Dieci anni di desiderio

Il piacere della lettura

Saggi e analisi di opere letterarie.

 

Lo sguardo critico decifra le parole per accedere all'intuizione del loro pieno significato [...] si perde nel senso per il suo tramite, aprendo il cammino, ma per rendere possibile "le pur délice sans chemin"

(Starobinski, L'Occhio vivente)

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Starobinski, L'occhio vivente.

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Lo sguardo critico decifra le parole per accedere all'intuizione del loro pieno significato [...] si perde nel senso per il suo tramite, aprendo il cammino, ma per rendere possibile "le pur délice sans chemin". Sulla pagina avrà trasformato i segni scritti in parole vive e, più oltre, creato un universo complesso di immagini, di idee, di sentimenti: questo mondo assente lo attendeva per chiedergli sostegno, per essere preso sotto la sua cura. Tuttavia, non appena risvegliato, questo mondo immaginario richiede da parte del lettore il sacrificio più assoluto perché non gli consente più di tenersi a distanza ma esige il contatto e la coincidenza, impone il suo proprio ritmo e lo obbliga a seguire il suo destino.

Il critico è colui che, pur consentendo alla fascinazione imposta dal testo, intende tuttavia conservare diritto di sguardo. Egli desidera penetrare ancora più lontano: al di là del senso manifesto che gli si discopre, egli intuisce un significato latente. Una vigilanza supplementare gli diviene necessaria, a partire dalla prima "lettura a vista", per andare incontro a un senso secondo. Ma non ci si inganni sul termine: non si tratta come l'esegesi medievale, di decifrare qualche equivalente allegorico o simbolico, ma la vita più vasta o la morte trasfigurata il cui testo ne è l'annuncio. Accadrà spesso che questa ricerca del più lontano riconduca al più vicino: alle evidenze del primo sguardo, alle forme e ai ritmi che, a tutta prima, sembravano essere solo la promessa di un messaggio segreto. Un lungo giro ci rinvia alle parole stesse, in cui il senso elegge la propria dimora, e dove brilla il tesoro misterioso che si credeva di dover cercare nella "dimensione profonda".

In verità, l'esigenza dello sguardo critico tende verso due possibilità opposte, nessuna delle quali si realizza pienamente. La prima, la sollecita a perdersi nell'intimità di questa coscienza favolosa che l'opera le fa intravedere, e allora la comprensione sarebbe la ricerca progressiva di una complicità totale con la soggettività creatrice, la partecipazione appassionata all'esperienza sensibile e intellettuale che si dispiega attraverso l'opera. Ma per lontano che vada in questa direzione, il critico non riuscirà a soffocare in se stesso la convinzione della propria identità separata, la tenace e comune certezza di non essere la coscienza con la quale desidera confondersi. Supponendo tuttavia che egli riesca veramente ad assorbirsi in essa, allora, paradossalmente, la sua propria parola gli sarebbe sottratta: egli non potrebbe che tacere, e il perfetto discorso critico, a forza di empatia e di mimetismo, darebbe l'impressione del più completo silenzio. A meno di rompere in qualche modo il patto di solidarietà che lo lega all'opera, il critico può giungere solo a una parafrasi o a un pastiche: l'ideale di identificazione va tradito per acquisire il potere di parlare di questa esperienza e di descrivere, in un linguaggio che non è quello dell'opera, la vita comune che si è conosciuta con essa e in essa. Così, nonostante il nostro desiderio di calarci nella profondità vivente dell'opera, siamo costretti a distanziarcene per poterne parlare. Viene da chiedersi perché non stabilire deliberatamente una distanza tale da rivelarci, in una prospettiva panoramica, i dintorni a cui l'opera è organicamente legata. Noi vorremmo discernere certe corrispondenze significative che non sono state percepite dallo scrittore e interpretare i suoi movimenti inconsci, leggere le relazioni complesse che uniscono un destino e un'opera al loro ambiente storico e sociale. Questa seconda possibilità della lettura critica può essere definita come quella dello sguardo appiombo, dove l'occhio non vuol lasciare sfuggire niente le configurazioni che la distanza consente di percepire nello spazio dilatato, percorso dallo sguardo, l'opera ente un oggetto privilegiato,, ma non è il solo che si impone alla vista. L'opera si definisce per ciò vicina e non ha senso se non in rapporto all'insieme del suo contesto. E qui sta lo scoglio: il contesto è così vasto che le relazioni così numerose, che lo sguardo è colto da una segreta disperazione perché non riuscirà mai a mettere insieme tutti gli elementi di questa totalità che gli si annuncia. Per di più, sin dall'istante in cui ci si costringe a situare un'opera nelle sue coordinate storiche, soltanto una decisione arbitraria ci legittima a limitare l'indagine, la quale, in linea di principio, potrebbe giungere fino al punto in cui l'opera letteraria, nel momento in cui cessa di essere l'oggetto privilegiato di prima, non è più che una delle innumerevoli manifestazioni di un'epoca, di una cultura, di una "visione del mondo". L'opera svanisce man mano che lo sguardo pretende di abbracciare, nel mondo sociale o nella vita dell'autore, più fatti correlati tra loro. Il trionfo dello sguardo appiombo non è, a sua volta, se non una forma dello scacco, se ci fa perdere l'opera e i suoi significati, pretendendo di darci il mondo in cui l'opera è immersa.

La critica intera non è forse né quella che mira alla totalità (come fa lo sguardo appiombo), né quella che mira all'intimità (come fa l'intuizione identificante), ma è uno sguardo che sa esigere volta a volta l'appiombo e l'intimità, sapendo in anticipo che la verità non è né nell'uno né nell'altro tentativo, ma nel movimento che va instancabilmente dall'uno all'altro. Non bisogna rifiutare né la vertigine della distanza, né quella della prossimità: bisogna desiderare il duplice eccesso in cui lo sguardo è ogni volta sul punto di perdere ogni potere.

 Ma forse anche la critica ha torto di volere regolare a tal punto l'esercizio del proprio sguardo. Meglio sarebbe, in molte circostanze, dimenticare se stesso e lasciarsi sorprendere. In compenso, vedrò nascere nell'opera uno sguardo che si dirige verso di me, senza essere il riflesso della mia interrogazione. È una coscienza estranea, radicalmente altra, che mi cerca, mi fissa e mi ingiunge di rispondere. Mi sento esposto a questa domanda che mi viene così incontro. L'opera mi interroga. Prima di parlare a mio nome, devo prestarle la mia voce a questa strana potenza che mi interpella; ora, per docile che io sia, rischio sempre di preferirle le musiche rassicuranti che vengono dalla mia invenzione. Ma non è facile mantenere gli occhi aperti per accogliere lo sguardo che ci cerca. Non v'è dubbio che non soltanto per la critica, ma per qualsiasi atto di conoscenza, occorre affermare che bisogna guardare per essere guardati.

J. Starobinski, L'occhio vivente, Einaudi, 1975, pp. 17-20

 

 

  

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