
rapporti famigliari stabili e una patria ospitale, a una buona educazione e
istruzione - abbia sviluppato una forte autocoscienza, quella consapevolezza
che oggi viene espressamente richiesta per l’educazione dei bambini. Senza
forza interiore, stabilità psichica e forza di resistenza («resilienza») non
avrei potuto superare indenne, nonostante le ferite riportate, tutte le lotte
legate alla mia «battaglia per la verità». Non di rado gli avversari, gli
invidiosi e le persone dotate di «buone intenzioni» hanno interpretato
l’esposizione consapevole delle mie argomentazioni come arroganza, la
fondatezza delle mie «richieste» come presunzione, le mie posizioni critiche
come affermazioni di un ego esagerato e la mia sana autoconsapevolezza
come mancanza di umiltà. Quanto orgoglio si celava spesso nei moniti all’umiltà
che mi sono pervenuti.
Ma l’umiltà non ha nulla a che vedere con l’ipocrisia, il servilismo,
la codardia. Umiltà non significa cadere in ginocchio non appena si viene
contraddetti dall’alto. E abnegazione, ma non contrizione e rinuncia alla
propria identità. L’umiltà presuppone il coraggio, e coraggio significa non
avere timore nemmeno di conflitti pubblici, non avere paura di essere feriti e
di ferire (le ferite sono spesso inevitabili in entrambi i sensi). Sono
convinto che non solo allo Stato ma anche alla Chiesa servono persone che
abbiano rispetto di sé e una sana cultura del conflitto. E noto che l’apostolo
Paolo e alcuni santi della storia della Chiesa non andavano affatto per il sottile
quando si trattava di stigmatizzare un situazione deplorevole e si opponevano a
chi stava «sopra» di loro, mettendosi perfino contro Pietro. E, naturalmente, allora
non portavano alcuna aureola - solo dopo gliel’hanno posta sul capo - che
mettesse in buona luce il loro contegno risoluto. Anche loro incassarono
invidia e incomprensione senza per questo perdere la consapevolezza di sé.
Devo ammettere tuttavia che mi risulta difficile dar prova di
mansuetudine di fronte alla condizione e alla situazione deplorevoli della
Chiesa e della teologia. Accanto all’ira profana ce n’è anche una sacra.
Qualche parola tagliente potrà aver provocato divisioni. Qualche battuta divertente
è stata percepita come sarcasmo. Ma ho sempre evitato di diffamare le persone.
Perfino quando non hanno riconosciuto la cattolicità dei miei principi, quando
hanno messo in dubbio la mia fede in Cristo e contestato la mia buona fede, non
ho mai ripagato i miei detrattori con la stessa moneta. Eppure potrei scrivere
un bel dizionarietto di parolacce, se solo volessi elencare tutti gli
appellativi e gli attributi volgari, sconci e offensivi che mi sono stati
rivolti fino a oggi, a parole, per lettera o in pubblico, spesso da persone
devote che promettevano di pregare per me. È superfluo, quindi, che si pretenda
da me una bontà e un tatto ancora maggiori nei confronti di alti prelati spesso
troppo suscettibili.
Lo ammetto: quando ci si mostra sicuri di sé bisogna sempre
sforzarsi di non diventare egocentrici e, in considerazione delle proprie
mancanze, restare modesti nel proprio intimo, saper interrogarsi in modo
critico e ascoltare le critiche costruttive degli altri. Ma si deve anche
combattere, e non solo per se stessi. La mia aspirazione è sempre stata quella
di parlare per gli altri, per coloro che non hanno voce o non trovano ascolto.
E mi sono impegnato in quello che consideravo e continuo a considerare un
grande compito: il rinnovamento della Chiesa cattolica, la riunificazione delle
Chiese cristiane divise e infine il dialogo interreligioso e interculturale
sulla base di un’etica comune dell’umanità. In questo senso si tratta anche di
auto- realizzazione.
Di recente, tuttavia, anche psicologi e psicoterapeuti mettono in
guardia, e non a torto, dalla «trappola dell’autorealizzazione».
Ha causato già la rottura di alcuni matrimoni, di alcuni rapporti umani. Quando
scatta questa trappola? Proprio nel momento in cui l’autorealizzazione
si sgancia dalla responsabilità verso se stessi, i propri simili e il mondo.
Non penso solo a certi politici bellicosi, a manager avidi di denaro e
sindacalisti avidi di potere, a scienziati alla ricerca della fama e medici
senza scrupoli, a religiosi ipocriti. Penso alla nostra normale quotidianità e
a un’interpretazione egoistica della propria realizzazione, che si può
manifestare nelle forme e nei modi più disparati in chiunque di noi.
Autodeterminazione, autocoscienza, scoperta di sé, sviluppo e piena
realizzazione del proprio io si debbono approvare nella misura in cui non
conducono al narcisismo, all’egocentrismo e a una mancanza di riguardo di
stampo autistico. Oggi, a darci sui nervi spesso sono
cose di poco conto. Non sono l’unico a lamentarmi delle persone irriguardose
che in pubblico, sugli autobus, sui treni e sugli aerei, per strada e nelle
piazze disturbano con i loro cellulari, le loro urla e smancerie, prendendosi
libertà che limitano quella altrui. Gli psicologi riferiscono che ci sono
sempre più genitori accecati che interpretano la maleducazione dei loro figli
con espressione di intelligenza superiore alla media.
La psicologia da sola è in grado di venire a capo di queste
situazioni deplorevoli? E senz’altro un bene raccomandare ai bambini, fin dalla
scuola elementare, determinati modelli di comportamento per poter padroneggiare
al meglio le situazioni difficili: cerca di integrarti con il tuo ambiente; dedicati
ai tuoi obietti vi; sii risoluto, cogli tutte le possibilità per sviluppare le
tue capacità. Sviluppa un’immagine positiva di te stesso, osserva le cose da
un’angolazione realistica, mantieni un atteggiamento fiducioso. Pensa a te
stesso e stai attento...
Però mi chiedo se i bambini, per vivere una vita piena, oltre al
training psicologico per giungere all’autorealizzazione
non abbiano bisogno anche di un’educazione etica, educazione che oggi dovrebbe
essere costruita sul principio di umanità e sulla regola aurea della reciprocità,
sul rispetto per la vita, la solidarietà, l’amore per la verità e la
collaborazione. A me sembra che anche le regole fondamentali di un’educazione
positiva, ovvero che i genitori concordino regole chiare, pongano dei limiti e
agiscano di conseguenza, possano funzionare solo sulla base di questo
fondamento etico.
Lo stesso vale per gli adulti: l’autoaffermazione richiede a volte
lo sforzo di dominarsi. Il vuoto spirituale interiore si può colmare solo con
una vita che abbia dei valori e un senso. Il senso della vita - e così ritorno
alla questione da cui sono partito - non lo trovo però isolandomi in me stesso,
ma solo calandomi in mezzo agli altri, intessendo con gli altri delle
relazioni. Questo significa: il mio Sé trova il senso della propria vita solo
se è aperto a un tu, a un noi; a una persona amata, alla famiglia, i colleghi,
gli amici, i miei simili, coloro che vivono con me e da cui dipendo sempre.
Trovo il senso della vita solo quando trascendo me stesso per arrivare a una persona,
a una società o a una cosa di cui mi pongo al servizio. Sarebbe sbagliato,
tuttavia, pensare solo alle cose grandi e sublimi e dimenticare la vita di
tutti i giorni e i suoi compiti.
Il senso «piccolo»
L’ho sottolineato fin dall’inizio: la mia fiducia di fondo nella
realtà non elimina affatto una volta per tutte la problematicità dell’esistenza
umana. Questo vale da un lato per il mondo nelle sue dimensioni globali. Quando
viaggio in aereo penso spesso all’imponenza con cui si presentano dall’alto
alcune città, per esempio negli Stati Uniti, con i loro skyline
scintillanti nella luce del sole. Eppure da quante preoccupazioni economiche,
sociali, politiche e culturali sono oppresse! Penso a com’è bello il nostro
pianeta tutto azzurro visto dalla prospettiva di un’astronave. Ma quante catastrofi
naturali, epidemie, confitti e guerre minacciano costantemente gli abitanti
delle diverse regioni della terra!
Nemmeno il mio piccolo mondo è sano, spesso è minacciato. La mia
salute, anche se robusta, è continuamente in pericolo; la mia carriera
professionale non è immune da fiaschi. Un certo grado di fragilità,
problematicità, finitezza, addirittura la rinnovata minaccia dell’assenza di
senso sono parte integrante della vita di ogni essere umano. Di conseguenza,
dato che le situazioni cambiano di continuo, mi si chiede di rinnovare
costantemente la mia decisione di fondo a favore della fiducia nella vita.
Che cos’è dunque il «senso», il «fine», il «significato» della
vita? Capisco benissimo che oggigiorno molte persone si accontentano di trovare
un senso «piccolo» nella vita. Accettano una delle diverse offerte di senso che
esistono nei diversi ambiti della vita umana: trovano un senso nel lavoro, nel
tempo libero, nello sport, nella collaborazione, nell’amore. O lo trovano nella
cultura, nell’arte, nella musica o, spinti dalla necessità, nella terapia e nel
sostegno psicologico. Tutto ciò non va sminuito.
Mi sembra, tuttavia, che malgrado tutte queste parziali esperienze
di senso, resti comunque - anche se spesso ignorato, represso, soffocato,
annegato o «sedato» - un desiderio insaziabile di un senso che comprenda tutto.
E l’interrogativo irrisolto sul senso del tutto, ovvero la totalità della nostra
vita e della nostra morte, la totalità del nostro mondo. Sono le domande che
riguardano l’ambito spirituale, il senso «grande». Non per nulla nell’ambito
della terapia psicologica, accanto a Freud, Adler e Jung destò grande
interesse la logoterapia di Viktor
Frankl, il quale sostiene che la terapia psichica
deve occuparsi anche degli interrogativi spirituali e in particolare
dell’interrogativo sul senso.
Il senso «grande»
Il senso «grande» in realtà è una questione controversa intorno
alla quale hanno dibattuto non pochi. Torno allo scontro tra «realisti» e
«nominalisti» a cui ho accennato all’inizio del capitolo e per quanto riguarda
il dibattito attuale prendo le distanze da due correnti di pensiero, che
contengono entrambe un nocciolo di verità, ma che come risposte al grande
interrogativo sul senso della vita mi appaiono insufficienti. Riguardo alla
mia, di vita, non desidero essere né «naturalista» né «costruttivista».
Da un lato non mi soddisfa quel naturalismo scientifico, che è
diffuso non solo nell’ambito delle scienze naturali. Per un naturalista io sono,
in quanto essere umano, solo una parte della natura, un prodotto
dell’evoluzione. Con questi naturalisti condivido il profondo rispetto per la
natura, la solidarietà dell’uomo nei confronti di essa. E rispetto senza
riserve i risultati riconosciuti delle scienze naturali, in particolare la
teoria dell’evoluzione; tali risultati non possono essere ignorati o addirittura
contestati per motivi religiosi o ideologici.
Malgrado ciò, tuttavia, non posso accontentarmi di una concezione
dell’uomo secondo la quale io sono fatto di una determinata struttura
biologica, specifici bisogni e interessi, ma senza un senso profondo, senza dei
valori. Come essere vivente dotato di intelletto mi chiedo se io non sia qualitativamente
superiore a un animale che non si può porre interrogativi sul senso e sul
valore délla propria esistenza. Sono assoggettato al medesimo ciclo di divenire
e morte? Bertolt Brecht era
di questa opinione e l’ha riassunta nella famosa poesia didascalica di quattro
strofe intitolata Contro la seduzione.
Già nel 1982, nel mio libro Vita eterna?
Riflessioni sull’aldilà, con pochi interventi mi sono permesso di proporne
una versione rovesciata, una versione rispettosa che non tradisce la serietà e
la dignità dell’originale. Si palesa così un’alternativa che ha dalla sua molte
ragioni. Cito qui di seguito Contro la seduzione con a fianco la mia versione
rovesciata:
Non vi fate sedurre:
non esiste ritorno. ,
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte
Altro mattino verrà
Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a gran sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.
Non vi date conforto:
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro
Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora
spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.
Non vi fate sedurre:
esiste ritorno
Il giorno sta alle porte
già è qui vento di notte.
Altro mattino verrà
Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Non bevetela a gran sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.
Non vi date conforto:
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisce?
La vita è la più grande:
qualcosa di più ancora sarà vostro.
Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora
spaventare?
Non morite con tutte le bestie
e non c’è il nulla, dopo…
Prendo le distanze, dunque, dal puro naturalismo. Dall’altro lato
mi lascia però insoddisfatto anche un costruttivismo
idealistico, materialistico o strutturalistico che
ritiene che il senso e il valore della vita siano solo una costruzione umana. Per
un costruttivista di questo genere io, come uomo, mi
limito ad apporre sulla realtà e sulla mia esistenza una costruzione
concettuale o linguistica.
Anch’io, come i costruttivisti, apprezzo
la libertà, la forza creativa, l’autonomia. Ma trovo problematico il fatto che
il singolo individuo o la società nel suo insieme debbano comparire come creatori
di sistemi di senso, anzi del senso per antonomasia, senza presupporre nessun
tipo di senso intrinseco alla realtà. Trovo problematico che io debba crearmi i
miei valori, siano
essi di stampo materialistico (come per Feuerbach
o Marx), o esistenzialista (ovvero progettando da me la mia esistenza e la mia
morale, come vuole Sartre), o strutturalista (secondo
l’esempio di de Saussure e dei semiologi
per i quali il senso è solo una costruzione linguistica dell’uomo).
Dovrei davvero diventare il Dio e il creatore di me stesso, il
«superuomo», come si aspettava da noi Friedrich Nietzsche, dopo che «l’uomo folle» ha annunciato la «morte
di Dio?». Ma è Nietzsche stesso a mettermi in guardia
da un esito simile quando individua il fine della vita, da ultimo, solo
nell’eterno ritorno dell’eguale: una «vita» eterna che significa sofferenza,
trapasso, nascita e però anche eternità:
Profondo è il mondo,
E più profondo che nei pensieri del giorno.
Profondo è il suo dolore -
Piacere - più profondo ancora di sofferenza:
Dice il dolore: perisci!
Ma ogni piacere vuole eternità -,
vuole profonda, profonda eternità!
(Così parlò Zarathustra, III, La seconda
canzone di danza 3).
Devo dunque credere a un eterno girare in tondo, come sembra
mostrare la natura con il suo ciclo del divenire e della morte? L’antico mito
dell’eterno ritorno, che Nietzsche ha ripreso, non ha
potuto verificarlo nemmeno lui. Certo,,nella natura ci sono corsi periodici come
i movimenti dei corpi celesti, le stagioni, l’alternanza del giorno e della
notte. Ma i dettagli concreti non si ripetono, anzi, dai nuclei atomici fino alle
stelle la natura porta a termine una storia; perfino le stelle possono morire.
Esiste un’irreversibilità del divenire, ma d’altro canto per fortuna in esso
c’è ari- che un aspetto di autentica novità.
Così, per me, il grande interrogativo resta quello sul senso della
storia dell’uomo, cioè se essa non sia orientata verso qualcosa che alla fine
rappresenti il compimento dell’esistenza umana. All’interrogativo riguardo a un
senso «grande» della vita, definitivo e onnicomprensivo, il senso del tutto,
non vorrei affatto rinunciare. Altrimenti come la mettiamo con i milioni di
persone che vivono una vita di miseria e sofferenza negli slums
di Londra, New York, Mumbai, nei barrios
della Colombia o nelle favelas del Brasile, una vita che grida letteralmente
«vendetta al cielo». Davvero non si può dare alcuna speranza a questa gente? E
come la mettiamo con gli altri milioni di persone morte tra sofferenze atroci
negli innumerevoli campi di concentramento nazisti, sovietici e quelli di Mao? O agli innocenti ammazzati da un killer o a quelli
morti da bambini senza aver vissuto una vera vita? Non c’è dunque una
giustizia, mi chiedo? Anzi, perché erano sulla terra? E perché ci siamo noi, a
cui le cose vanno relativamente bene?
Confesso che non riesco a rassegnarmi a tutta la miseria,
l’ingiustizia, l’insensatezza di questo mondo, e per questo cerco un senso
ultimo nella vita, in quella degli altri e nella mia. Ma non perché mi renda
immune a esse e mi consoli con la promessa di trovare un senso in cielo, ma
proprio per trovarlo qui, su questa terra. Voglio prendere sul serio
l’esortazione di Nietzsche: «Vi scongiuro, fratelli,
rimanete fedeli alla terra» (Zarathustra, Prologo 3)
Deve bastarci trovare un senso nella vita in questo mondo. E ogni
essere umano, ogni uomo e ogni donna, deve trovarlo per sé, nel contesto più ristretto
dell’ambiente in cui vive e in quello più ampio del mondo. Ogni professione,
indipendentemente dalla posizione occupata, può diventare una vocazione
autentica e soddisfarci appieno. L’impegno nel volontariato - sia esso sociale,
caritativo o politico - può avere più significato di molti lavori con cui ci si
guadagna il pane. La cura e l’assistenza ai congiunti - nonostante la fatica
che richiedono - possono cambiare il modo di guardare alla vita, e rendere
possibili nuove e imprevedibili esperienze di senso. Perciò vorrei augurare a
ognuno non tanto che gli venga risparmiata ogni crisi esistenziale - che può
anche giungere inaspettata, in particolare durante una crisi economica globale
- quanto piuttosto che possa conservare il senso della vita e dimostrare la sua
validità in tutte le crisi e che in determinate circostanze possa cercarlo e trovano
di nuovo.
Purché ciò, tuttavia, s’inserisca nella prospettiva di un senso
definitivo, finale, che includa la morte e dia un senso anche a essa. E in questo
so di non essere solo. So che innumerevoli altre persone, come me, provano un
desiderio soffocante di una giustizia definitiva, di una pace eterna e di una
beatitudine duratura. Può tale desiderio essere esaudito? E la domanda a cui
cercherò di rispondere nel prossimo capitolo, dedicandomi alla questione del
fondamento della vita. (da Ciò che credo,
pp. 99-131).
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